Fondazione Alessandra Graziottin onlus - per la cura del dolore nella donna Fondazione Alessandra Graziottin
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26/06/2019

Dopo l'inverno, torna sempre la primavera


Tratto da:
Walt Whitman, Foglie d’erba. Testo inglese a fronte. Edizione bilingue, I Meridiani, Mondadori, 2017


Guida alla lettura

Tempo eterno, tempo circolare. Si potrebbe dire, tempo nietzschiano. E dunque tempo dell’essere senza fine, consolatore, occasione sempre rinnovata di riscatto, terreno fertile e generoso di nuove erbe, fiori, frutti e grano: i simboli più luminosi e caldi della vita. Tutto questo canta Walt Whitman, poeta americano dell’Ottocento, in una delle sue liriche più famose, “Continuità”.
«Nulla è mai veramente perduto», esordisce il primo verso, come uno squillo di tromba. E poco dopo precisa: neppure la forza e la vita sono realmente destinate a spegnersi, nonostante il mutare delle condizioni e degli scenari. Non ci facciamo confondere dalla apparenze, avverte Whitman, quasi con severità.
Decodifichiamo: non è che il poeta neghi, o non veda, l’inesorabilità del trascorrere del tempo. Sa bene che i nostri giorni individuali sono destinati a esaurirsi. Ma quel corpo «lento, invecchiato, freddo», quella luce degli occhi «divenuta tenue» voglion dire che, sino a quando abbiamo un alito di vita, c’è speranza, c’è una possibilità di riscatto dal dolore e dal non-senso, così come a ogni tramonto segue una nuova aurora, e alle zolle gelate dell’inverno una nuova fioritura.
Lo stile di Whitman è limpido e lineare; il lessico è sorvegliato e sostenuto, ma privo di compiacimenti letterari. Il verso libero, ossia sganciato dai condizionamenti metrici e prosodici della tradizione, segnala una notevole audacia formale, per i tempi. La radice autobiografica dei pensieri è profonda: pur assillato da ristrettezze di ogni tipo, Whitman non rinunciò mai ad aiutare gli altri, ritrovando ogni giorno la forza di fare il bene ai disperati della sua terra – controprova esistenziale di quella incrollabile fiducia nel ritorno della primavera.

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Nulla è mai veramente perduto,
o può essere perduto,
nessuna nascita, forma, identità
nessun oggetto del mondo,
né vita, né forza, né alcuna cosa visibile;
l’apparenza non deve ingannare,
né l’ambito mutato confonderti il cervello.
Vasti sono il tempo e lo spazio
vasti i campi della Natura.
Il corpo lento, invecchiato, freddo
le ceneri rimaste dai fuochi di un tempo,
la luce degli occhi divenuta tenue,
tornerà puntualmente a risplendere;
il sole ora basso a occidente
sorge costante per mattini e meriggi;
alle zolle gelate sempre ritorna
la legge invisibile della primavera,
con l’erba e i fiori e i frutti estivi e il grano.

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Biografia

La sua poesia più famosa – O Capitano! mio Capitano! – è arrivata fin dove normalmente le poesie non giungono mai, anche in mezzo a chi non ha alcuna sensibilità per le profondità dei versi lirici: cioè è arrivata proprio a tutti grazie a un film bellissimo, “L’attimo fuggente”, con Robin Williams. Anche se pochissimi conoscono il resto di questa poesia di Walt Whitman, che poi prosegue e scolora nell’angoscia:

O Capitano! mio Capitano! il nostro viaggio tremendo è finito,
La nave ha superato ogni tempesta, l’ambito premio è vinto,
Il porto è vicino, odo le campane, il popolo è esultante,
Gli occhi seguono la solida chiglia, l’audace e altero vascello;
Ma o cuore! cuore! cuore!
O rosse gocce sanguinanti sul ponte
Dove è disteso il mio Capitano
Caduto, morto, freddato.

Walt Whitman, con Emily Dickinson, è uno dei poeti più importanti degli Stati Uniti, considerato il padre della poesia nordamericana, il primo ad avere utilizzato i versi liberi. Barba lunga, bianca, che ricorda uno dei grandi geni della storia della musica, Johannes Brahms, nasce il 31 maggio 1819 a West Hill, Stato di New York. Si sono da poco celebrati in tutto il mondo letterario i cent’anni dalla nascita. Padre operaio, famiglia di nove figli, lui è il secondogenito. E così il bambino Walt finisce per andare a lavorare presto, prestissimo. Dà una mano a sbarcare il lunario. Inizia a 12 anni e, si potrebbe dire destino, comincia da una tipografia, dove, evidentemente, lo folgora la parola scritta.
E’ un bambino diverso dagli altri: legge Omero, Dante, Shakespeare. La sua preparazione letteraria si rivela robusta e precoce, tanto che già a 17 anni sale in cattedra per fare l’insegnante. Inizia a scrivere, diventa giornalista, fonda anche un settimanale con le cronache di Manhattan e Brooklyn, poi svolge la professione a New Orleans, e infine torna a New York: anni in cui mette su carta le prime liriche.
E’ nel 1855, a 36 anni, mentre nel resto del Paese si allarga la Frontiera e si diffonde il mito dell’America western, che pubblica la prima versione di “Foglie d’erba”, Leaves of grass, il titolo della più sua conosciuta raccolta. L’opera esce nel giorno dell’Indipendenza, il 4 luglio, con dodici poesie, poi diventate 33 in una seconda edizione, alla quale Whitman aggiunge altre 124 liriche in una terza edizione.
Una vita di poesia alternata a una generosa attività di volontariato, nonostante lo stipendio modesto: durante la Guerra civile americana, combattuta dal 1861 al 1865 fra gli Stati Uniti d’America e gli Stati Confederati d’America, nordisti e sudisti, visita i feriti negli ospedali. La sofferenza che vede tornare dal campo di battaglia incide la sua sensibilità di artista e poeta, spingendolo a scrivere e a riflettere sui temi esistenziali che ruotano intorno al dolore e alla morte: la lirica che abbiamo scelto, “Continuità”, ne è un esempio luminoso.
Whitman è piegato umanamente dalle conseguenze della guerra. Rimane a lavorare negli ospedali, vive di giornalismo e di modesti diritti d’autore. Spende i soldi che gli rimangono per portare cibo e medicinali ai pazienti, ai feriti, ai mutilati, ai moribondi. Lo aiutano a sopravvivere altri letterati, americani e inglesi.
Finalmente, nel 1882, a 63 anni, dà alle stampe la versione definitiva di “Foglie d’erba”, i cui diritti, e la fama ormai raggiunta, gli permettono di acquistare una casa di proprietà, un’abitazione di legno a due piani. Lì consuma gli anni della vecchiaia, dopo una paralisi che lo aveva già colpito a 54 anni, stesso anno in cui scompare la madre, evento che lo lascia nella più profonda depressione. Muore il 26 marzo 1892 per una polmonite.
Tra i versi dei suoi ultimi anni:

Sussurri di morte celeste odo sommessi,
labiali dicerie della notte, sibilanti corali,
passi che gentilmente salgono, mistiche brezze dall’alito mite e soave,
gorgoglii di fiumi invisibili, flussi d’una corrente che scorre, eternamente
scorre (o è sciacquettio di lacrime? Le smisurate acque delle lacrime umane?).

(A cura di Pino Pignatta)

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Parole chiave:
Letteratura - Poesia - Resurrezione - Solidarietà - Speranza

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