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Oltre la morte: ricordare per sperare

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Oltre la morte: ricordare per sperare
11/05/2022

Liberamente tratto da:
Enzo Bianchi, Ricordare i morti per onorare la vita, La Repubblica, 01 novembre 2021

Guida alla lettura

In questo sobrio articolo, scritto in occasione della ricorrenza dei defunti e che perciò pubblichiamo privo di alcuni riferimenti alla realtà quotidiana di quei giorni, Enzo Bianchi ci aiuta a riflettere su tre dati fondamentali della nostra vita: la certezza di morire come «base etica dell’empatia» verso i nostri simili; il ricordo dei morti, e della loro eredità, come fondamento dell’eredità che, a nostra volta, lasceremo a chi verrà dopo di noi; il pensiero del limite come alimento della speranza che i nostri giorni non svaniscano nel nulla, che qualcosa resti di noi e del viluppo dei nostri sentimenti: nella tradizione del pensiero, per chi ha una visione laica dell’esistere; nella mente di Dio, secondo la formidabile intuizione di Dante Alighieri, per chi crede in una ragione “altra” di quell’esistere.
Proviamo però a chiederci: quali conclusioni, quali linee d’azione, quali valori traiamo da questi tre dati fondamentali? La nostra vita individuale e collettiva è realmente percorsa dall’empatia? Sappiamo trarre linfa e motivazioni dalle eredità del passato? Siamo capaci di sperare, anche quando ciò che accade intorno a noi sembra andare contro ogni speranza?
Non sono domande retoriche e moralistiche. E non sono nemmeno questioni rese tragicamente attuali dal conflitto che sta insanguinando l’Europa orientale. Sono interrogativi che sempre dovrebbero interpellarci, e che dovrebbero orientare, in ciascuno di noi, una personale e originale forma di “resistenza” alla deriva – etica e intellettuale – che sembra travolgere ogni cosa intorno a noi.
Empatia, cultura, speranza sono davvero i pilastri necessari di una civiltà che voglia contrastare con efficacia la marea della dilagante inconsistenza, della pervicace superficialità, della gaia inconsapevolezza. Nella rubrica gemella di questa, “Il dolore e la cultura”, abbiamo recentemente riflettuto su questi temi sotto la guida raffinata ed esigente di Bertolt Brecht, uno dei più grandi poeti del Novecento. E’ importante ritrovare qui, con Enzo Bianchi, echi nitidi di quegli appelli categorici alla ricerca del senso: è un dialogo a distanza fra uomini diversissimi fra loro, ma capaci di pensare; un dialogo che ci sprona all’impegno nella nostra vita individuale, innanzitutto, e poi nella vita sociale, a contatto con gli altri.
Cogliamo e coltiviamo questi tre valori cruciali – empatia, cultura, speranza – per divenire anche noi portavoce di un pensiero forte e coraggioso, capace di cambiare il corso delle nostre storie quotidiane e, forse, anche della Storia che incessante si dipana attraverso i secoli.

Il testo

(…) Ricordare i morti, pensare ai morti, è semplicemente riconoscerci debitori verso chi ci ha preceduto e di conseguenza essere consapevoli che trasmettiamo ciò che da loro abbiamo ricevuto. Viviamo un’ora in cui sovente ci viene ricordato che siamo debitori verso le generazioni future, che determiniamo la vita di chi verrà dopo di noi, a livello culturale, politico, economico, ecologico; ma è possibile lasciare una buona eredità se non si è capaci di riconoscere l’eredità ricevuta?
Ricordare i morti è assumere una responsabilità, è acquisire una dimensione necessaria al nostro passaggio su questa terra come mortali, sì, ma mortali inseriti in genealogie non solo familiari ma culturali. (…)
Proprio perché il ricordo è essenziale all’umanizzazione, non solo l’Homo Sapiens, ma già l’uomo di Neanderthal dava sepoltura ai suoi morti, sovente li riuniva in un luogo e deponeva fiori sui loro cadaveri. Testimonianza, questa, di una coscienza della morte inscritta tra gli elementi più decisivi nella differenziazione tra umani e animali.
Ricordare i morti, però, conduce anche a pensare la morte e quindi a interrogarci sul senso della vita. La certezza di dover morire unisce uomini e donne, è la base dell’etica dell’empatia, della compassione, è ciò che ci spinge a sentirci tutti e tutte insieme fragili, con un comune destino, e nello stesso tempo ci porta a essere consapevoli del valore della nostra vita: unica, una sola, una vita di istanti eterni.
I cimiteri sono luoghi dove si piange, si vivono nostalgie, si misurano e si contano i propri giorni. (..) Ma i cimiteri sono anche luoghi di pace, in cui quelli che erano nostri nemici sono morti, e quindi ora non sono più nemici, mentre quelli che erano amici, anche se morti, continuano a essere tali, fedelmente.
Rainer Maria Rilke ci ha lasciato questa preghiera che faccio mia nei cimiteri:

A ciascuno, Signore, dona la sua propria morte
il morire che viene dalla sua vita
nella quale trovò amore, senso e anche pena.

Questi pensieri non sono lugubri, né devono incutere tristezza, ma semplicemente vogliono indicare la bontà del pensiero del limite, che noi cerchiamo sempre, soprattutto oggi, di rimuovere, tentati da un individualismo che nega i legami e spegne la responsabilità.
La pienezza di vita nell’accettazione della finitudine accende la nostra speranza e ci impedisce di pensare a una eternità nel nulla.

Biografia

Enzo Bianchi nasce a Castel Boglione, in provincia di Asti, il 3 marzo 1943. Dopo gli studi alla facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Torino, nel 1965 si reca a Bose, una frazione abbandonata del comune di Magnano sulla Serra di Ivrea, con l’intenzione di dare inizio a una comunità monastica. Raggiunto nel 1968 dai primi fratelli e sorelle, scrive la regola della comunità. E’ stato priore dalla fondazione del monastero sino al 25 gennaio 2017: gli è succeduto Luciano Manicardi, poi sostituito, nel gennaio 2022, da Sabino Chialà.
E’ membro dell’Académie Internationale des Sciences Religieuses (Bruxelles) e dell’International Council of Christians and Jews (Londra).
Fin dall’inizio della sua esperienza monastica, Enzo Bianchi ha coniugato la vita di preghiera e di lavoro in monastero con un’intensa attività di predicazione e di studio e ricerca biblico-teologica che l’ha portato a tenere lezioni, conferenze e corsi in Italia e all’estero (Canada, Giappone, Indonesia, Hong Kong, Bangladesh, Repubblica Democratica del Congo ex-Zaire, Ruanda, Burundi, Etiopia, Algeria, Egitto, Libano, Israele, Portogallo, Spagna, Francia, Belgio, Paesi Bassi, Svizzera, Germania, Ungheria, Romania, Grecia, Turchia), e a pubblicare un consistente numero di libri e di articoli su riviste specializzate, italiane ed estere (Collectanea Cisterciensia, Vie consacrée, La Vie Spirituelle, Cistercium, American Benedictine Review).
E’ opinionista e recensore per i quotidiani La Stampa e Avvenire, membro del comitato scientifico del mensile Luoghi dell’infinito, titolare di una rubrica fissa su Famiglia Cristiana, collaboratore e consulente per il programma “Uomini e profeti” di Radiotre. Fa inoltre parte della redazione della rivista teologica internazionale “Concilium” e della redazione della rivista biblica “Parola Spirito e Vita”, di cui è stato direttore fino al 2005.
Nel 2009 ha ricevuto il “Premio Cesare Pavese” e il “Premio Cesare Angelini” per il libro “Il pane di ieri”.
Ha partecipato come “esperto” nominato da Benedetto XVI ai Sinodi dei vescovi sulla “Parola di Dio” (ottobre 2008) e sulla “Nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana” (ottobre 2012).
Il 22 luglio 2014 papa Francesco lo ha nominato Consultore del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani.
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