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In fuga dalla sofferenza

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In fuga dalla sofferenza
03/03/2021

Tratto da:
Wisława Szymborska, Relazione dall’ospedale
In: La gioia di scrivere – Tutte le poesie 1945-2009, Adelphi, 2009

Guida alla lettura

In questa lirica aspra e sincera come una confessione, Wisława Szymborska rivela alla propria e alla nostra coscienza i paradossi e le tensioni che ci abitano quando dobbiamo confrontarci con la sofferenza di una persona in fin di vita. Tutti gli aspetti della prova sono passati in rassegna, in un resoconto asciutto che accumula le immagini in tre quadri: l’antefatto, la visita, il ritorno alla vita di fuori.
Nel primo quadro persone che non conosciamo, tra le quali l’io narrante, tirano a sorte chi di loro debba andare (e già questo denota l’apprensione con cui la questione viene affrontata); l’ora della visita si avvicina come il momento di un triste appuntamento, di un evento non voluto e a lungo scongiurato.
Nel secondo quadro il morente sembra al centro della scena: non risponde al saluto, ritrae la mano, non chiede degli amici di un tempo. Sino a un primo vertice del dire poetico: «Sembrava vergognarsi di morire» – quanta verità in un rapido accenno. Ma poi emerge a poco a poco l’altra impacciata figura: non sa che dire «a uno come lui», distoglie lo sguardo, pronuncia parole superflue. Ed ecco il secondo vertice: «Raccontavo del sole e mi spegnevo» – parla senza delicatezza di un altrove che all’altro non appartiene più, e intanto sente venir meno il senso stesso di esserci.
Giunge così il terzo quadro: la fuga da quel luogo di equivoci e di silenzi, il ritorno al mondo di sempre. Ogni passo è accompagnato da un esclamazione di giubilo. Ma resta quell’odore, l’odore dell’ospedale, a ricordare per sempre i fatti e il loro vissuto, a suscitare la nausea e, indoviniamo, una leggera vertigine.
Usciamo anche noi con Wisława. L’essenziale è non pensare che la sua sia solo una fantasia lirica. E però non ha importanza che i suoi versi abbiano o meno una base autobiografica: l’essenziale è capire che tutti, nella medesima situazione, potremmo reagire in quel modo insensato. Il segreto è non sentirsi cattivi (sarebbe una scorciatoia), ma umani, solo umani. E cercare, nell’angoscia di morte che per tutti ha radici profonde, di aprirsi comunque al dolore dell’altro, di dire una parola non banale, di accettare che il silenzio possa avere la meglio, nella consapevolezza che a volte esserci è, nella sua spoglia essenzialità, più importante – e più utile – della nostra ambizione di essere utili.
Tirammo a sorte chi ci doveva andare.
Toccò a me. Mi alzai dal tavolino.
L’ora della visita in ospedale si avvicinava.

Non rispose nulla al mio saluto.
Volevo prendergli la mano – la ritrasse
Come un cane affamato che non molla l’osso.

Sembrava vergognarsi di morire.
Non so cosa si dica a uno come lui.
Gli sguardi divergevano, come in un fotomontaggio.

Non disse né resta né va’ via.
Non chiese di nessuno del nostro tavolino.
Né di te, Bolek. Né di te, Tolek.
Né di te, Lolek.

Mi venne il mal di testa. Chi stava morendo a chi?
Lodavo la medicina e le tre violette nel bicchiere.
Raccontavo del sole e mi spegnevo.

Che bellezza le scale da scendere di corsa.
Che bellezza il portone che si apre.
Che bellezza voi in attesa al tavolino.

L’odore dell’ospedale mi fa venire nausea.

Biografia

«Una nota di sottile malinconia – che sospinge al margine la componente ironica dei suoi versi – pare insinuarsi in queste pagine di fronte al dolore, all’impossibilità di dare risposte al mistero dell’esistenza. Affiora anche il pensiero della morte, e proprio nei versi che toccano il tema dell’amore. E’ malinconia, non amarezza o anche solo rimpianto, nostalgia. Essa non prende mai il sopravvento su quella lucida, pacata e non di rado lieta accettazione della vita». Queste parole – che concludono l’introduzione di Pietro Marchesani, traduttore ed esperto di poesia, narrativa e drammaturgia polacca, al libro che contiene questa lirica – commentano i versi di Wisława Szymborska, poetessa polacca vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura nel 1996.
La Szymborska nasce a Bnin, attualmente parte di Kornik, nei pressi di Poznan, il 2 luglio 1923. Fra il 1941 e il 1943 lavora come impiegata alle ferrovie per evitare la deportazione in Germania. Comincia a scrivere le prime poesie. La seconda guerra mondiale segna la vita della giovane poetessa, costretta a studiare clandestinamente.
Nel 1945 si iscrive alla facoltà di Letteratura presso l’Università Jagellonica di Cracovia, passando a successivamente a Sociologia, che abbandona dopo soli tre anni, motivando così la rinuncia: «Nel 1947 la sociologia diventò mortalmente noiosa, si doveva spiegare tutto con il marxismo. Ho lasciato l’università perché già da allora dovevo guadagnarmi da vivere».
Nel 1954 esce il volumetto di poesie “Domande poste a me stessa”. Compie un viaggio in Bulgaria nell’ambito di scambi culturali, che si rivela fonte di ispirazione.
Nello stesso anno riceve il Premio della Città di Cracovia. Intanto, ha la fortuna di incontrare il saggista e poeta Czesław Miłosz, futuro Premio Nobel per la letteratura nel 1980, che la coinvolge nella vita culturale della capitale polacca. Le sue liriche sono tradotte in molte lingue europee, ma anche in arabo, ebraico, giapponese e cinese. E alcune sue raccolte sono pubblicate in Germania e negli Stati Uniti. Pietro Marchesani, che ha curato l'Introduzione del libro (Adelphi) dal quale abbiamo estratto la poesia “Relazione dall’ospedale”, ha tradotto in italiano la maggior parte della sua opera poetica, la quale si è nutrita anche di un’intensa attività politica, sempre più forte negli anni Ottanta, durante i quali si impegna a favore del sindacato Solidarnosc di Lech Wałęsa.
Nel 1996 viene insignita del Premio Nobel per la Letteratura. La motivazione che accompagna il premio: «Per una poesia che, con ironica precisione, permette al contesto storico e biologico di venire alla luce in frammenti d’umana realtà».
Nel 2001 diventa membro dell’American Academy of Arts and Letters. Nel 2002 esce “Attimo”, primo volume di poesie dopo il Premio Nobel, che dà il titolo anche a una lirica. La sua prima raccolta di versi era uscita nel 1945, “Cerco la parola”. L’ultima raccolta, “Dwukropek” (Due punti), viene pubblicata in Polonia il 2 novembre 2005: uno strepitoso successo, oltre quarantamila copie vendute in meno di due mesi.
Dopo un lungo periodo di malattia, il 1º febbraio 2012 Szymborska muore nel sonno nella sua casa a Cracovia.

(Biografia a cura di Pino Pignatta)
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