EN
Ricerca libera
Cerca nelle pubblicazioni scientifiche
per professionisti
Vai alla ricerca scientifica
Cerca nelle pubblicazioni divulgative
per pazienti
Vai alla ricerca divulgativa

Frau Vita, reduce da Birkenau

  • Condividi su
  • Condividi su Facebook
  • Condividi su Whatsapp
  • Condividi su Twitter
  • Condividi su Linkedin
09/02/2011

Tratto da:
Primo Levi, La tregua, in: "Se questo è un uomo. La tregua", Einaudi, Torino, 1989, p. 171-173

Selezione del brano, guida alla lettura e biografia a cura di Emanuela Aliquò

Guida alla lettura

Nell’opera “La tregua” (1963), che si apre con l’arrivo dell’Armata Rossa nel Lager di Buna-Monowitz, conosciuto anche come Auschwitz III, il 27 gennaio 1945, Primo Levi racconta la storia del lungo e travagliato ritorno dai campi di sterminio, attraverso l’Europa dilaniata dalla guerra.
Dopo il trasferimento con gli altri sopravvissuti al campo centrale di Auschwitz, “trasformato in un gigantesco lazzaretto”, Levi, ammalato di scarlattina e privo di forze, viene ricoverato nel Reparto Infettivi dell’infermeria; vi resterà per circa un mese, sino alla fine di febbraio, e in questo tempo avrà modo di osservare e conoscere diverse persone, alcune delle quali particolarmente significative.
Nella pagina proposta, quasi alla fine del capitolo dedicato ai giorni del ricovero, l’Autore offre al nostro sguardo l’indimenticabile e straordinario ritratto di una compagna di prigionia, reduce dagli orrori di Birkenau: una giovane donna, “dal corpo disfatto e dal dolce viso chiaro”, che conosce bene la perdita e la morte, e che lotta per non soccombere sotto il peso delle atrocità viste e subite in un anno di prigionia, specie in “quegli ultimi orribili giorni”, e di quegli ordini inumani, passivamente eseguiti per non morire. Proviene da Trieste, la città dei venti, dei contrasti, dei ponti fra le diverse culture: un luogo che sembra somigliarle, forse per la versatilità del suo modo di essere, di parlare, di impiegare il tempo.
Frau Vita – così la chiamano tutti – non si ripiega sulle sue dolorose ferite e di giorno, per non soccombere, si butta a capofitto in una “attività tumultuosa” e multiforme, colma di “pietà frenetica” e “furia selvaggia”, ma sempre orientata alla cura amorevole dell’altro. Forse sarà proprio questo uscire da sé che le consentirà di salvare se stessa e la sua dignità.
Quando può, dopo aver corso senza posa da un reparto a un altro, Vita cerca consolazione, riparo e forza nel calore della parola, perché «esiste una fame spirituale di colloquiare che è più tormentosa di quella fisica» (Dietrich Bonhoeffer, Resistenza e resa: lettere e scritti dal carcere, Cinisello Balsamo, Milano, Edizioni Paoline, 1988, p. 247).
Alla sera, quando tutto tace, “incapace di resistere alla solitudine”, Frau Vita si abbandona teneramente alle sue canzoni e ai suoi folli “sogni di fiaba”: in circostante così estreme, il dono della fantasia può diventare una barriera protettiva importantissima, e il pensiero può finalmente correre nell’infinito.
Frau Vita, come tutti la chiamavano, amava invece tutti gli esseri umani di un amore semplice e fraterno. Frau Vita, dal corpo disfatto e dal dolce viso chiaro, era una giovane vedova di Trieste, mezza ebrea, reduce da Birkenau. Passava molte ore accanto al mio letto, parlandomi di mille cose a un tempo con volubilità triestina, ridendo e piangendo: era in buona salute, ma ferita profondamente, ulcerata da quanto aveva subito e visto in un anno di Lager, e in quegli ultimi orribili giorni. Infatti era stata «comandata» al trasporto dei cadaveri, di pezzi di cadaveri, di miserande anonime spoglie, e quelle ultime immagini le pesavano addosso come una montagna: cercava di esorcizzarle, di lavarsene, buttandosi a capofitto in una attività tumultuosa. Era lei la sola che si occupasse dei malati e dei bambini; lo faceva con pietà frenetica, e quando le avanzava tempo lavava i pavimenti e i vetri con furia selvaggia, sciacquava fragorosamente le gamelle e i bicchieri, correva per le camerate a portare messaggi veri o fittizi; tornava poi trafelata, e sedeva ansante sulla mia cuccetta, con gli occhi umidi, affamata di parole, di confidenza, di calore umano.
Alla sera, quando tutte le opere del giorno erano finite, incapace di resistere alla solitudine, balzava a un tratto dal suo giaciglio, e danzava da sola fra letto e letto, al suono delle sue stesse canzoni, stringendo affettuosamente al petto un uomo immaginario...
Frau Vita, che malgrado i divieti sanitari frequentava anche i malati degli altri reparti, in cerca di pene da alleviare e di colloqui appassionati...

Biografia

Primo Levi nasce il 31 luglio 1919 a Torino, in una famiglia ebrea. Nel 1937 si iscrive al corso di chimica presso la facoltà di Scienze dell’Università di Torino. L’anno successivo il governo fascista emana le leggi razziali, in base alle quali agli ebrei è vietata la frequenza delle scuole pubbliche; tuttavia viene consentito di terminare gli studi a coloro che risultano già iscritti. Levi si laurea con pieni voti e lode nel 1941. Il suo diploma reca la menzione “di razza ebraica”.
In seguito all’intervento tedesco nel Nord Italia, nell’autunno del 1943 si unisce a un gruppo partigiano operante in Val d’Aosta, ma all’alba del 13 dicembre viene arrestato e avviato nel campo di concentramento di Carpino Fossoli, presso Modena. Nel febbraio 1944 è deportato ad Auschwitz, in Polonia. Liberato dalle truppe sovietiche nel gennaio del 1945, torna in Italia il 19 ottobre, dopo un lungo e travagliato viaggio. È questa l’esperienza raccontata nel libro “La tregua”, del 1963.
Nel 1946 Levi trova impiego in una fabbrica di vernici nei pressi di Torino, ma si licenzierà dopo un anno. Nel giro di pochi mesi dal ritorno a casa, completa “Se questo è un uomo”, sconvolgente resoconto sull’inferno del Lager.
Dopo il matrimonio con Lucia Morpurgo, nel 1947, continua a dedicarsi alla scrittura e alla professione di chimico. Assume un incarico nel laboratorio della Siva, piccola fabbrica di vernici fra Torino e Settimo Torinese, e in pochi anni ne diviene il direttore. Nel 1948 nasce la figlia Lisa Lorenza e, nel 1957, il figlio Renzo. Continua a pubblicare fino al 1986 e a portare la sua testimonianza in numerose occasioni pubbliche, anche con gli alunni delle scuole.
A quarant’anni di distanza dalla testimonianza resa in “Se questo è un uomo”, con l’ultimo libro, “I sommersi e i salvati” (1986), Levi sintetizza e dona le riflessioni più ampie e profonde suggerite dall’esperienza del Lager.
Tra le altre opere, ricordiamo “Il sistema periodico” (1975), una raccolta di racconti; “La chiave a stella” (1978), vincitrice del Premio Strega e dedicata ai grandi progetti di ingegneria civile sviluppati dai tecnici italiani negli anni Sessanta e Settanta; “Se non ora quando?” (1982), sulle vicende di un gruppo di partigiani ebrei di origini russe e polacche; “Ad ora incerta” (1984), una raccolta di liriche; e “L’altrui mestiere” (1985), scritti apparsi principalmente sul quotidiano “La Stampa”.
Sul mistero del male e dell’iniquità, e sul rapporto tra fede e dolore, Levi dichiara: «L’esperienza di Auschwitz è stata tale per me da spazzare qualsiasi resto di educazione religiosa che pure ho avuto. C’è Auschwitz, dunque non può esserci Dio. Non trovo una soluzione al dilemma. La cerco, ma non la trovo» (Ferdinando Camon, Conversazione con Primo Levi, Guanda 2006).
Muore nella sua casa di Torino l’11 aprile 1987.
Parole chiave di questo articolo
Sullo stesso argomento per pazienti

Il dolore e la cultura

Il dolore e la cultura

Il dolore e la cultura

Il dolore e la cultura

Il dolore e la cultura

Il dolore e la cultura

Il dolore e la cultura

Potrebbero interessarti anche

Vuoi far parte della nostra community e non perderti gli aggiornamenti?

Iscriviti alla newsletter