Fondazione Alessandra Graziottin onlus - per la cura del dolore nella donna Fondazione Alessandra Graziottin
Condividi su
Stampa

20/04/2016

Nutrire gli affamati, prima regola di umanità


Tratto da:
Enzo Bianchi, Dare da mangiare agli affamati, Vita Pastorale, gennaio 2016


Si ringrazia l’Autore per la gentile concessione


Guida alla lettura

Con questa densa riflessione Enzo Bianchi – priore della Comunità monastica di Bose – inizia l’analisi delle cosiddette opere di misericordia, elaborate dalla Chiesa a partire dal discorso escatologico di Gesù contenuto nel vangelo di Matteo (Mt 25,31-46). Oggi si parla della prima opera corporale: dare da mangiare a chi è affamato. Numerosi gli spunti per una meditazione non banale del dettato evangelico: esponiamo in sintesi i più significativi.
Primo: nella nostra civiltà occidentale il potersi nutrire a sufficienza è un dato così scontato che dimentichiamo come dar da mangiare significhi salvare chi non ha cibo ed è dunque votato alla morte. Non si tratta di un’esagerazione emotiva, ma di una realtà oggettiva e spietata per milioni di esseri umani. Di conseguenza, negare il pane a chi non ne ha equivale – lo si voglia o no – a macchiarsi di omicidio.
Secondo: mangiare, e mangiare insieme agli altri, non è un solo un dato di ordine biologico, ma «un atto che esprime la qualità della vita personale e comunitaria». Significa prendersi cura degli altri e accettare di essere curato dagli altri, in una relazione di scambio che accresce la nostra umanità nella comune percezione della nostra natura di creature finite, che hanno bisogno innanzitutto di mangiare per vivere e far fiorire, in un secondo momento, le attività dell’intelligenza e dello spirito.
Terzo: la fame è l’epifania più visibile dell’ingiustizia che governa il mondo, e combatterla significa assumersi le proprie responsabilità ed esprimere un’opzione etica a favore dell’umanità che è in noi. I beni del mondo, infatti, sono per tutti, e a chi chiede bisogna dare, prima ancora di chiedersi chi sia e perché abbia bisogno del nostro aiuto.
Il brano di Enzo Bianchi abbonda di citazioni scritturali, ma il parallelo che tracciamo spesso fra etica cristiana ed etica laica trova su questo tema la sua maggiore motivazione: aiutare il povero e l’indifeso è un’istanza che interpella tutti, credenti e non, perché tutti siamo chiamati a realizzare la giustizia nei confronti dei nostri fratelli e delle nostre sorelle in umanità.

top

Nel tentativo di leggere, comprendere e spiegare le azioni di misericordia corporali si possono percorrere strade diverse: fare un’antropologia del mangiare; ripercorrere la letteratura per ricavare una trama eloquente su questo tema; raccontare in modo devoto alcune situazioni nelle quali le azioni di misericordia possono essere vissute; collocare le singole azioni di misericordia in un contesto più ampio, con i necessari riferimenti alla sociologia e alle grandi istituzioni che si fanno carico di tali azioni. Citando questi approcci, mi riferisco ad alcuni libri sulle opere di misericordia recentemente editi in Italia. Ho scelto invece di non percorrere questi itinerari, che mi sembrano sterili per chi oggi dovrebbe, soprattutto a causa del giubileo in corso, diventare consapevole delle azioni di misericordia, fino a viverle e a realizzarle puntualmente nella sua vita quotidiana e ordinaria.
Partiamo dalla prima della lista: dare da mangiare agli affamati. È molto semplice comprendere e realizzare questa azione: dare da mangiare a chi ha fame significa far vivere chi non ha cibo e dunque è votato alla morte. Tale azione è un non permettere la morte, un non compiere l’omicidio di un fratello o di una sorella in umanità. Appena usciti dall’utero materno, noi tutti facciamo esperienza dell’avere fame, bisogno di cibo; e non essendo in grado di procurarcelo, lo attendiamo innanzitutto dalla madre. La pulsione a vivere che ci abita si esprime con la fame, e per vivere abbiamo bisogno di mangiare. Proprio mangiando, accogliendo il cibo che ci viene preparato e dato, poi prendendo noi stessi il cibo, veniamo al mondo, entriamo nella vita e scopriamo che mangiare è molto più del semplice nutrirsi: da fonte di sussistenza, il mangiare diventa atto che esprime la qualità della vita personale e comunitaria.
Ma questo venire al mondo, per poterci nutrire e così partecipare alla tavola comune dei beni, è segnato da molte contraddizioni. La vita famigliare può essere spezzata dalla morte, da separazioni; il pane, il vestito e la casa possono venire meno, per cause diversissime o anche per scelta. Inoltre, varie calamità e malattie ci possono condurre a una situazione di mancanza di cibo per vivere, dunque a condizioni di vera e propria fame, che possono preludere alla morte. Nei paesi poveri dell’emisfero sud del mondo il problema è spesso quello di poter mangiare qualcosa, perché la scarsità di cibo o il suo accaparramento da parte di pochi che lo sottraggono ai tanti è un dato reale e manifesto. Si muore di fame, si è denutriti per fame, si è deboli fino a contrarre facilmente malattie, senza avere forza nel corpo per combatterle: tutto questo è solo il segno epifanico dell’ingiustizia del mondo, luogo in cui alcuni «banchettano lautamente ogni giorno» (cf. Lc 16,19), vivono nello sfarzo, sfoggiano ricchezze ed esibiscono il loro potere arrogante. E’ così da quando esistono l’uomo e la società! Questo assetto è talmente ingiusto che molti sono costretti a bestemmiarlo, a rivoltarsi o a viverlo senza speranza, in una situazione che va definita disumana, non degna dell’umanità.
Per noi credenti nel Dio che «dà il pane a ogni carne» (Sal 136,25), cioè a ogni vivente, questa situazione di fame appare ingiusta e assurda, una vera contraddizione alla bontà di Dio che vuole la vita in abbondanza per tutte le sue creature. E così siamo condotti a scoprire che la terra è stata data a tutti; che la tavola imbandita con i beni del mondo è per tutti; che nessuno può dire che qualcosa è solo “suo”, privandone l’altro; che le ricchezze sono distribuite in modo ingiusto, sicché l’umanità paradossalmente è giunta a soffrire perché una sua parte è obesa, mentre un’altra muore di fame. Chi non ha pane è il povero che si presenta a noi come mendicante, tendendo la mano per ricevere qualcosa da mangiare. Perché lo fa? Non dobbiamo neppure chiedercelo. E’ uno straniero? E’ una persona toccata da una calamità o da una malattia nell’ambito famigliare? E’ un disoccupato che ha perso il lavoro? E’ uno che manca di mezzi e competenze per accedere al lavoro? E’ uno che non si dà da fare e dunque ai nostri occhi risulta un fannullone, che nella sua inedia ricorre alla carità? Poco importa: è un bisognoso, che chiede cibo a chi ne ha. Prima lo si sfami, poi solo in un secondo momento occorrerà conoscere questo bisognoso e cercare vie attraverso le quali possa essere liberato dalla sua condizione di mendicante e impegnarsi in un lavoro non solo onesto, ma che edifichi la dignità della sua persona.
Su questa necessaria carità da parte dei cristiani la chiesa ha una preziosa biblioteca, dovuta alla riflessione dei padri, i quali di fronte al problema della fame non hanno solo scritto pagine ispirate dal Vangelo ma anche pagine in grado di indicare un vero umanesimo, essenziale per la buona convivenza sociale. Cesario di Arles, per esempio, scrive che «quando un povero ha fame, è Cristo che è nel bisogno, come egli stesso ha detto: “Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare” (Mt 25,42)» (Discorsi 25,1). Agostino ammonisce: «Il Signore farà con te, suo mendicante, come tu farai con chi chiede a te. Da’ e ti sarà dato (cf. Lc 6,38), ma se tu non vuoi dare, sta’ attento. Il povero, infatti, grida a te e ti dice: “Io ti chiedo il pane e tu non me lo dai; tu chiederai la vita e non l’avrai”» (Discorsi 350/B). Vi è in particolare una famosa pagina di Giovanni Crisostomo, che vale la pena citare per esteso: «Vuoi onorare il corpo del Salvatore? Non trascurare la sua nudità. Non onorarlo in chiesa con vesti di seta, mentre lo lasci fuori intirizzito dal freddo e nudo. Colui che ha detto: “Questo è il mio corpo” (Mc 14,22 e par.; 1Cor 11,24) e che con la sua parola ha confermato il fatto, è lo stesso che ha detto: “Mi avete visto affamato e non mi avete dato da mangiare”(cf. Mt 25,42.44) e “Ciò che non avete fatto a uno di questi più piccoli, non lo avete fatto a me” (Mt 25,45). Il corpo di Cristo che sta sull’altare non ha bisogno di mantelli, ma di un cuore puro; quello che sta fuori, invece, ha bisogno di molta cura (Omelie su Matteo 50,3)».
Gli affamati, coloro che, se non saziati, rischiano di morire, sono per i cristiani non solo il “sacramento” di Cristo, ma i “vicari di Cristo”, come li definiva il medioevo cristiano. Proprio su questa misericordia corporale si gioca la salvezza delle nostre vite di credenti. Il giudizio avviene qui e ora per ciascuno di noi, quando di fronte all’affamato siamo chiamati a sentire tutta la nostra responsabilità di fratelli in umanità: se non condividiamo il cibo con lui, diventiamo assassini, siamo come Caino che ha negato e ucciso il fratello (cf. Gen 4,8).
Purtroppo, dopo la stagione dei padri, è sceso un certo silenzio su questa esigenza, che è passata in secondo piano e appare solo come opera straordinaria nel tempo della quaresima o nel caso di situazioni imposte all’attenzione generale dai mass media. Eppure ogni giorno muoiono di fame molti nostri fratelli e sorelle in umanità, non meno degni di noi di una vita buona, immersi in una povertà che li rende senza voce, in una miseria che li nasconde, in una solitudine anonima che li rende solo un “numero” di vittime, senza un volto e senza la possibilità di riconoscimento. Ebbene, il grido dell’affamato sale a Dio di per sé, senza bisogno di essere supportato dalla preghiera di qualcuno (cf. Sir 35,21), e Dio nel giudizio si farà vendicatore di questi affamati, che allora saranno saziati (cf. Lc 1,53), perché la sua opera consiste nell’«abbattere i potenti dai troni, innalzare gli umili e rimandare i ricchi a mani vuote» (cf. Lc 1,52-53). Nel giudizio gli affamati, che saranno nello spazio di Dio, vedranno di fronte a sé quanti li hanno saziati e quanti invece non si sono accorti di loro; allora sentiranno il Figlio dell’uomo dire: «Venite, benedetti del Padre mio!» (Mt 25,34) e «Via, lontano da me, maledetti!» (Mt 25,41). La beatitudine di Gesù secondo Luca – «Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati» (Lc 6,21) – resta come una promessa che sta davanti a noi ogni giorno e risuona come un memoriale quando incontriamo un affamato: o gli diamo vita oppure lo uccidiamo, non c’è una terza possibilità…
Io credo che dovremmo avere questa consapevolezza soprattutto a ogni eucaristia che celebriamo: accogliamo il dono del pane, perché sappiamo condividere il pane. Questa è la prima verità dell’eucaristia da assumere, nella consapevolezza che, se esiste la fame, la nostra celebrazione eucaristica è in qualche modo non pienamente realizzata. Che fare dunque? È molto semplice e umanissimo: abbiamo uno stipendio, con il quale viviamo noi e la nostra famiglia, e di esso alla fine del mese avanza qualcosa; invece di metterlo in banca come risparmio, diamolo a un’organizzazione seria che pensi ai poveri, costruendo per loro reti di acqua potabile, aiutandoli in ambito agroalimentare, nell’assistenza medica… e prima di tutto nel fornire loro cibo da mangiare per vivere. Tutti ormai conosciamo le cifre della fame nel mondo fornite dalla Fao, tutti sappiamo cosa si deve fare perché soprattutto i bambini possano vivere e non morire di fame: basta poco, basta la nostra volontà! Ma il giudizio sarà impietoso verso il peccato di omicidio dei fratelli e delle sorelle. Avere cibo e beni abbondanti e non condividerli è un peccato che invoca giustizia davanti al trono di Dio, è un peccato grave che causa la morte di altri esseri umani come noi, è una bestemmia verso colui che chiamiamo “Padre nostro” (Mt 6,9) e al quale chiediamo: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano» (Mt 6,11). E lui dovrebbe darlo a noi, se noi non lo diamo a chi ha fame?

top

Biografia

Enzo Bianchi nasce a Castel Boglione, in provincia di Asti, il 3 marzo 1943. Dopo gli studi alla facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Torino, nel 1965 si reca a Bose, una frazione abbandonata del comune di Magnano sulla Serra di Ivrea, con l’intenzione di dare inizio a una comunità monastica. Raggiunto nel 1968 dai primi fratelli e sorelle, scrive la regola della comunità. È tuttora priore della comunità, che conta un’ottantina di membri tra fratelli e sorelle di sei diverse nazionalità ed è presente, oltre che a Bose, anche a Gerusalemme (Israele), Ostuni (Brindisi), Assisi e San Gimignano.
E’ membro dell’Académie Internationale des Sciences Religieuses (Bruxelles) e dell’International Council of Christians and Jews (Londra).
Fin dall’inizio della sua esperienza monastica, Enzo Bianchi ha coniugato la vita di preghiera e di lavoro in monastero con un’intensa attività di predicazione e di studio e ricerca biblico-teologica che l’ha portato a tenere lezioni, conferenze e corsi in Italia e all’estero (Canada, Giappone, Indonesia, Hong Kong, Bangladesh, Repubblica Democratica del Congo ex-Zaire, Ruanda, Burundi, Etiopia, Algeria, Egitto, Libano, Israele, Portogallo, Spagna, Francia, Belgio, Paesi Bassi, Svizzera, Germania, Ungheria, Romania, Grecia, Turchia), e a pubblicare un consistente numero di libri e di articoli su riviste specializzate, italiane ed estere (Collectanea Cisterciensia, Vie consacrée, La Vie Spirituelle, Cistercium, American Benedictine Review).
E’ opinionista e recensore per i quotidiani La Stampa e Avvenire, membro del comitato scientifico del mensile Luoghi dell’infinito, titolare di una rubrica fissa su Famiglia Cristiana, collaboratore e consulente per il programma “Uomini e profeti” di Radiotre. Fa inoltre parte della redazione della rivista teologica internazionale “Concilium” e della redazione della rivista biblica “Parola Spirito e Vita”, di cui è stato direttore fino al 2005.
Nel 2009 ha ricevuto il “Premio Cesare Pavese” e il “Premio Cesare Angelini” per il libro “Il pane di ieri”.
Ha partecipato come “esperto” nominato da Benedetto XVI ai Sinodi dei vescovi sulla “Parola di Dio” (ottobre 2008) e sulla “Nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana” (ottobre 2012).
Il 22 luglio 2014 papa Francesco lo ha nominato Consultore del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani.

top

Parole chiave:
Cristianesimo - Misericordia - Povertà - Solidarietà

Stampa

© 2016 - Fondazione Alessandra Graziottin

FAIR USE: Il contenuto di questo lavoro è a libera disposizione per il download, la stampa e la lettura a titolo strettamente personale e senza scopo di lucro. Ogni citazione per finalità didattiche e/o scientifiche dovrà riportare il titolo del documento, il nome dell'autore (o degli autori), i dati del libro o della rivista da cui il lavoro è tratto, e l'indirizzo del sito (www.fondazionegraziottin.org).

ATTENZIONE: Ogni terapia va individualizzata e monitorata in ciascuna paziente dal medico specialista esperto nel campo. Queste schede informative non possono in alcun modo sostituirsi al rapporto medico-paziente, né essere utilizzate senza esplicito parere medico