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Al di là delle parole e dei gesti: le lacrime, eloquente espressione del cuore

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09/09/2015

Tratto da:
Enzo Bianchi, Il mio elogio delle lacrime, Jesus, marzo 2015

Si ringrazia l’Autore per la gentile concessione

Guida alla lettura

In questo breve ma denso articolo Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose, riflette su un tema inattuale – nulla di più lontano dalla logica edonistica che governa il mondo di oggi – eppure profondamente legato all’essenza della nostra umanità: la capacità di piangere. Lacrime di dolore, di gioia, di collera, di pace, di sobria ebbrezza: questa espressione così caratteristica dell’umano è oggi messa al bando, o al più lasciata alle donne e ai bambini, come manifestazione di debolezza davanti ai casi della vita.
Se volgiamo lo sguardo indietro, alla nostra storia culturale, ci accorgiamo che non sempre è stato così. La Bibbia è piena di situazioni in cui gli uomini piangono e invocano l’aiuto di Dio; ma anche in mondo radicalmente diverso da quello ebraico, la Grecia arcaica e poi classica, i più forti eroi non provano imbarazzo a piangere e, anzi, le loro lacrime scendono con una veemenza proporzionale alla grandezza del loro sentire: ne sono testimonianza due caposaldi indiscussi della letteratura, i poemi omerici e la tragedia attica. Secoli dopo, nel “Purgatorio”, Dante ci lascerà due episodi esemplari sul valore del pianto. Il primo è la vicenda di Buonconte di Montefeltro, capitano ghibellino perito nella battaglia di Campaldino (1289): il suo corpo fu probabilmente trascinato via da un torrente in piena e non fu mai ritrovato. In punto di morte viene salvato dai suoi peccati per aver pronunciato il nome di Maria e per avere versato una “lagrimetta”: una sola, ma sufficiente a riscattare tutta la sua esistenza (Purgatorio V, 107). Il secondo è il destino di Forese Donati (Purgatorio XXIII, 92), al quale vengono risparmiati lunghi anni di pena prima di raggiungere il paradiso grazie al «pianger dirotto» della moglie Nella, fedele nella vita e nella morte.
«Il cuore umano sa piangere sempre», ci ricorda Enzo Bianchi. E, con straordinaria intuizione psicologica, sottolinea come anche i non vedenti sappiano piangere, quasi che la prima funzione dell’occhio non sia la vista, ma il pianto, questo segno che «non è parola e nemmeno gesto», ed eppure è così efficace nell’esprimere l’«arte dell’essere presente all’altro e del sentire la presenza altrui». Per un credente, poi, c’è come sempre l’esempio di Gesù, che ha pianto per il destino dell’umanità, per gli amici scomparsi, e persino per se stesso e la propria sofferenza: l’essere umanamente perfetto non lo ha esentato dalle lacrime, e in lui «Dio ha conosciuto i sentimenti umani fino a piangere».
Noi tutti – credenti e laici – ricaviamo da questa pagina due preziosi insegnamenti: impariamo a dare spazio al pianto nella nostra vita, senza inaridire lo sguardo interiore per un malinteso senso di salda virilità; e impariamo ad ascoltare con rispetto ed empatia le lacrime degli altri, tanto più preziose quanto più ci rivelano la nostra comune umanità. Sapere accogliere il proprio pianto e il pianto altrui è il primo passo per una vita bella e buona, che sappia fare del dolore un’occasione di crescita e di riscatto per tutti.
Al sorgere del ricordo di alcuni eventi o insegnamenti ricevuti nella mia giovinezza, mi assale il sentimento di aver vissuto una vita in un mondo che non solo non esiste più, ma che appare oggi strano se non inverosimile. Così mi ritorna in mente come allora fosse frequente la preghiera per ottenere il dono delle lacrime: sì, si pregava per piangere! Oggi invece non vediamo facilmente le persone piangere, perché le lacrime appaiono come un segno di fragilità, qualcosa di cui vergognarsi, che comunque non va mostrato perché giudicato come cosa da bambini o da donne: gli adulti sanno dominare le lacrime e hanno il dovere di vivere e comportarsi “siccis oculis”, con gli occhi secchi.
In realtà, uomini e donne continuano a piangere e non credo a quanti affermano che le lacrime sono frequenti solo in alcune epoche come il romanticismo: forse è vero che le arti, la pittura, la musica non le testimoniano in tutte le epoche, ma il cuore umano sa piangere sempre. Certo, nella misura in cui si riduce il bene al benessere e il male al malessere, molti si impegnano a evitare accuratamente la possibilità della sofferenza fino a rimuoverla e negarla: di conseguenza, non si “lasciano andare” a piangere, soprattutto di fronte agli altri, eppure a volte anche costoro conoscono il pianto e il suo imporsi.
Le lacrime sono un’espressione del nostro corpo, anzi dei nostri sensi, soprattutto di quel sesto senso di cui siamo provvisti noi essere umani: quel senso che è arte dell’essere presente all’altro e del sentire la presenza altrui. Le lacrime sono eloquenti, sono un linguaggio silenzioso: non sono parola ma nemmeno gesto, affiorano dagli occhi e, significativamente, scorrono anche dagli occhi dei non vedenti, quasi a dire che l’occhio, prima di avere come funzione la vista, ha insita in sé la possibilità delle lacrime. Le lacrime non sono sempre linguaggio di dolore o di collera: possono essere lacrime di gioia, di sobria ebbrezza, di pace... Possono essere un grido, un’invocazione di aiuto o una protesta, ma anche l’espressione di una gioia intima, della ferita causata da una presenza amorosa, di una pace – con se stessi, con gli altri, con le creature che ci attorniano – che ci sorprende e ci inebria.
Io mi sento di fare l’elogio delle lacrime, e ancora oggi, quando sento che i miei giorni rischiano di scorrere “siccis oculis”, allora recito l’orazione per chiedere il dono delle lacrime. E quando sopraggiungono come pura gratuità, le lascio scorrere e cerco di non temere se altri vedono. Del resto, cosa vedono in realtà? Ciò che sto vivendo di dolore o di gioia… Sì, quando si hanno le lacrime agli occhi, lo sguardo è come velato ma discerne più in profondità: la visione è “ante et retro oculata”, si vede davanti e di dietro, si vede “altrimenti”.
Un cristiano, poi, nella preghiera dei salmi trova tante volte le lacrime: lacrime che sono pane che uno mangia, lacrime che Dio raccoglie in un otre perché non le dimentica ma le considera preziose, lacrime di pentimento per il male fatto, lacrime di esultanza che sgorgano come danza di gioia... E come dimenticare che anche Gesù ha pianto, svelandoci che in lui Dio ha conosciuto i sentimenti umani fino a piangere: ha pianto sull’umanità piangendo su Gerusalemme, ha pianto per amore del suo amico Lazzaro, ha pianto per la propria sofferenza e morte. La Lettera agli Ebrei (5,7-8) ci dice anche che Gesù piangendo ha imparato l’obbedienza
Papa Francesco nel recente viaggio nelle Filippine ha incontrato una donna che piangeva e subito dopo ha esclamato semplicemente: «Impariamo a piangere... se non imparate a piangere non potete essere buoni cristiani!». Cioran affermava che «nell’ultimo giudizio saranno pesate solo le lacrime» e Camus ribadiva che «nessuna lacrima deve andare persa, nessuna morte deve accadere senza una risurrezione».

Biografia

Enzo Bianchi nasce a Castel Boglione, in provincia di Asti, il 3 marzo 1943. Dopo gli studi alla facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Torino, nel 1965 si reca a Bose, una frazione abbandonata del comune di Magnano sulla Serra di Ivrea, con l’intenzione di dare inizio a una comunità monastica. Raggiunto nel 1968 dai primi fratelli e sorelle, scrive la regola della comunità. È tuttora priore della comunità, che conta un’ottantina di membri tra fratelli e sorelle di sei diverse nazionalità ed è presente, oltre che a Bose, anche a Gerusalemme (Israele), Ostuni (Brindisi), Assisi e San Gimignano.
E’ membro dell’Académie Internationale des Sciences Religieuses (Bruxelles) e dell’International Council of Christians and Jews (Londra).
Fin dall’inizio della sua esperienza monastica, Enzo Bianchi ha coniugato la vita di preghiera e di lavoro in monastero con un’intensa attività di predicazione e di studio e ricerca biblico-teologica che l’ha portato a tenere lezioni, conferenze e corsi in Italia e all’estero (Canada, Giappone, Indonesia, Hong Kong, Bangladesh, Repubblica Democratica del Congo ex-Zaire, Ruanda, Burundi, Etiopia, Algeria, Egitto, Libano, Israele, Portogallo, Spagna, Francia, Belgio, Paesi Bassi, Svizzera, Germania, Ungheria, Romania, Grecia, Turchia), e a pubblicare un consistente numero di libri e di articoli su riviste specializzate, italiane ed estere (Collectanea Cisterciensia, Vie consacrée, La Vie Spirituelle, Cistercium, American Benedictine Review).
E’ opinionista e recensore per i quotidiani La Stampa e Avvenire, membro del comitato scientifico del mensile Luoghi dell’infinito, titolare di una rubrica fissa su Famiglia Cristiana, collaboratore e consulente per il programma “Uomini e profeti” di Radiotre. Fa inoltre parte della redazione della rivista teologica internazionale “Concilium” e della redazione della rivista biblica “Parola Spirito e Vita”, di cui è stato direttore fino al 2005.
Nel 2009 ha ricevuto il “Premio Cesare Pavese” e il “Premio Cesare Angelini” per il libro “Il pane di ieri”.
Ha partecipato come “esperto” nominato da Benedetto XVI ai Sinodi dei vescovi sulla “Parola di Dio” (ottobre 2008) e sulla “Nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana” (ottobre 2012).
Il 22 luglio 2014 papa Francesco lo ha nominato Consultore del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani.
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