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Collera e rancore, due sentimenti inconciliabili nelle relazioni umane

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20/03/2019

Tratto da:
Enzo Bianchi, Adiratevi ma non peccate, Jesus, marzo 2019

Guida alla lettura

Non è la prima volta che Enzo Bianchi si sofferma sul tema della collera giusta nelle relazioni umane. Nel novembre 2016 pubblicammo una riflessione in cui il fondatore della comunità monastica di Bose illustrava l’importanza della collera “secondo Dio”, corroborando la propria argomentazione con abbondanti esempi tratti dalla vita di Gesù. Oggi Bianchi ritorna sull’argomento, sempre a partire dalla testimonianza biblica, ma attualizzando il ragionamento e discutendo la portata di questo contrastato sentimento nella vita di tutti noi.
L’articolo sviluppa sei nuclei tematici fondamentali:
1) oggi la collera è vista prevalentemente come un difetto del carattere, ed è sottoposta a una censura sociale senza appello;
2) invece gli autori biblici narrano spesso la collera di Dio, che esprime il suo sdegno di fronte al male e all’ingiustizia;
3) Gesù condivide senza compromessi questa attitudine del Padre, e non di rado si adira per l’ipocrisia e il cuore indurito degli uomini;
4) ci sono dunque situazioni in cui andare in collera non solo non è riprovevole, ma è addirittura necessario se si vuole mantenere uno sguardo limpido sulle vicende umane;
5) ben diverso da questa forma di collera è il rancore, che è ira repressa, atteggiamento insincero e dotato di un enorme potenziale negativo;
6) come è difficile andare in collera senza cedere al rancore, così è difficile accogliere la collera degli altri su di sé, facendone un’occasione di crescita personale.
Oggi sono tanti gli ambiti in cui sarebbe talvolta necessario esprimere la propria sete di giustizia anche attraverso un momento di collera proporzionata: la vita politica, le relazioni familiari, il mondo della scuola, l’ambiente di lavoro – tutti contesti in cui l’ipocrisia può prevalere sulla franchezza, l’interesse privato comprimere quello comune, l’inerzia mortificare l’impegno e la responsabilità. L’importante è mantenere uno sguardo equilibrato sulle cose, e – come raccomanda San Paolo – non lasciare che sulla nostra ira tramonti il sole. Ossia: non permettere alla nostra collera di diventare uno stato di guerra permanente, rancore ostinato, faida sanguinaria, ma farne uno strumento duttile e potente per combattere l’ingiustizia del mondo.
Nel salmo 4 c’è un versetto che può suonare di difficile comprensione per i nostri orecchi che vedono nell’ira, nella collera, nello sdegno solo un peccato, o per lo meno un difetto del carattere. Il versetto – che nella Vulgata suona: «Irascimini et nolite peccare» – va tradotto: «Adiratevi, ma non peccate», o «Andate in collera e non peccate» (Sal 4,5). L’apostolo Paolo lo riprende tra le esortazioni della Lettera agli Efesini, aggiungendovi le parole: «Non tramonti il sole sopra la vostra ira e non date spazio al diavolo» (Ef 4,26-27).
Dunque è possibile andare in collera, adirarsi, ma occorre nello stesso tempo non cadere in peccato, non permettere che il divisore trovi spazio in questo sentimento e nella sua espressione. Si può, a questo proposito, dire qualcosa di più concreto e preciso? Dobbiamo innanzitutto riconoscere che l’ira, la collera spesso nella Bibbia ha come soggetto Dio stesso. Il Signore Dio va in collera, dicono soprattutto i profeti in un linguaggio antropomorfico con cui si vuole esprimere la sua passione, il suo amore che, quando è contraddetto o offeso, lo porta a soffrire, a reagire con indignazione. Di fronte a ciò che è male, Dio non resta impassibile, ma prova un sentimento che lo spinge a manifestare il suo disappunto, il suo atteggiamento contrariato dal male operato.
Questa collera, questo indignarsi di Dio non è smentito da Gesù, “mite e umile di cuore” (Mt 11,29), ma capace di mostrare collera e sdegno in molte situazioni. Nella sua predicazione appaiono atteggiamenti e parole che ci sorprendono forse per la loro durezza, vengono gridate minacce che stanno nello spazio dell’invettiva e mostrano un Gesù sdegnato. Quando grida verso Corazin e Betsaida, dicendo che Tiro e Sidone avranno una sorte meno dura nel giudizio, o quando inveisce contro Cafarnao, dicendo che sarà sprofondata all’inferno, Gesù si mostra come un profeta pieno di passione, capace di assumere toni collerici. Quando attacca scribi e farisei e ne fa la caricatura, denunciando apertamente i loro atteggiamenti di peccato e menzogna, gridando loro: «Serpenti! Razza di vipere!» (Mt 12,34; 23,33), Gesù è adirato. E così quando, entrato in Gerusalemme, scaccia dal tempio con una corda i commercianti e rovescia i loro tavoli, Gesù mostra di essere in collera. Eppure queste parole e questi gesti non sono certamente peccato, perché «in lui non c’è stato peccato» (cf. 1Gv 3,5), anzi sono segni efficaci e chiari che esprimono la volontà di Dio vissuta da Gesù e la sua passione per la giustizia e la sincerità.
Dunque ci sono situazioni in cui è comandato: «Adiratevi! Indignatevi!». In questo caso si alza la voce, si grida, si disapprova il male, l’errore commesso, si fa capire la gravità di ciò che viene denunciato come ingiustizia, male, peccato. La collera deriva da un impulso, da un processo emozionale che i greci chiamavano “thymós”, soffio passionale. Sì, chi ha passione si indigna di fronte al male, denuncia con forza l’errore, dice che si deve vigilare per non farlo, che non lo si deve ripetere più! Questa è una risposta corretta e necessaria di fronte a situazioni di ingiustizia, di falsità, di grave danno arrecato.
Ma oggi siamo ancora capaci di indignazione, di un’insurrezione delle coscienze, oppure l’indifferenza è a tal punto diffusa che lascia posto solo a rabbia e a rancore? Ecco, il rancore, questo sì è un grande peccato ispirato dal diavolo. Si tratta di una rabbia non espressa esternamente, che si contiene e si nutre ogni giorno con l’ostilità: non si reagisce in modo manifesto all’altro ma si cova rabbia contro di lui; non si alza la voce ma si lascia posto all’ululare nel cuore; non si dice la propria contrarietà ma interiormente si accumula risentimento. Vi sono persone che paiono mitissime, che non si indignano mai esteriormente, anzi arrivano persino ad abbozzare falsi sorrisi, ma che nel cuore hanno una rabbia infinita: quando questa si manifesta, produce danni incalcolabili… Anche l’ultimo rapporto annuale del Censis sulla situazione italiana denuncia come malattia sociale il rancore che ammorba la vita dei cittadini, incapaci di indignazione ma pronti a essere cattivi e rabbiosi.
Difficile esercizio quello dell’andare in collera senza cedere al rancore; ma difficile esercizio anche quello dell’accogliere la parola collerica dell’altro, quando è motivata come correzione (non come offesa o disprezzo), e non farne un’occasione di inimicizia o di condanna, ma una possibilità di interrogarsi, esaminarsi ed eventualmente convertirsi.

Biografia

Enzo Bianchi nasce a Castel Boglione, in provincia di Asti, il 3 marzo 1943. Dopo gli studi alla facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Torino, nel 1965 si reca a Bose, una frazione abbandonata del comune di Magnano sulla Serra di Ivrea, con l’intenzione di dare inizio a una comunità monastica. Raggiunto nel 1968 dai primi fratelli e sorelle, scrive la regola della comunità. E’ stato priore dalla fondazione del monastero sino al 25 gennaio 2017: gli è succeduto Luciano Manicardi. La comunità oggi conta un’ottantina di membri tra fratelli e sorelle di sei diverse nazionalità ed è presente, oltre che a Bose, anche a Gerusalemme (Israele), Ostuni (Brindisi), Assisi e San Gimignano.
E’ membro dell’Académie Internationale des Sciences Religieuses (Bruxelles) e dell’International Council of Christians and Jews (Londra).
Fin dall’inizio della sua esperienza monastica, Enzo Bianchi ha coniugato la vita di preghiera e di lavoro in monastero con un’intensa attività di predicazione e di studio e ricerca biblico-teologica che l’ha portato a tenere lezioni, conferenze e corsi in Italia e all’estero (Canada, Giappone, Indonesia, Hong Kong, Bangladesh, Repubblica Democratica del Congo ex-Zaire, Ruanda, Burundi, Etiopia, Algeria, Egitto, Libano, Israele, Portogallo, Spagna, Francia, Belgio, Paesi Bassi, Svizzera, Germania, Ungheria, Romania, Grecia, Turchia), e a pubblicare un consistente numero di libri e di articoli su riviste specializzate, italiane ed estere (Collectanea Cisterciensia, Vie consacrée, La Vie Spirituelle, Cistercium, American Benedictine Review).
E’ opinionista e recensore per i quotidiani La Stampa e Avvenire, membro del comitato scientifico del mensile Luoghi dell’infinito, titolare di una rubrica fissa su Famiglia Cristiana, collaboratore e consulente per il programma “Uomini e profeti” di Radiotre. Fa inoltre parte della redazione della rivista teologica internazionale “Concilium” e della redazione della rivista biblica “Parola Spirito e Vita”, di cui è stato direttore fino al 2005.
Nel 2009 ha ricevuto il “Premio Cesare Pavese” e il “Premio Cesare Angelini” per il libro “Il pane di ieri”.
Ha partecipato come “esperto” nominato da Benedetto XVI ai Sinodi dei vescovi sulla “Parola di Dio” (ottobre 2008) e sulla “Nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana” (ottobre 2012).
Il 22 luglio 2014 papa Francesco lo ha nominato Consultore del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani.
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