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La collera di Gesù, passione per la giustizia

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30/11/2016

Tratto da:
Enzo Bianchi, La censura sulla collera di Gesù, Jesus, settembre 2016

Si ringrazia l’Autore per la gentile concessione

Guida alla lettura

Questa bella riflessione di Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose, illustra un tratto caratteriale di Gesù spesso messo in ombra dalla predicazione cristiana e dagli stessi vangeli: la capacità di andare in collera di fronte all’ingiustizia, all’ipocrisia, all’incosciente dispersione del tempo e dei talenti, all’indifferenza verso gli urgenti appelli della parola di Dio.
Quattro gli esempi di santa collera del maestro di Nazareth:
- verso la sofferenza fisica e psichica che sfigura le persone incontrate nel corso del suo ministero: un atteggiamento che sconfessa la spiritualità doloristica che, lungo i secoli e soprattutto nel secondo millennio, ha informato larga parte del cristianesimo;
- verso chi si presume giusto e non bisognoso di misericordia da parte del Signore, una situazione ben descritta nella parabola del fariseo al tempio (Lc 18,9-14);
- verso la mercificazione della fede e della salvezza, che oggi come ieri avvelena la qualità dell’abbandono a Dio: si pensi all’industria dei miracoli e delle apparizioni, vero tranello spirituale per i semplici di cuore;
- verso chi trascura le esigenti priorità del Regno di Dio e, da pastore sollecito, si trasforma in aguzzino dei fedeli, imponendo loro pesi esistenziali che la “gerarchia” si guarda bene dal portare.
Con quale spirito Gesù esprimeva i suoi sentimenti di sdegno? Bianchi lo precisa con chiarezza:
- l’atteggiamento della collera contrasta con il dominante bisogno di rimozione e negazione del conflitto, che anche oggi appanna il nostro senso del giusto e dell’ingiusto;
- al tempo stesso, la critica non colpisce mai le persone in sé, ma i loro atteggiamenti, «è pronunciata come avvertimento urgente e forte, non come giudizio di condanna»;
- l’ammonizione, il «Guai a voi!», non è mai una sentenza definitiva, ma un’esortazione ad agire finché si è in tempo, nella consapevolezza che il tempo è nelle mani di Dio e che, fino al momento della morte, non è mai troppo tardi per convertirsi e vivere nella pienezza della giustizia.
Il brano di Bianchi parla a ciascuno di noi, e ci ammaestra a non confondere l’amore con l’acquiescenza, lo spirito di fraternità con l’indulgenza molle e colpevole, ma anche a discernere con sapienza le situazioni per cui vale la pena sdegnarsi e scendere in battaglia: un insegnamento, dunque, valido anche per chi non crede, se è vero che tutti siamo chiamati a un forte impegno etico contro il male e il dolore di vivere.
In questa stagione caratterizzata dall’interesse per l’umanità di Gesù, permane una certa timidezza nell’analizzare e mettere in rilievo i suoi sentimenti. In particolare si evita di leggere la collera, l’ira, lo sdegno. A volte si ha l’impressione che si voglia presentare un Gesù uomo come noi, ma dolciastro, oleografico, forse perché l’atteggiamento della collera contrasta con il dominante bisogno di dolcezza, mitezza, rimozione e negazione del conflitto. Eppure, se prendiamo il vangelo più antico, quello secondo Marco, questo tratto di Gesù – mitigato dagli altri evangelisti e talvolta addirittura assente – emerge con chiarezza: l’ira, la collera, lo sdegno non sono solo sentimenti umani che non significano modi peccaminosi, ma sono anzi segno che in Gesù c’erano passione e forte convinzione. La collera è reazione all’indifferenza, al silenzio complice, alla tolleranza acquiescente, alla clemenza a basso prezzo, tutti atteggiamenti che accompagnano chi non conosce l’amore, la passione dell’amore. La collera è l’altra faccia della compassione! Per questo non è possibile dimenticare le parole dure di Gesù, le sue invettive, i suoi atteggiamenti verso alcune situazioni e a volte anche verso gli stessi discepoli. La minaccia, l’invettiva deve essere detta, se è pronunciata come avvertimento urgente e forte, non come giudizio di condanna!
Nel vangelo secondo Marco troviamo innanzitutto il verbo “orghízomai”, andare in collera, che appare come sentimento di Gesù alla vista del lebbroso (cf. Mc 1,41). Perché Gesù è preso da collera di fronte al lebbroso? Perché sente in sé sdegno di fronte a quel malato emarginato. Nella compassione che sale dalle sue viscere c’è anche questo sentimento di sdegno, che grida: «Non è giusto! Perché?». Questa è santa collera che protesta di fronte alla sofferenza degli uomini concreti incontrati da Gesù.
Ma la collera di Gesù si manifesta anche verso i “giusti incalliti”, i pretesi osservanti della Legge. Quando, entrato di sabato nella sinagoga, guarisce un uomo con la mano paralizzata, i farisei lo osservano per poterlo accusare di trasgressione della Torah (cf. Mc 3,1-4). E Gesù volge «su di loro uno sguardo di collera (“orghé”), rattristato per la durezza dei loro cuori…» (Mc 3,5). Qui lo sdegno e l’ira si leggono nello sguardo di Gesù: uno sguardo che discerne e avverte severamente quei presunti sani, quei presunti giusti!
Tutti ricordiamo inoltre come Gesù agì dopo l’ingresso trionfale in Gerusalemme. Salito a Gerusalemme, Gesù trova nel tempio ciò che non doveva esservi: vede la dimora di Dio trasformata in una casa di commercio. Allora «avendo fatto una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori dal tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i tavoli» (Gv 2,15). Qui c’è sdegno, collera manifestata in azioni che non sono violente verso le persone ma provocano un danno economico, un impedimento al commercio praticato nel tempio. Solitamente, se si ricorda questa azione di Gesù, è solo per dire che egli era violento e non mite. No, Gesù non cede alla violenza, non fa violenza sulle persone, ma compie un gesto profetico carico di significato, e lo fa con sdegno e collera.
Infine, conosciamo bene le invettive, il «Guai a voi!» ripetuto sette volte nei confronti degli scribi e farisei ipocriti (cf. Mt 23,13-32), parole il cui sdegno è stato ben interpretato dal film di Pasolini, quando ci presenta Gesù che grida con forza, parole taglienti che spogliano le autorità religiose degli orpelli del loro potere per mostrarli quali sono veramente, nella loro qualità malefica!
Dunque sdegno, collera, ira erano presenti in Gesù, a testimonianza della sua fede convinta, della sua passione per la giustizia, della sua urgente parola profetica che voleva tenere svegli, non lasciare che gli altri si addormentassero, ammonirli finché c’era tempo. Purtroppo questo Gesù oggi viene censurato da generazioni di credenti che non amano il conflitto, che temono la voce alta, che rifuggono l’urgenza del sì o del no. Sono convinto che, se oggi Gesù tornasse, molti cristiani, soprattutto monaci e monache, non lo seguirebbero, perché lo riterrebbero troppo duro, troppo esigente, non sufficientemente mite e dolce: non hanno colpe, perché non conoscono l’amore e la sua passione forte come la morte, tenace come l’inferno (cf. Ct 8,6).

Biografia

Enzo Bianchi nasce a Castel Boglione, in provincia di Asti, il 3 marzo 1943. Dopo gli studi alla facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Torino, nel 1965 si reca a Bose, una frazione abbandonata del comune di Magnano sulla Serra di Ivrea, con l’intenzione di dare inizio a una comunità monastica. Raggiunto nel 1968 dai primi fratelli e sorelle, scrive la regola della comunità. È tuttora priore della comunità, che conta un’ottantina di membri tra fratelli e sorelle di sei diverse nazionalità ed è presente, oltre che a Bose, anche a Gerusalemme (Israele), Ostuni (Brindisi), Assisi e San Gimignano.
E’ membro dell’Académie Internationale des Sciences Religieuses (Bruxelles) e dell’International Council of Christians and Jews (Londra).
Fin dall’inizio della sua esperienza monastica, Enzo Bianchi ha coniugato la vita di preghiera e di lavoro in monastero con un’intensa attività di predicazione e di studio e ricerca biblico-teologica che l’ha portato a tenere lezioni, conferenze e corsi in Italia e all’estero (Canada, Giappone, Indonesia, Hong Kong, Bangladesh, Repubblica Democratica del Congo ex-Zaire, Ruanda, Burundi, Etiopia, Algeria, Egitto, Libano, Israele, Portogallo, Spagna, Francia, Belgio, Paesi Bassi, Svizzera, Germania, Ungheria, Romania, Grecia, Turchia), e a pubblicare un consistente numero di libri e di articoli su riviste specializzate, italiane ed estere (Collectanea Cisterciensia, Vie consacrée, La Vie Spirituelle, Cistercium, American Benedictine Review).
E’ opinionista e recensore per i quotidiani La Stampa e Avvenire, membro del comitato scientifico del mensile Luoghi dell’infinito, titolare di una rubrica fissa su Famiglia Cristiana, collaboratore e consulente per il programma “Uomini e profeti” di Radiotre. Fa inoltre parte della redazione della rivista teologica internazionale “Concilium” e della redazione della rivista biblica “Parola Spirito e Vita”, di cui è stato direttore fino al 2005.
Nel 2009 ha ricevuto il “Premio Cesare Pavese” e il “Premio Cesare Angelini” per il libro “Il pane di ieri”.
Ha partecipato come “esperto” nominato da Benedetto XVI ai Sinodi dei vescovi sulla “Parola di Dio” (ottobre 2008) e sulla “Nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana” (ottobre 2012).
Il 22 luglio 2014 papa Francesco lo ha nominato Consultore del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani.
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