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La vita e la morte: nodi centrali dell’esistenza

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La vita e la morte: nodi centrali dell’esistenza
15/09/2021

Tratto da:
Walt Whitman, Foglie d’erba. Testo inglese a fronte, Bur, 1988

Guida alla lettura

Questa lirica di Walt Whitman, apparsa per la prima volta sul New York Herald del 23 maggio 1888, coglie con assoluta precisione il fondamento di gran parte del nostro soffrire: non riuscire a dare un senso convincente alla vita, e alla morte. Per troppe persone, la prima scorre alla superficie delle cose e scolora nell’insignificanza dei giorni e delle azioni; la seconda incombe come un equivoco irrisolto, un fantasma pauroso, un rimosso gigantesco e implacabile.
Uomo di lettere e di solidarietà, povero secondo le logiche del mondo e ricchissimo di cuore e di sguardo, Whitman dissemina in «Foglie d’erba», la sua opera più importante, numerosi indizi della propria personale risposta a questo dilemma ossessivo, sempre attuale, trasmesso senza sostanziali progressi da ogni generazione alle successive.
In «Canto di me stesso», il poemetto più lungo e più rappresentativo delle «Foglie», scriva per esempio due gruppi di versi fondamentali: «Io penso che una foglia d’erba non sia meno importante di tutto il percorso quotidiano degli astri, / e ugualmente perfetta è la formica, e il granello di sabbia, e l’uovo dello scricciolo, / e l’ila arborea è uno capolavoro tra i più alti, / e il rovo potrebbe adornare i salotti del cielo, / la minima giuntura della mano può beffarsi di qualunque meccanismo, / e la mucca che sgranocchia a testa bassa supera ogni statua, / e un topolino è un miracolo bastante a far vacillare sestilioni di miscredenti» (Canto di me stesso, 31, 663-669); e ancora: «Ascolto e vedo Dio in ogni oggetto, eppure non capisco minimamente Dio, / né che possa esserci qualcuno di più meraviglioso di me stesso» (Canto di me stesso 48, 1281-1282). La celebrazione dell’essere umano, allargata all’universalità dei viventi, torna in un componimento di «Sabbie a settant’anni»: «Umile il tema del mio canto, ma il più alto – ossia l’Io di ciascuno – la semplice, distinta persona (…) E la Donna, alla pari con l’Uomo, io canto» (a beneficio di chi crede che un certo tipo di sensibilità sia figlia dei nostri tempi, non sarà superfluo ricordare che anche questi versi, così attuali nel riconoscimento di una parità costitutiva, ontologica fra uomini e donne, risalgono al 1888).
Dunque, che cosa fa Whitman per trovare quel senso introvabile alle radici del vivere e del morire? Ci ammonisce circa l’essenziale importanza dello stupore: stupirsi per il filo d’erba, il granello di sabbia, l’uovo dell’uccellino, così come per noi stessi, è il primo passo per cogliere la bellezza della vita, una bellezza che prorompe dall’essere come acqua da una faglia, abbondante e gratuita; e per capire che la morte è il passaggio indispensabile perché nuova bellezza, nuovo essere, nuovo stupore subentrino a ciò che con il tempo invecchia e perde il proprio smalto, la propria luce.
Non è facile aderire a una visione di questo tipo. Autori di genio come Sartre hanno colto nella sovrabbondanza dell’essere le radici della nausea; altri, come Leopardi, hanno scorto nell’avvicendamento degli esseri un atroce e indifferente meccanismo di produzione e distruzione. E anche noi, che di genio non siamo, fatichiamo ad accontentarci di far parte di un teatro destinato a un fulgore effimero, all’eterno rinnovamento. Ma certamente ogni attimo di incanto per ciò che ci circonda, per ciò che noi stessi siamo, può poco per volta educarci a cogliere in pienezza le cose e, proprio per questo, a lasciarle andare quando il tempo è maturo: anche la Bibbia insegna che le morti più serene sono quelle dei vecchi “sazi dei giorni”, sazi di tutto, perché tutto hanno saputo gustare. L’ammaestramento di Walt Whitman vive allora in noi come un lascito prezioso, come la parola di un grande sapiente, limpida nella luce dell’arte, efficace nella verità delle cose credute sino in fondo.

Vita e Morte

I due antichi, semplici problemi sempre intrecciati,
ossessivi, sfuggenti, attuali, schivati, aggrediti.
Da ogni età che si sussegue irrisolti, trasmessi
oggi alla nostra — e noi al pari li trasmetteremo.

Life and Death

The two old, simple problems ever intertwined,
Close home, elusive, present, baffled, grappled.
By each successive age insoluble, pass’d on,
To ours to-day — and we pass on the same.

Biografia

La sua poesia più famosa – O Capitano! mio Capitano! – è arrivata fin dove normalmente le poesie non giungono mai, anche in mezzo a chi non ha alcuna sensibilità per le profondità dei versi lirici: cioè è arrivata proprio a tutti grazie a un film bellissimo, “L’attimo fuggente”, con Robin Williams. Anche se pochissimi conoscono il resto di questa poesia di Walt Whitman, che poi prosegue e scolora nell’angoscia:

O Capitano! mio Capitano! il nostro viaggio tremendo è finito,
La nave ha superato ogni tempesta, l’ambito premio è vinto,
Il porto è vicino, odo le campane, il popolo è esultante,
Gli occhi seguono la solida chiglia, l’audace e altero vascello;
Ma o cuore! cuore! cuore!
O rosse gocce sanguinanti sul ponte
Dove è disteso il mio Capitano
Caduto, morto, freddato.

Walt Whitman, con Emily Dickinson, è uno dei poeti più importanti degli Stati Uniti, considerato il padre della poesia nordamericana, il primo ad avere utilizzato i versi liberi. Barba lunga, bianca, che ricorda uno dei grandi geni della storia della musica, Johannes Brahms, nasce il 31 maggio 1819 a West Hill, Stato di New York. Si sono da poco celebrati in tutto il mondo letterario i cent’anni dalla nascita. Padre operaio, famiglia di nove figli, lui è il secondogenito. E così il bambino Walt finisce per andare a lavorare presto, prestissimo. Dà una mano a sbarcare il lunario. Inizia a 12 anni e, si potrebbe dire destino, comincia da una tipografia, dove, evidentemente, lo folgora la parola scritta.
E’ un bambino diverso dagli altri: legge Omero, Dante, Shakespeare. La sua preparazione letteraria si rivela robusta e precoce, tanto che già a 17 anni sale in cattedra per fare l’insegnante. Inizia a scrivere, diventa giornalista, fonda anche un settimanale con le cronache di Manhattan e Brooklyn, poi svolge la professione a New Orleans, e infine torna a New York: anni in cui mette su carta le prime liriche.
E’ nel 1855, a 36 anni, mentre nel resto del Paese si allarga la Frontiera e si diffonde il mito dell’America western, che pubblica la prima versione di “Foglie d’erba”, Leaves of grass, il titolo della più sua conosciuta raccolta. L’opera esce nel giorno dell’Indipendenza, il 4 luglio, con dodici poesie, poi diventate 33 in una seconda edizione, alla quale Whitman aggiunge altre 124 liriche in una terza edizione.
Una vita di poesia alternata a una generosa attività di volontariato, nonostante lo stipendio modesto: durante la Guerra civile americana, combattuta dal 1861 al 1865 fra gli Stati Uniti d’America e gli Stati Confederati d’America, nordisti e sudisti, visita i feriti negli ospedali. La sofferenza che vede tornare dal campo di battaglia incide la sua sensibilità di artista e poeta, spingendolo a scrivere e a riflettere sui temi esistenziali che ruotano intorno al dolore e alla morte: la lirica che abbiamo scelto, “Continuità”, ne è un esempio luminoso.
Whitman è piegato umanamente dalle conseguenze della guerra. Rimane a lavorare negli ospedali, vive di giornalismo e di modesti diritti d’autore. Spende i soldi che gli rimangono per portare cibo e medicinali ai pazienti, ai feriti, ai mutilati, ai moribondi. Lo aiutano a sopravvivere altri letterati, americani e inglesi.
Finalmente, nel 1882, a 63 anni, dà alle stampe la versione definitiva di “Foglie d’erba”, i cui diritti, e la fama ormai raggiunta, gli permettono di acquistare una casa di proprietà, un’abitazione di legno a due piani. Lì consuma gli anni della vecchiaia, dopo una paralisi che lo aveva già colpito a 54 anni, stesso anno in cui scompare la madre, evento che lo lascia nella più profonda depressione. Muore il 26 marzo 1892 per una polmonite.
Tra i versi dei suoi ultimi anni:

Sussurri di morte celeste odo sommessi,
labiali dicerie della notte, sibilanti corali,
passi che gentilmente salgono, mistiche brezze dall’alito mite e soave,
gorgoglii di fiumi invisibili, flussi d’una corrente che scorre, eternamente
scorre (o è sciacquettio di lacrime? Le smisurate acque delle lacrime umane?).

(A cura di Pino Pignatta)
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