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Il perdono: atto difficile e innaturale che apre alla vita

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23/05/2012

Tratto da: Enzo Bianchi, Mio persecutore, mio maestro. La Stampa, 1° novembre 2002

Si ringrazia l’Autore per la gentile concessione

Guida alla lettura

In questo brano Enzo Bianchi affronta un tema estremamente spinoso, e più che mai di attualità nella nostra epoca: quello della sofferenza ingiusta, subita ad opera «dell’assassino, del persecutore, del terrorista», e del perdono che, secondo l’etica cristiana, si dovrebbe sempre concedere a chi ci fa del male.
Due i caposaldi della riflessione. Primo: il perdono non è un’operazione banale, da attuare a cuor leggero, e men che meno con esibizione, ma il punto di arrivo di un processo innaturale e faticoso, «un atto di umanizzazione dell’altro e di se stessi, un gesto di speranza negli altri e, dunque, in una comunità di uomini migliore, in una terra meglio abitata». Va dunque bandita senza cedimenti la morbosità con cui spesso, soprattutto di fronte alle telecamere, si sollecita da parte delle vittime un perdono immaturo e intempestivo verso i carnefici: il perdono non è un atto automatico, e nessuno può imporlo al diretto interessato. Secondo: nonostante le difficoltà che lo caratterizzano, per i cristiani il perdono «non è un atteggiamento opzionale, ma semplice e puntuale obbedienza alle parole precise di Gesù». E ciò che è impossibile per l’uomo diventa possibile attingendo alle stesse forze di Cristo, a quella sovrannaturale forma di energia che i credenti chiamano “Spirito Santo”.
La meditazione di Enzo Bianchi rispecchia ovviamente una visione di fede, e come tale è pienamente eloquente solo per gli uomini e le donne che credono in Dio: ma anche per loro riteniamo che possa essere originale e illuminante, perché mai come nel nostro tempo il tema del perdono è stato così manipolato e tradotto in un “atto dovuto”. Però le parole di Bianchi possono raggiungere davvero il cuore di tutti, laici e credenti, laddove citano il contenuto di un bigliettino rinvenuto dopo la guerra nel campo di concentramento di Ravensbrück, nel quale un ignoto chiede a Dio di ricordare non già il male efferato compiuto in quel luogo, ma «la fraternità, la lealtà, l’umiltà, il coraggio, la generosità, la grandezza di cuore che sono fioriti da tutto ciò che abbiamo patito». Dalla sofferenza elaborata e superata possono nascere frutti d’amore, e questi frutti potranno un giorno originare il perdono – anzi, “essere perdono” – anche per i carcerieri e gli aguzzini. Allo stesso modo, nella nostra vita, rispondere al male con il bene – ciascuno nei limiti delle proprie forze e nella specificità di ogni singola situazione – può lenire il dolore e aprire al futuro, in una rinnovata speranza di vita.
Siamo sempre più frequentemente confrontati con eventi luttuosi causati dagli uomini, eventi in cui il “nemico” assume un volto preciso, il volto dell’assassino, del persecutore, del terrorista, il volto del seminatore di morte. E sovente sorge la domanda, a volte posta in modo morboso e intempestivo, se le vittime o i loro cari possano perdonare l’autore del crimine; a volte i cristiani coinvolti nel tragico evento si raccolgono in celebrazioni liturgiche in cui risuonano anche preghiere per chi si è fatto seminatore di morte. Perdonare il nemico, pregare per l’assassino non sono sentimenti e atteggiamenti naturali, ma il risultato di un lungo e doloroso processo personale capace di mutare il cuore in profondità: proprio per questo non andrebbero mai ostentati, non dovrebbero mai diventare “scena” esibita, fosse anche scena religiosa. Il rischio, infatti, è di rimuovere la verità profonda che ci abita per apparire protagonisti e magnanimi perché capaci di perdonare l’assassino, il terrorista, colui che ci ha brutalmente privato delle persone che amiamo e che sono parte della nostra vita.
L’odio esiste, può abitare il cuore dell’uomo, e così il sentimento di vendetta, quando si sperimenta la condizione della vittima innocente. Ma per dominare questi impulsi occorre un lungo lavoro su di sé in cui l’odio è represso, la responsabilità è assunta, il rancore e il gusto della vendetta sono combattuti. Questo, per i cristiani – va detto con assoluta fermezza – non è un atteggiamento opzionale, ma è semplice e puntuale obbedienza alle parole precise di Gesù che essi confessano come il definitivo interprete della volontà di Dio: anzi, si potrebbe affermare che questo è un tratto specifico proprio della predicazione di Gesù. Infatti, nella tradizione ebraica precedente e contemporanea a lui, non esiste questo precetto dell’amore per il nemico né il divieto di vendetta: anche maestri del pensiero ebraico moderno, come J. Klausner e D. Flusser, lo hanno riconosciuto, giudicando tuttavia utopica, impossibile da viversi, questa norma di Gesù. Va notato che già la Torah chiedeva: «Tu non coverai odio verso il tuo fratello... tu non ti vendicherai...» (Levitico 19,17), ma non si trovano precetti di amore verso il nemico, il persecutore. Nei libri sapienziali, poi, il nemico di Dio deve diventare personale nemico del credente (Salmo 139,21) e al peccatore non va prestato nessun aiuto (Siracide 12,4-7). Gesù contraddice con autorità false tradizioni e interessate interpretazioni della Legge: «Udiste che fu detto... ma io vi dico...»; ed esorta: «Porgi l’altra guancia a chi ti percuote... lascia il mantello a chi ti toglie la tunica... amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano... pregate per i vostri persecutori» (Matteo 5,45-47 e Luca 6,27-28).
Questo il comando assoluto, senza casistiche, dato da Gesù ai suoi discepoli. Ma questo amore è possibile, è praticabile? Questo comandamento non chiede solo un atteggiamento caritatevole verso il nemico, ma esige un amore simultaneo all’odio mostratomi dal nemico, un fare il bene a colui che mi sta facendo del male. Questo è impossibile alle forze umane, è innaturale, ma i cristiani credono che diventi possibile al seguito di Gesù, grazie a un dono, alle energie che vengono da Dio. In questo senso il comando dell’amore dato da Gesù – amore verso l’altro fino all’amore per il nemico – è comandamento “nuovo”, definitivo, come Gesù stesso l’ha chiamato, ed è comandamento che Gesù stesso ha vissuto fino all’estremo, fino alla morte, chiamando “amico” chi lo stava tradendo con bacio e chiedendo a Dio di perdonare – «perché non sanno quello che fanno» – coloro che l’avevano messo in croce. Gesù ha subìto su di sé l’inimicizia, ma così facendo l’ha distrutta e il nemico è diventato anch’egli fratello amato, il lontano è diventato vicino.
Allora, nella prospettiva cristiana, pregare per chi ci perseguita, benedire chi ci fa il male, perdonare chi è empio, amare chi ci odia è sempre un atto di umanizzazione dell’altro e di se stesso, un gesto di speranza negli altri e, dunque, in una comunità di uomini migliore, in una terra meglio abitata. Non demonizzare l’altro, ma umanizzarlo! Questo il vero compito di chi è offeso.
Certo, non sempre nella storia i cristiani hanno seguito fedelmente questo “specifico” della legge di Gesù. Soprattutto a livello collettivo, hanno maledetto i nemici, hanno benedetto guerre e crociate contro i nemici della cristianità e a volte hanno fatto risuonare l’istanza dell’“odierai il tuo nemico” attribuendola alla legge di Dio e, di conseguenza, leggendo il proprio nemico come nemico anche di Dio. Ma a livello personale sono stati molti i cristiani che, obbedendo al Vangelo predicato dalla stessa chiesa, non si sono vendicati e sono morti invocando il perdono per i propri assassini: da Stefano, il primo martire cristiano, ai monaci trappisti di Tibhirine in Algeria, all’umile e quotidiana suor Maria Laura di Chiavenna che, ferita a morte da due ragazze che aveva cercato di aiutare, trova ancora la forza di pregare nonostante le coltellate: «Signore, perdonale!».
Sì, vivere il cristianesimo è faticoso, è un impegno a caro prezzo che fa scandalo, ieri come oggi, anche tra gli stessi cristiani. Tutte le forze del nostro essere, tutti i nostri sentimenti, il dolore che soffriamo ci impediscono di guardare al nemico, assassino o terrorista, con un sentimento di amore, di custodia fraterna che chiede sì la sua conversione, ma anche bene e felicità. Nietzsche, pensando a questi comandi evangelici, li definiva “proposte indecenti” in cui l’impotenza appare bontà, la sottomissione obbedienza, la debolezza pazienza e perdono delle offese.
In verità, il vero grande nemico è in noi, non fuori di noi, e la lotta che con esso bisogna ingaggiare non è contro gli altri ma contro l’ingiustizia del nostro cuore, contro l’assolutizzazione del nostro io a scapito degli altri: quando appare un nemico esteriore che ci contraddice, ci rattrista, ci calunnia, ci fa del male, occorre un serio lavoro interiore per sviluppare sentimenti ed energie positive verso l’altro. Perché non fare innanzitutto del nemico un maestro? È lui, il nemico che può rivelare le mie vere debolezze più di tanti altri, lui che mi fa scoprire come sono egoista e poco disposto a essere contraddetto; ed è lui, anche, che può tirar fuori da me il meglio di me stesso, che può suscitare in me un insospettato sussulto di autenticità, che può ridestare valori e convinzioni nascoste che da tempo avevano cessato di plasmare la mia esistenza... Nella tradizione dei Padri del deserto si esortava a considerare il nemico come un maestro, un medico, un benefattore. Il nemico di oggi può essere il fratello di domani e per questo occorre pregare e – come prescritto dalla Didaché – anche digiunare. Sì, è un cammino faticoso quello del perdono, dell’amore e della preghiera per il nemico, ma è il cammino che, come diceva Giovanni Crisostomo, ci rende uguali a Dio!
Nel lager di Ravensbrück, accanto al cadavere di un bambino venne ritrovato un biglietto con questa preghiera:
«Signore, ricordati non solo degli uomini di buona volontà, ma anche di quelli di cattiva volontà. Non ricordarti di tutte le sofferenze che ci hanno afflitto. Ricordati, invece, dei frutti che noi abbiamo portato grazie al nostro soffrire: la nostra fraternità, la lealtà, l’umiltà, il coraggio, la generosità, la grandezza di cuore che sono fioriti da tutto ciò che abbiamo patito. E quando questi uomini giungeranno al giudizio, fa’ che tutti questi frutti che abbiamo fatto nascere siano il loro perdono».
Non conosciamo l’autore di queste righe, né qual era la sua fede: possiamo solo imparare che di fronte al male non bisogna contrapporre un male più grande, ma acconsentire all’umile amore, possiamo capire cosa significhi sperare sempre per ogni uomo, in ogni situazione.

Biografia

Enzo Bianchi nasce a Castel Boglione, in provincia di Asti, il 3 marzo 1943. Dopo gli studi alla facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Torino, nel 1965 si reca a Bose, una frazione abbandonata del comune di Magnano sulla Serra di Ivrea, con l’intenzione di dare inizio a una comunità monastica. Raggiunto nel 1968 dai primi fratelli e sorelle, scrive la regola della comunità. È tuttora priore della comunità, che conta un’ottantina di membri tra fratelli e sorelle di sei diverse nazionalità ed è presente, oltre che a Bose, anche a Gerusalemme (Israele) e Ostuni (Brindisi).
E’ membro dell’Académie Internationale des Sciences Religieuses (Bruxelles) e dell’International Council of Christians and Jews (Londra).
Fin dall’inizio della sua esperienza monastica, Enzo Bianchi ha coniugato la vita di preghiera e di lavoro in monastero con un’intensa attività di predicazione e di studio e ricerca biblico-teologica che l’ha portato a tenere lezioni, conferenze e corsi in Italia e all’estero (Canada, Giappone, Indonesia, Hong Kong, Bangladesh, Repubblica Democratica del Congo ex-Zaire, Ruanda, Burundi, Etiopia, Algeria, Egitto, Libano, Israele, Portogallo, Spagna, Francia, Belgio, Paesi Bassi, Svizzera, Germania, Ungheria, Romania, Grecia, Turchia), e a pubblicare un consistente numero di libri e di articoli su riviste specializzate, italiane ed estere (Collectanea Cisterciensia, Vie consacrée, La Vie Spirituelle, Cistercium, American Benedictine Review).
E’ opinionista e recensore per i quotidiani La Stampa e Avvenire, membro del comitato scientifico del mensile Luoghi dell’infinito, titolare di una rubrica fissa su Famiglia Cristiana, collaboratore e consulente per il programma “Uomini e profeti” di Radiotre. Fa inoltre parte della redazione della rivista teologica internazionale “Concilium” e della redazione della rivista biblica “Parola Spirito e Vita”, di cui è stato direttore fino al 2005.
Nel 2008 è stato invitato, in qualità di “esperto”, alla XII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi.
Parole chiave di questo articolo
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