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La vera essenza del perdono

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18/04/2018

Tratto da:
Enzo Bianchi, La vera essenza del perdono, Jesus, aprile 2018

Guida alla lettura

In questa densa ed esemplare riflessione Enzo Bianchi, fondatore della comunità monastica di Bose, spiega qual è il vero significato del perdono cristiano e le difficoltà obiettive che il credente può incontrare nell’obbedire al comando che Gesù ha impartito di perdonare chi ci fa del male e di pregare per i nemici.
Quattro gli snodi essenziali del ragionamento. Primo: perdonare non è un obbligo di cui rendere conto all’opinione pubblica, come sembra insinuare l’insistenza prova di pudore con cui certi giornalisti intervistano le vittime di atti criminosi. Secondo: il perdono non è dimenticanza del male subìto, né un’assoluzione a buon mercato di chi ci ha procurato sofferenza e dolore. Esistono atti inescusabili rispetto ai quali il perdono, per il credente, non può che essere il frutto dell’opera dello spirito di Dio nel cuore della vittima innocente: dunque, un vero e proprio miracolo. Terzo: perdonare può richiedere molto tempo, e anche una silenziosa presa di distanza da chi ci ha ferito, senza che questo debba essere vissuto come uno scandalo o una contraddizione al vangelo; l’essenziale – e forse è questa la vera essenza del perdono, anche in un’ottica laica – è che non si risponda al male subìto ledendo a propria volta l’integrità fisica e psichica del colpevole. Quarto: il perdono vero e profondo va messo nelle mani di Dio, evitando un protagonismo spirituale che potrebbe addirittura configurarsi come atto di orgoglio. Gesù stesso, sulla croce, non ha perdonato direttamente i suoi aguzzini, ma con umiltà ha chiesto al Padre di farlo.
In sintesi: il perdono non è un atto facile e superficiale, e a volte può essere impossibile. L’importante è evitare la logica della faida, non rispondere al male con il male, e in questo senso l’insegnamento di Cristo può essere significativo anche per chi non crede, perché la moltiplicazione del male è un fatto negativo in assoluto, che tutti siamo chiamati a scongiurare.
I cristiani che vogliono vivere quotidianamente e concretamente il Vangelo di Gesù sanno che una delle difficoltà più grandi che incontrano è la pratica del perdono. Gesù è stato molto chiaro al riguardo: «Amate i vostri nemici, perdonate a chi vi ha fatto del male, pregate per i vostri persecutori» (cf. Mc 11,25; Mt 5,44-45; Lc 6,27-28.35-37).
Il perdono richiesto da Gesù settanta volte sette (cf. Mt 18,22), cioè sempre rinnovato nei confronti di chi fa il male, è l’apice della legge dell’amore del prossimo, e dobbiamo essere grati agli ebrei i quali, fondandosi sulle Scritture dell’Antico Testamento, giudicano questo perdono a volte impossibile per noi uomini e donne, impossibile come l’amore verso il nemico. Oggi assistiamo addirittura a una mancanza di rispetto e di pudore, quando soprattutto i giornalisti chiedono alle vittime se perdonano quanti hanno fatto loro del male. Come se il perdono coincidesse con una dichiarazione verbale fatta pubblicamente e carpita come una confessione di bontà o una risposta dura, in entrambi i casi a favore di telecamera…
Mi pare però che i cristiani non sempre comprendano cosa sia il vero perdono umano, conforme alla richiesta di Gesù. Innanzitutto il perdono non può essere dimenticanza del male che ci è stato fatto, perché il male è male, va riconosciuto e giudicato come tale, quindi non va rimosso. Ma il perdono non significa neanche scusare chi ha compiuto il male: la scusa è richiesta quando il male è involontario; quando invece il male scaturisce da atti responsabili, da parole pronunciate da parte di chi è pienamente padrone della propria lingua, allora le scuse non valgono. Scusare significherebbe in questo caso fare del malfattore un irresponsabile, uno che ha compiuto il male senza saperlo. No, ci sono atti malvagi che sono inescusabili e non devono essere coperti con spiegazioni psicologiche o con parole che non riconoscono l’altro quale soggetto responsabile. Agendo in questo modo, si coprirebbe il male, lo si manipolerebbe, rendendo la vittima addirittura complice. Questa dunque non è la via del perdono, anche se appare come la via più facile e breve. Vladimir Jankélévitch ha scritto pagine penetranti e convincenti sull’“imperdonabile”, che sono essenziali per comprendere la grazia e il perdono a caro prezzo.
Il perdono deve invece sempre affermare la verità e non deve arrestarsi in una regione nebbiosa in cui non si discerne ciò che è male. Proprio per questo il perdono abbisogna di un lungo cammino e di molto tempo. Ci vogliono mesi e anche anni affinché il perdono diventi un atto veramente umano e dunque cristiano. Se qualcuno mi fa del male che mi ferisce profondamente, prima di dirgli: «Ti perdono», devo imparare a non rispondere con il male, a non volere una rivalsa o una vendetta. A volte per disarmarsi è necessaria una distanza, uno stare lontano da chi è armato; a volte occorre un lungo silenzio, perché si è troppo fragili per rispondere; a volte occorre confessare a se stessi che per ora, non per sempre, è impossibile perdonare. Non si dimentichi che nella tradizione cristiana, anche nel matrimonio e ancor più nel contesto familiare allargato o nell’amicizia, prendere le distanze e separarsi è augurabile al fine di non entrare in spirali infernali. Una persona ha sempre il diritto e anche il dovere di difendersi non con la violenza, non rispondendo con le armi della lingua, ma con il silenzio e la distanza, lasciando che il tempo operi ciò che nell’immediato resta impossibile.
Perdonare sempre e subito può anche essere una tentazione di orgoglio e di protagonismo spirituale: sono talmente buono che perdono! Non si dimentichi che Gesù in croce, rivolto ai carnefici, non ha detto: «Io vi perdono», ma ha invocato Dio: «Padre, perdona loro!» (Lc 23,34). Con umiltà ha chiesto al Padre di perdonare, affidando a lui l’atto radicale del perdono di cui solo Dio può essere soggetto. Il perdono è faticoso, difficile, e quando avviene è un vero e proprio miracolo, un’azione dello Spirito di Dio, sigillo della misericordia.

Biografia

Enzo Bianchi nasce a Castel Boglione, in provincia di Asti, il 3 marzo 1943. Dopo gli studi alla facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Torino, nel 1965 si reca a Bose, una frazione abbandonata del comune di Magnano sulla Serra di Ivrea, con l’intenzione di dare inizio a una comunità monastica. Raggiunto nel 1968 dai primi fratelli e sorelle, scrive la regola della comunità. E’ stato priore dalla fondazione del monastero sino al 25 gennaio 2017: gli è succeduto Luciano Manicardi. La comunità oggi conta un’ottantina di membri tra fratelli e sorelle di sei diverse nazionalità ed è presente, oltre che a Bose, anche a Gerusalemme (Israele), Ostuni (Brindisi), Assisi e San Gimignano.
E’ membro dell’Académie Internationale des Sciences Religieuses (Bruxelles) e dell’International Council of Christians and Jews (Londra).
Fin dall’inizio della sua esperienza monastica, Enzo Bianchi ha coniugato la vita di preghiera e di lavoro in monastero con un’intensa attività di predicazione e di studio e ricerca biblico-teologica che l’ha portato a tenere lezioni, conferenze e corsi in Italia e all’estero (Canada, Giappone, Indonesia, Hong Kong, Bangladesh, Repubblica Democratica del Congo ex-Zaire, Ruanda, Burundi, Etiopia, Algeria, Egitto, Libano, Israele, Portogallo, Spagna, Francia, Belgio, Paesi Bassi, Svizzera, Germania, Ungheria, Romania, Grecia, Turchia), e a pubblicare un consistente numero di libri e di articoli su riviste specializzate, italiane ed estere (Collectanea Cisterciensia, Vie consacrée, La Vie Spirituelle, Cistercium, American Benedictine Review).
E’ opinionista e recensore per i quotidiani La Stampa e Avvenire, membro del comitato scientifico del mensile Luoghi dell’infinito, titolare di una rubrica fissa su Famiglia Cristiana, collaboratore e consulente per il programma “Uomini e profeti” di Radiotre. Fa inoltre parte della redazione della rivista teologica internazionale “Concilium” e della redazione della rivista biblica “Parola Spirito e Vita”, di cui è stato direttore fino al 2005.
Nel 2009 ha ricevuto il “Premio Cesare Pavese” e il “Premio Cesare Angelini” per il libro “Il pane di ieri”.
Ha partecipato come “esperto” nominato da Benedetto XVI ai Sinodi dei vescovi sulla “Parola di Dio” (ottobre 2008) e sulla “Nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana” (ottobre 2012).
Il 22 luglio 2014 papa Francesco lo ha nominato Consultore del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani.
Parole chiave di questo articolo
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Il dolore e la spiritualità

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