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29/01/2014

L'inferno, possibilità della libertà


Tratto da: Enzo Bianchi, Inferno, quel fuoco acceso dalla nostra libertà, Avvenire, 1 dicembre 2013


Si ringrazia l’Autore per la gentile concessione


Guida alla lettura

In questa intensa e profonda riflessione, Enzo Bianchi parla dell’inferno: una realtà ultima a lungo affermata con immagini cariche di orrore, e che oggi sembra uscita dall’orizzonte di chi crede. Con la consueta sapienza spirituale, Bianchi ci accompagna in un viaggio attraverso le Scritture che parlano dell’oltretomba: dalle immagini di desolazione e solitudine concepite dalla fede di Israele (lo she’ol era un luogo simile agli inferi dei Greci e dei Romani, in cui mancava ogni possibilità di comunicazione con Dio e gli uomini) alle dichiarazioni nette e talora dure di Gesù, che in più di un’occasione parla senza mezzi termini di “fornace ardente”, “stridore di denti” e “geenna” (in quel tempo, la cupa valle in cui venivano bruciati i rifiuti di Gerusalemme).
Il punto è: come conciliare la fede in un Dio infinitamente misericordioso con l’idea di una condanna eterna, di un esilio senza fine? E d’altronde, come accordare la realtà del male nel mondo con la possibilità che non esista, per chi quel male ha compiuto, un castigo definitivo? Di fronte a queste domande, Bianchi assume la prudenza del libro biblico del Qoèlet: «Mi jodea‘? Chi sa?». E sottolinea come, senza nulla togliere alla buona notizia portata da Cristo di un Dio che è amore e solo amore, rimangano drammaticamente intatte la nostra libertà di scelta e, di conseguenza, la nostra responsabilità ultima per le azioni che compiamo. L’inferno, dunque, non indicherebbe tanto un luogo, quanto una situazione in cui possono ritrovarsi «coloro che liberamente e definitivamente hanno scelto tutto ciò che è contrario alla volontà di Dio e, di conseguenza, anche a ogni cammino di umanizzazione», fermo restando il fatto – avverte Bianchi – che i credenti sono chiamati ad annunciare la misericordia di Dio per tutti, e a sperare che tutti infine siano salvati: una speranza che può urtare la nostra idea terrena di giustizia, e che in effetti affonda le radici nel mistero teologico della giustizia di Dio, che nel momento in cui condanna contiene in sé anche la misericordia e il perdono.
A proposito di tutto ciò Rowan Williams, già arcivescovo di Canterbury, ha scritto una pagina straordinaria, forse la migliore chiosa possibile alle parole di Bianchi: «Nella storia cristiana si è parlato dell’inferno in modo talmente ridicolo e del tutto malvagio che non sorprende se ora si voltano le spalle con disgusto a simili sadiche fantasie e alle manipolazioni emotive che vi sono connesse. Ma anche qui c’è qualcosa che non possiamo semplicemente ignorare. C’è una consapevolezza giusta, adulta, del rischio connesso alla nostra abituale riluttanza ad affrontare la verità. Nel corso della mia vita ho io forse compiuto delle scelte che mi hanno reso sempre più incapace di aprire i miei pugni chiusi in presenza dell’amore? Ho forse reso me stesso incapace di distinguere la verità dalla menzogna? Nessuno sa se esiste una condizione di autoinganno così radicale da far diventare qualcuno per sempre impenetrabile all’amore. Clive S. Lewis, nel suo scritto “Il grande divorzio” (Jaca Book, Milano 2007), si sforza di aiutarci a vedere cosa potrebbe significare l’essere presi in un’eterna trappola, avendo sempre la possibilità di accettare l’amore e tuttavia ritraendosi di fronte al costo del cambiamento, oppure semplicemente essendo incapaci di intravederne la possibilità a causa di un’inveterata abitudine al sospetto e all’egoismo. E’ un libro che fa venire i brividi: tanto più se ci si rende conto che non parla di altri, ma di noi. E’ questo il senso del pensiero dell’inferno. Non possiamo sapere se vi è qualcuno in una situazione di questo tipo, ma dobbiamo conoscere quella giusta paura sulla capacità che hanno le scelte da noi compiute di distruggerci. La teologia cristiana ha normalmente insegnato che l’inferno è una decisione nostra, non di Dio. Noi ci rendiamo sordi alle parole di Dio; e l’immagine più veritiera che possiamo avere dell’inferno è quella di un Dio intento a bussare eternamente a una porta chiusa che noi facciamo ogni sforzo per tenere serrata» (Rowan Williams, Ragioni per credere, Edizioni Qiqajon, Monastero di Bose, Magnano [BI], 2009, pag. 156-158).

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Dobbiamo riconoscere che sull’inferno non solo c’è mutismo nella predicazione, ma c’è una reale difficoltà nel pensarlo come voluto da Dio e da Dio inflitto almeno a una parte dell’umanità, quella peccatrice e non convertita, non riconciliata con lui. Per molti cristiani l’inferno eterno plasma l’immagine di un Dio perverso, vendicatore, finanche sadico; e per i non cristiani l’inferno sembra un Auschwitz eterno, qualcosa che solo un potere malefico potrebbe inventare. Anche Teresa del Bambino Gesù sentiva una grande reticenza nei confronti dell’eternità della pena, e molti uomini e donne “spirituali” (pneumatikoí) hanno dichiarato la loro impossibilità a concepire la compatibilità di un luogo di tormenti eterni con la bontà di un «Dio che vuole che tutti gli uomini siano salvati» (1Tm 2,4).
Ma questa difficoltà è antica ed è stata avvertita con particolare forza in alcune epoche della storia del cristianesimo. Nel III secolo molti Padri della chiesa, tra i quali Origene, pensavano a una salvezza universale; altri, in diverse tradizioni cristiane, hanno mostrato un amore misericordioso estremo, fino a pregare di essere mandati loro all’inferno, purché tutti i loro fratelli e sorelle in umanità trovassero la salvezza; altri ancora, come Isacco il Siro (VII secolo), sono giunti a pregare per una salvezza cosmica in cui tutte le creature, sapienti o insipienti, buone o malvagie, sarebbero state perdonate dall’infinita misericordia di Dio. Nel cattolicesimo italiano resta folgorante l’amore di Caterina da Siena, questa donna fatta fuoco, che scriveva: «Come potrei sopportare, o Signore, che uno solo di quelli che hai creato a tua immagine e somiglianza si perda e sfugga dalle tue mani? No, per nessuna ragione io voglio che uno solo dei miei fratelli si perda, uno solo di quelli che sono uniti a me attraverso una stessa nascita».
Tutti costoro seguono l’esempio di Mosè e di Paolo. Mosè che dice a Dio: «Questo popolo ha commesso un grande peccato … Ma ora, se tu perdonassi il loro peccato… Altrimenti, cancella me dal libro che hai scritto!» (Es 32,31-32). E secondo la tradizione ebraica arriva fino ad affermare: «Signore del mondo, perisca Mosè e mille come lui, ma non si perda un’unghia di uno di Israele!». Paolo, dal canto suo, esprime la propria solidarietà con gli ebrei suoi fratelli, dicendosi disposto a essere lui scomunicato e maledetto, separato da Cristo, se questo può giovare all’Israele che non ha riconosciuto Gesù come Messia (cf. Rm 9,1-3).
Dobbiamo però riconoscere che oggi l’inferno è rimosso soprattutto come reazione a un insegnamento che lo affermava per intimorire e minacciare, credendo in tal modo di poter dissuadere il popolo cristiano dal peccare. Io stesso non dimentico la predicazione di un padre domenicano che nel terzo giorno degli esercizi, quello dedicato alla meditazione dell’inferno, riempiva il suo discorso di esempi di tortura e di dolore e riusciva addirittura a far sentire l’odore acre dello zolfo… Straordinaria capacità oratoria e teatrale, ma certo non atta a celebrare la misericordia infinita del Signore!
Dunque, che dire oggi dell’inferno? Restare in silenzio, tralasciando di ascoltare le sante Scritture, oppure essere preda delle ossessioni e continuare a predicarne l’esistenza e la qualità di castigo terribile, come se questa fosse la buona notizia di Gesù? Cerchiamo dunque di metterci in ascolto delle Scritture. Nell’Antico Testamento non si parla dell’inferno come lo intendiamo noi, ma di “she’ol”, di inferi, intesi come un luogo dove i morti sono raccolti, nel quale non si può avere comunicazione con Dio e da cui non si può risalire. La retribuzione ai giusti e ai malvagi è data da Dio in questa vita – come cantano anche alcuni salmi (cf., per esempio, Sal 32,10: «Molti sono i dolori del malvagio, ma l’amore circonda chi confida nel Signore») – e non si osa pensare a una beatitudine o a una maledizione eterna: «Mi jodea‘? Chi sa?» (Qo 2,19; 3,21; 6,12). E tuttavia in epoca giudaica si fa strada la speranza della resurrezione e si comincia a intravedere come una beatitudine la vicinanza a Dio dei giusti anche dopo la morte.
Gesù, che rivela pienamente l’azione e la presenza di Dio dopo la morte, dà soprattutto la buona notizia del Regno fattosi vicinissimo (cf. Mc 1,15; Mt 4,17), che egli apre a tutti. Si tratta, da parte dell’uomo, di accoglierlo e quindi di convertirsi (cf. ibid.), scegliendo tra il bene e il male, tra l’amore di Dio e del prossimo e l’amore di sé egoistico e orgoglioso. Come i profeti che lo hanno preceduto, il profeta Gesù che tutto porta a compimento, esorta, mette in guardia, rimprovera, si adira, a volte minaccia. In verità Gesù non è mai violento, anzi egli depotenzia sempre la sua autorità di profeta, di Messia e di Figlio di Dio, ma mostra la sua indignazione per il male e protesta per il male che vede, soprattutto per la violenza e la menzogna dilaganti. Per condannare il male in modo chiaro e indicare che l’uomo può scegliere vie mortifere, ricorre a immagini diverse, tratte sia dalle Scritture sia dalla sua contemporaneità. Commettere il male significa «incamminarsi verso una fornace ardente (cf. Dn 3,6), dove è pianto è stridore di denti» (Mt 13,42); significa «sprofondare nella geenna» (Mc 9,43.45.47; Mt 18,9), la discarica dei rifiuti della città di Gerusalemme; significa finire negli inferi, dove c’è sete a causa delle fiamme (cf. Lc 16,24). Soprattutto l’Apocalisse, al termine del Nuovo Testamento, ci fornisce immagini infernali: lo stagno di fuoco in cui saranno gettati la morte e gli inferi, e nel quale potrà essere gettato chi non è scritto nel libro della vita (cf. Ap 20,14-15), e “la seconda morte” (Ap 2,11; 20,6.15; 21,8), la morte definitiva.
Sì, queste immagini sono crudeli, ma come descrivere altrimenti l’esito di una via che ha scelto la morte, la violenza, la prepotenza e non ha mai riconosciuto la vita dell’altro, non ha mai avuto discernimento del povero e del bisognoso, non ha mai riconosciuto la fraternità umana? Certo, queste sono solo immagini, ma ci dicono che noi possiamo scegliere non la vita e la comunione con Dio, ma la morte eterna e la separazione da Dio! L’inferno dunque non indica un luogo ma una situazione in cui potranno cadere coloro che liberamente e definitivamente hanno scelto tutto ciò che è contrario alla volontà di Dio e, di conseguenza, anche a ogni cammino di umanizzazione. Noi siamo portati a immaginare l’inferno come luogo, ma esso è un “non-luogo”, un “non-essere”, un “non-tempo”, è il nulla di una morte eterna. Dio vuole che tutti siano salvati, suo Figlio Gesù è venuto nel mondo per i peccatori, non per i giusti (cf. Mc 2,17 e par.; 1Tm 1,15): ma di fronte al bene o al male l’uomo, seppure in una condizione di fragilità propria della sua natura, resta sempre libero di aderire all’uno e rifiutare l’altro, almeno con il desiderio e la volontà. A qualcuno anche le parole dure di Gesù sembrano una violenza, ma questo perché oggi viviamo in una cultura in cui non si è più capaci di indignarsi né di avere passioni: tutto va bene, tutto si aggiusta, tutto è semplicemente uno sbaglio… Non c’è più l’affermazione e l’esercizio della responsabilità umana, dalla quale – non dimentichiamolo – dipende la vita o la morte dell’altro, del prossimo.
Che cosa dunque credere? Se accogliamo le parole delle Scritture sull’inferno, dobbiamo innanzitutto vedere in esse una chiamata alla responsabilità, mediante la quale esercitare la nostra libertà in vista del nostro destino. È vero che Gesù ha chiesto al Padre di perdonarci perché non sappiamo ciò che diciamo e facciamo (cf. Lc 23,34); è vero che la giustizia di Dio è giustizia che giustifica, che rende giusti, perché contiene in sé la misericordia e il perdono (cf. Rm 5,1-11); è vero che noi non possiamo meritare l’amore di Dio, perché è un amore donato gratuitamente, che mai deve essere meritato. Ma di fronte a questa immensità dell’amore dobbiamo essere “responsabili” ed essere consapevoli che possiamo commettere azioni che sono “morte” dell’altro o degli altri. Non ci può essere per noi una salvezza automatica, qualunque cosa facciamo, qualunque vita viviamo, anche perché l’inferno noi lo creiamo qui sulla terra, diventando sovente noi “inferno” per gli altri. Edith Stein nell’inferno di Auschwitz nel 1942 scriveva: «Appartiene a ciascuno decidere del proprio destino. Dio stesso si ferma davanti al mistero della libertà di ogni persona».
L’inferno non è un articolo della professione di fede, come non lo è il diavolo, anche perché al diavolo e all’inferno non è necessario credere, dal momento che ciascuno di noi ne fa l’esperienza: siamo tentati da una potenza al di fuori di noi e dominante su di noi, e possiamo conoscere il male fino alla morte e alla separazione da Dio… Tuttavia non è conforme alla fede cristiana affermare che non c’è l’inferno o che l’inferno è vuoto. Come gli ebrei dico: «Mi jodea‘? Chi sa?». Ma come discepolo di Gesù mi è chiesto di riconoscere la misericordia di Dio e di cantarla sempre; non solo, mi è chiesto anche di sperare per tutti, di sperare che tutti siano salvati e preservati dall’inferno, di pregare anche per i peggiori criminali, affinché conservino una porzione, una scintilla di umanità, capace di accogliere l’ultima chiamata di Dio. Davanti al volto di Dio sarà possibile che noi scegliamo non Lui che è la Vita, ma il non-essere della morte? Hans Urs von Balthasar scriveva nel 1986, quasi come un testamento, un piccolo libro intitolato: “Sperare per tutti”. Sulla scia di tanti santi e sante, uomini e donne spirituali, chiedeva al discepolo di Gesù di pregare perché tutti siano salvati. La chiesa osa proclamare dei santi, cioè affermare che alcuni cristiani sono presso Dio, nella sua beatitudine, e dunque in comunione con noi, ma non ha mai osato affermare che qualcuno sia all’inferno e che debba sfuggire alla misericordia, all’amore folle di Gesù Cristo!
Dunque né terrore né silenzio: si proclami la misericordia infinita di Dio, la sua volontà della salvezza universale e cosmica; si preghi perché sia fatta la sua volontà, come in cielo così in terra; si speri per tutti; e se si ha la forza dell’amore si chieda al Signore, come Mosè e Paolo, di essere noi mandati all’inferno, purché tutti siano salvati. Ciascuno di noi deve dire umilmente: «Non so», e ricordarsi di Giovanna d’Arco. Le chiesero prima di bruciarla: «Sei tu in grazia di Dio?». Ed essa rispose: «Se sono in grazia di Dio, Dio mi conservi in essa. Se non sono in grazia di Dio, Dio mi metta nella sua grazia».

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Biografia

Enzo Bianchi nasce a Castel Boglione, in provincia di Asti, il 3 marzo 1943. Dopo gli studi alla facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Torino, nel 1965 si reca a Bose, una frazione abbandonata del comune di Magnano sulla Serra di Ivrea, con l’intenzione di dare inizio a una comunità monastica. Raggiunto nel 1968 dai primi fratelli e sorelle, scrive la regola della comunità. È tuttora priore della comunità, che conta un’ottantina di membri tra fratelli e sorelle di sei diverse nazionalità ed è presente, oltre che a Bose, anche a Gerusalemme (Israele), Ostuni (Brindisi), Assisi e San Gimignano.
E’ membro dell’Académie Internationale des Sciences Religieuses (Bruxelles) e dell’International Council of Christians and Jews (Londra).
Fin dall’inizio della sua esperienza monastica, Enzo Bianchi ha coniugato la vita di preghiera e di lavoro in monastero con un’intensa attività di predicazione e di studio e ricerca biblico-teologica che l’ha portato a tenere lezioni, conferenze e corsi in Italia e all’estero (Canada, Giappone, Indonesia, Hong Kong, Bangladesh, Repubblica Democratica del Congo ex-Zaire, Ruanda, Burundi, Etiopia, Algeria, Egitto, Libano, Israele, Portogallo, Spagna, Francia, Belgio, Paesi Bassi, Svizzera, Germania, Ungheria, Romania, Grecia, Turchia), e a pubblicare un consistente numero di libri e di articoli su riviste specializzate, italiane ed estere (Collectanea Cisterciensia, Vie consacrée, La Vie Spirituelle, Cistercium, American Benedictine Review).
E’ opinionista e recensore per i quotidiani La Stampa e Avvenire, membro del comitato scientifico del mensile Luoghi dell’infinito, titolare di una rubrica fissa su Famiglia Cristiana, collaboratore e consulente per il programma “Uomini e profeti” di Radiotre. Fa inoltre parte della redazione della rivista teologica internazionale “Concilium” e della redazione della rivista biblica “Parola Spirito e Vita”, di cui è stato direttore fino al 2005.
Nel 2009 ha ricevuto il “Premio Cesare Pavese” e il “Premio Cesare Angelini” per il libro “Il pane di ieri”.
Ha partecipato come “esperto” nominato da Benedetto XVI ai Sinodi dei vescovi sulla “Parola di Dio” (ottobre 2008) e sulla “Nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana” (ottobre 2012).

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Parole chiave:
Cristianesimo - Giudizio di Dio - Giustizia - Inferno - Libertà - Responsabilità

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