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20/08/2008

Il comando della speranza


Tratto da:
Jürgen Moltmann, Esperienze di Dio, Queriniana, Brescia 1981, pag. 31-34
in: Comunità Monastica di Bose (a cura di), Letture dei giorni, Piemme, Casale Monferrato 1994, pag. 565-566


Guida alla lettura

Ci può essere comandato di sperare? La speranza non è forse uno stato emotivo, subordinato quindi alle situazioni che viviamo e alle esperienze che maturiamo? La risposta di Jürgen Moltmann, teologo fra i più originali del Novecento, è netta: la speranza non è un’affezione del cuore o un’esuberanza giovanile, ma un atteggiamento consapevole e razionale di resistenza e apertura alla vita. Un atteggiamento esistenziale che ci è stato insegnato da Cristo in persona: «Io vivo, e anche voi dovete vivere». Essa coinvolge quindi tutto il nostro essere e implica una lotta quotidiana ed esigente contro la rassegnazione e il male che flagellano il mondo.
Giovanni Crisostomo, Padre della Chiesa vissuto nel IV secolo, ammonisce con chiarezza: ciò che ci perde non sono i peccati, ma la disperazione. E’ la differenza fra Pietro (che rinnega Gesù, ma trova nel suo sguardo di perdono la forza per pentirsi e ricominciare) e Giuda (che tradisce il Maestro e, ritenendosi indegno di riscatto, si toglie la vita).
Senza arrivare a tanto, quante volte nella nostra vita lasciamo che la rassegnazione prenda il sopravvento?
E’ proprio in quei momenti che il comando della speranza deve risuonare più forte nei nostri cuori. Laici o credenti, ciascuno in forza dei valori in cui ripone la propria fede, siamo tutti chiamati a non “concedere mai rabbiosamente spazio alla distruzione”.

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Gli uomini vengono chiamati ad una speranza duratura. La vera speranza non si fonda sul fluttuare dei nostri sentimenti e nemmeno sul successo della nostra vita. La vera speranza, cioè quella permanente e fondate, ha la sua base nell’appello e nel comando di Dio. Noi siamo chiamati alla speranza! Essa è un comando, un comando di resistere contro la morte. E’ un appello, l’appello alla vita di Dio.
La speranza permanente non ce la portiamo dietro dalla nascita, né l’acquisiamo dall’esperienza, e quindi dovremo apprenderla. Noi impariamo a sperare quando seguiamo l’appello... Impariamo a conoscere la sua verità quando veniamo costretti ad affermarci contro la disperazione. Impariamo la sua forza quando vediamo che essa ci mantiene in vita in mezzo alla morte.
Ma si dà una vocazione alla speranza? Si può essere comandati a sperare? La speranza è un obbligo? Ciò suonerà strano per tutti coloro che considerano la speranza come un’affezione del cuore o un’esuberanza giovanile. E anche per quelli che hanno riposto la speranza nell’esperienza o nelle previsioni di una storia.
Ciò che personalmente io ho imparato dall’esperienza, fatta con la speranza, è che la speranza è più di un sentimento, più di un’esperienza. La speranza è anche più di una previsione. La speranza è un comando. E seguirlo significa vivere, sopravvivere, perseverare, mantenersi in vita finché la morte non sia inghiottita nella vittoria. Obbedire a tale comando significa: non essere mai rassegnati, né concedere mai rabbiosamente spazio alla distruzione.
Crisostomo, un Padre della Chiesa, diceva: «Ciò che ci porta alla sventura non sono tanto i nostri peccati, quanto la disperazione». Oggi diremmo: la frustrazione. Il comando della speranza è invece la forza, la forza di tutti i comandamenti che ci mantengono in vita e ci portano alla libertà. Questo imperativo suona: «lo vivo ed anche voi dovete vivere» (Gv 14,19), «Chi persevererà fino alla fine sarà salvo» (Mc 13,13). ( ... )
«Chiamati alla speranza» è una locuzione biblica... Chi crede sa di essere rigenerato ad una speranza vitale. Per mezzo della risurrezione di Cristo dai morti gli è stato dischiuso un futuro incomparabile, perché non destinato a scomparire. Il regno della libertà e della pace di Dio, per il rinnovamento del cielo e della terra, si pone come una realtà indistruttibile e certa. Chi crede è disposto «a render conto a ciascuno della speranza che in noi» (1 Pt 3,15): sia di fronte ai giudici che condannano alla prigionia, come di fronte alle masse prigioniere.

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Biografia

Jürgen Moltmann, nato ad Amburgo nel 1926, è docente emerito di teologia sistematica alla Facoltà Evangelica dell’Università di Tubinga (Germania), e uno dei teologi più acuti, creativi e apprezzati del nostro tempo. È considerato l’iniziatore della “teologia della speranza”, una corrente di rinnovamento del pensiero teologico tradizionale che ha trovato risonanza soprattutto in America. Negli ultimi anni la sua riflessione si è orientata sempre più verso quella ch’egli ha definito “teologia della croce”. In questo contesto, sono suoi interlocutori la dialettica negativa e la teoria critica di Theodor Wiesengrund Adorno e Max Horkheimer, la prima teologia dialettica, la filosofia esistenziale e le teologia ebraica dell’Olocausto: tutte le moderne riflessioni sulla sofferenza del mondo.
Nato e cresciuto in una famiglia laica, durante la seconda guerra mondiale fu aggregato alle forze aeree ausiliarie tedesche. Si consegnò agli inglesi nel 1945. Durante i tre anni di prigionia, venne a conoscenza di Auschwitz, un’esperienza che lo colpì profondamente e lo avvicinò alla fede. Molti anni più tardi dirà: «Non fui io a incontrare Cristo, ma Cristo a incontrare me».
Fra le opere tradotte in italiano, spiccano “Il Dio crocifisso” (Queriniana, 2005) e “La provocazione del discorso su Dio”, scritto con Joseph Ratzinger (Benedetto XVI) e Jean Baptist Metz (Queriniana, 2005).

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Parole chiave:
Cristianesimo - Male - Morte - Senso della vita - Speranza - Spiritualità

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