Fondazione Alessandra Graziottin onlus - per la cura del dolore nella donna Fondazione Alessandra Graziottin
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14/07/2010

Una madre venuta da lontano


Tratto da:
Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Traduzione di Agostino Villa, Einaudi, Torino, 2005, pp 63-68


Selezione del brano, guida alla lettura e biografia a cura di Emanuela Aliquò


Guida alla lettura

Una donna schiacciata dal dolore per la morte dell’amato figlioletto si reca da un padre spirituale per trovare pace. E’ questo il tema del brano che proponiamo, tratto da “I fratelli Karamazov”, uno dei capolavori di Fëdor Dostoevskij, e contenuto nel secondo libro del romanzo (precisamente nel paragrafo dedicato alle “Pellegrine fedeli”).
La scena si colloca nello sfondo, solido e rassicurante, della grande tradizione ortodossa e della vita monastica ad essa correlata. Tuttavia, il luogo del racconto è esterno alla clausura, che non ammetteva visite femminili: le donne del popolo attendevano lo starec presso la veranda; le altre, “visitatrici di classe”, in locali a loro riservati.
Il dialogo s’incentra sul colloquio intimo e consolatorio tra lo starec Zosima, uno dei personaggi dell’opera, e Nastas’juška, la madre venuta da lontano. Doveva esercitare un richiamo davvero grande questo monaco se, per ricevere da lui un consiglio o una parola di conforto, i pellegrini accorrevano da ogni parte della Russia. In particolare, si diceva di lui che, per l’esperienza maturata, fosse abilissimo nel leggere i cuori degli sconosciuti con una semplice “occhiata al viso”, nonché nel riuscire sapientemente a calibrare “il balsamo della parola”.
Prostrata dal dolore e reduce da un deludente, estenuante e lungo peregrinare (“in tre conventi sono già stata”), per questa donna, che non ha mai smesso di “cercare”, si apre una strada nuova. Forse non tanto per la visione dell’aldilà formulata dal monaco (i piccoli defunti, mutati in angeli, che cantano gioiosi intorno al Signore), espressione di un devozionismo doloristico ancora oggi molto diffuso ma sostanzialmente incapace di offrire una parola di autentica consolazione (e il “profondo sospiro” della donna sembra indicarne proprio la rispettosa perplessità), quanto per quell’energico appello a non abbandonare il marito e a tornare con amore alla vita di sempre, nella certezza che con l’aiuto di Dio «le lacrime amare diverranno lacrime di calda tenerezza e d’intima purificazione»: questa sì, parola umana ed eloquente per quel cuore semplice, trafitto dalla disperazione.
Nastas’juška, al fine, si rasserena. Il suo dolore, pazientemente ascoltato, sembra trasfigurarsi, l’anima pare ritrovare un po’ di riposo, e il carico si fa più leggero. Inizia il ritorno a casa e alla vita.

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Quando apparve sulla veranda, lo starec s’avviò anzitutto verso la gente del popolo. La folla s’accalcò intorno alla scaletta che, dalla bassa veranda, con tre gradini scendeva a terra. Lo starec si fermò sul gradino più alto, indossò la stola e cominciò a benedire le donne che gli si stringevano intorno. (…)
– Eccone una che è di lontano! – ed egli indicava una donna tutt’altro che vecchia, ma molto magra ed emaciata, non tanto abbronzata quanto, piuttosto, stranamente annerita in viso. Essa stava in ginocchio, e con lo sguardo immoto fissava lo starec. Nel suo sguardo c’era qualcosa d’attonito.
– Di lontano, padre mio, di lontano, da trecento miglia di qui. Di lontano, padre, di lontano – cominciò la donna cantilenando, e dondolava lentamente la testa da una parte e dall’altra, sostenendosi la guancia col palmo della mano. Parlava come se recitasse le lamentazioni funebri. C’è nel popolo un dolore taciturno e paziente: si ritira in se stesso, e tace. Ma c’è anche un dolore che esplode; esso dapprima prorompe in lacrime, e poi continua a colare in lamentazioni. Questo è comune soprattutto fra le donne. Ma non è un dolore più lieve di quello taciturno. Le lamentazioni non gli danno altro ristoro fuorché quello d’esulcerare e di lacerare il cuore. E’ un dolore che non desidera neppure di trovar consolazione: si nutre del senso d’essere inconsolabile. Le lamentazioni sgorgano da un bisogno di rinfiammare incessantemente la piaga.
– Sei di città? – continuò, osservandola con interesse, lo starec.
– Di città, padre mio, di città siamo noi; siamo di famiglia contadina, ma siamo di città, in città abitiamo. Per vedere te, padre mio, sono venuta. Ci hanno parlato di te, padre caro, ce ne hanno parlato tanto. Un figlietto così piccolo m’è morto, mi sono messa in giro a pregar Dio. In tre conventi sono già stata, e m’hanno detto: «Prova un po’, Nastas’juška, a andare anche qua» da voi volevano dire, angelo bello, da voi. Sono venuta, ieri mi sono fermata al posto di riposo, e oggi eccomi da voi.
– Ma che cosa ti fa piangere?
– Ci ho una pena di quel figlietto, padre mio: tre anni ci aveva ormai, che ancora tre mesi soli, e avrebbe compito tre anni. Di quel figlietto m’accoro tanto, padre, m’accoro tanto. Era l’ultimo figlietto che ci restava, ché quattro ne abbiamo avuti, io e Nikituška: ma non ci vivono i figli a noialtri, non ci vivono, caro, non ci vivono. I primi tre li ho messi sotterra, e un gran dispiacere non l’ho sentito: ma quest’ultimo, da che l’ho messo sotterra, non me lo posso scordare più. Ecco, è come se mi stesse qua davanti, non mi lascia un momento. Mi s’è succhiata l’anima. (…) Dico a Nikituška, a mio marito: lasciami andare, tu sei il capo di casa, lasciami andare in pellegrinaggio. (…) Ecco qua, sono già tre mesi che sto via di casa. M’è uscito di mente, tutto m’è uscito di mente e non mi va nemmeno di ricordarmene: già, ormai, che potrei avere a che fare con lui? E’ finita ogni cosa con lui, ogni cosa è finita; per me è finita con tutti. Non darei più un’occhiata a casa mia, alla mia roba, e non vorrei vedere più niente al mondo!
– Ascoltami, madre – disse lo starec. – Una volta, ai tempi di prima, un gran santo vide nel tempio una madre come te, che piangeva, e anche lei per un suo figlioletto, l’unico che avesse, che anche quello lo aveva chiamato il Signore. «Ma dunque non sai», le disse il santo, «quanto ardire prendono questi piccini dinanzi al trono del Signore? Non c’è nessuno più ardito di loro, nel Regno dei Cieli. Tu, Signore, ci hai donato la vita, dicono a Dio, e non appena noi l’abbiamo vista, subito Tu ce l’hai ritolta. E con tanto ardimento chiedono e domandano, che il Signore concede loro senz’altro il grado di angeli. Perciò», disse quel santo, «anche tu rallegrati, o donna, e non piangere: ché anche il piccino tuo, ora, sta col Signore, nell’accolta dei suoi angeli». Ecco che disse quel santo a quella donna piangente, nei tempi antichi. E quello era un santo grandissimo, che cose non vere non poteva dirgliele. Per tutto questo, sappi anche tu, o madre, che anche il piccino tuo ora sta certamente dinanzi al trono del Signore, e si rallegra e gioisce, e prega Iddio per te. E dunque anche tu non piangere, ma anzi rallegrati.
La donna lo ascoltava, puntellandosi colla mano la guancia e tenendo gli occhi a terra. Essa diede un profondo sospiro.
– E così anche Nikituška mi consolava sempre, mi diceva tutta una parola con te: «Tu non ragioni», mi diceva: «Perché piangi? Il figlietto nostro, adesso, sta di sicuro accanto al Signore, a cantare in coro cogli angeli». Mi diceva così, ma intanto anche lui piangeva, io lo vedevo, piangeva tal e quale a me. (…) E se io potessi solamente vederlo una volta e non più, quanto una piccola volta posare un’occhiata su lui, non pretenderei nemmeno di accostarmigli, non fiaterei, mi acquatterei in un cantuccio, basta che per un minuto solo potessi vederlo, sentirlo, come giocava in cortile, e poi veniva lì, e gridava con quella vocetta: «Mammina, dove sei?» (…) Ma lui non c’è più, padre mio, non c’è più, e mai più, di qui in avanti, non lo risentirò più mai! (...)
– È così, – disse lo starec: – è l’antica «Rachele piange i suoi figli, e non può consolarsi, perché essi non esistono più». Questo, o madri, è il destino che vi è assegnato sulla terra. E non consolarti, non bisogna nemmeno che tu ti consoli: non consolarti, e piangi, purché ogni volta che piangerai ti ricordi sempre che il figliolino tuo è uno degli angeli del Signore, e di lassù ti guarda e ti vede e le lacrime tue lo fanno contento e lui le mostra al Signore. E ancora per un pezzo ti seguiterà questo gran pianto materno; ma alla fine ti si convertirà in pace e gioia, e queste tue lacrime amare diverranno lacrime di calda tenerezza e d’intima purificazione, che ti preserverà dai peccati. E il tuo bambinetto, io lo ricorderò nella messa dei defunti: come si chiamava?
– Aleksej, padre.
– Anche il nome m’è caro. Per Aleksej servo di Dio?
– Di Dio, padre, di Dio: Aleksej servo di Dio.
– È un santo così grande! Lo ricorderò, madre, lo ricorderò e anche della tua afflizione mi rammenterò nelle mie preghiere. (…) Va’ da tuo marito e abbi cura di lui. Se di lassù il tuo bambino vedesse che tu hai abbandonato suo padre, si metterebbe a piangere per causa vostra; perché vorresti dunque guastare la sua felicità? Lui è vivo, sai, è vivo, perché l’anima resta viva in eterno, e, se non c’è più lì in casa, lui, senza farsi vedere, vi sta sempre accanto. Come farebbe dunque a venire lì in casa, se tu dici che hai preso in odio la casa tua? E da chi mai potrebbe andare, se voi, che gli siete padre e madre, non vi faceste trovare insieme? Adesso, vedi, lui ti viene in sogno, e tu ci soffri tanto: ma allora saranno dolci i sogni che ti farà venire. Va’ da tuo marito, o madre; avviati oggi stesso.
– Ci andrò, padre santo, ci andrò secondo la tua parola. M’hai trapassato il cuore. Oh Nikituška mio, oh Nikituška, aspettami, caro, aspettami, – cominciava già a cantilenare la donna...

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Biografia

Fëdor Dostoevskij, scrittore russo, nacque a Mosca nel 1821. Cresciuto in una famiglia dominata dal carattere cupo e dispotico del padre, medico militare, trascorse la sua giovinezza a San Pietroburgo. Rimase orfano a sedici anni della madre e a diciotto del padre. Dopo aver conseguito la laurea in Ingegneria militare fu nominato ufficiale, ma abbandonò la carriera per dedicarsi esclusivamente alla letteratura. A San Pietroburgo frequentò gli ambienti intellettuali rivoluzionari; fu arrestato per tentativo di sovversione e condannato a morte. La condanna fu poi tramutata in deportazione e lavori forzati in Siberia, dove scontò quattro anni di penitenziario. Questa difficile esperienza influì moltissimo sulla sua formazione personale e lo avviò a una profonda riflessione sui drammi della società contemporanea e sui problemi dell’uomo moderno.
Tornato a San Pietroburgo fondò con il fratello Michail la rivista Vremia (Il tempo) e riprese la sua attività di scrittore. Gli anni successivi furono segnati da traversie economiche e lutti familiari (nel 1868, la morte del fratello e della prima moglie, Marija Dmitrievna; nel 1878, quella della figlioletta, nata dal matrimonio con Anna Grigovievna) che lo portarono ad avvicinarsi al gioco d’azzardo, dal quale non riuscì più a liberarsi.
Le sue opere principali sono fondate sulla riflessione intorno alle grandi domande esistenziali, come il perché della vita, del dolore, della morte, il destino dell’uomo e del mondo, l’esistenza di Dio. In questo faticoso e impegnativo cammino interiore, Dostoevskij trovò conforto e risposta illuminante nel cristianesimo, che riconobbe come l’unica fede in grado di appagare la sua sete di giustizia e di libertà.
La sua capacità di penetrare profondamente l’animo umano, rivelandone le paure, le speranze e i tormenti, ci ha lasciato pagine indimenticabili ed è riscontrabile in tutti i suoi grandi romanzi: “Memorie dal sottosuolo” (1864), cui fecero seguito “Delitto e castigo” e “Il Giocatore” (1866), “L’idiota” (1868), “I demoni” (1871-1872), “I fratelli Karamazov” (1879-1880). Dostoevskij morì nel 1881 a San Pietroburgo.

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Parole chiave:
Consolazione - Disperazione - Dolore - Lutto - Povertà - Relazione di coppia - Religione - Resilienza - Vita e morte

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