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Vita e sofferenza: alla ricerca del senso

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Vita e sofferenza: alla ricerca del senso
27/10/2021

Liberamente tratto da:
Enzo Bianchi, L'enigma della sofferenza, La Repubblica, 20 settembre 2021

Guida alla lettura

Questa riflessione di Enzo Bianchi, fondatore della comunità monastica di Bose, verte sul “problema” per eccellenza che ogni persona capace di guardare la vita in profondità, e con occhi liberi, prima o poi si pone: perché esiste il male? da cosa deriva il male? chi permette il male?
La lettura di Bianchi risente naturalmente della sua formazione cristiana, e fa quindi inevitabile riferimento alla tradizione biblica: una tradizione, a dire il vero, ben poco soddisfacente, se persino un monaco può arrivare a dire che ormai «non accettiamo più che la nostra sofferenza derivi dalle colpe di qualcuno che ci ha preceduto», trasparente riferimento al racconto mitico dei progenitori cacciati nel paradiso terrestre.
In un altro splendido testo («Adamo, dove sei?», Qiqajon 2007), Bianchi ci aveva già avvertito che la vicenda di Adamo ed Eva, narrata nella Genesi, non è un resoconto storico delle origini, bensì una narrazione sapienziale che chiarisce come la pulsione al male abiti ciascuno di noi: quello che l’ignoto autore biblico colloca all’inizio dei tempi si situa invece nella profondità dell’essere umano di ogni tempo e ogni luogo.
Ma gli uomini e le donne di oggi, eredi dell’Illuminismo e figli della scienza moderna, faticano a capire anche quell’antichissima lettura sapienziale: perché voler andare oltre il limite dovrebbe essere sempre e comunque male? Al tempo stesso, incolpare il demonio e limitarci a una timida assunzione di corresponsabilità sembra davvero troppo poco, visti i danni che il genere umano procura a se stesso, alle altre creature, al mondo tutto. Se ci fermiamo alla Bibbia, i conti non tornano comunque.
Tanto più oneste e di consolazione sono allora le parole di Bianchi quando ammette che «da millenni di ricerca spirituale non è ancora venuta una risposta» al problema del dolore, della malattia, della sofferenza interiore. Il punto è questo: non abbiamo spiegazioni, e forse non le avremo mai. Resta però in nostro potere il modo in cui noi, personalmente, reagiamo al male che ci circonda. Lo possiamo amplificare e moltiplicare, oppure lo possiamo attenuare e lenire: amando chi la vita ci ha fatto incontrare, i figli a cui lasceremo questo mondo, gli animali e gli alberi, il cielo e il mare, i libri e la musica, una serata con gli amici di sempre.
Parlare della sofferenza, del dolore, e quindi della malattia e della morte, è un’operazione faticosa e difficile, eppure noi umani non possiamo farne a meno. Gli animali subiscono e vivono la sofferenza, ma noi la vogliamo interpretare, vogliamo cogliere in essa l’esistenza o la non esistenza di un senso, vogliamo sapere: unde malum? Cur malum? Ad quid malum? Queste sono le domande che ogni uomo o donna si è posto e si pone sotto il cielo, in ogni terra, in ogni cultura.
La sofferenza è un’esperienza universale e l’umano è homo patiens, è sempre un uomo che conosce la sofferenza e che da essa non può evadere. La sofferenza è il caso serio della nostra esistenza, e dove c’è la sofferenza l’uomo è minacciato. La sofferenza può essere fisica, psichica, morale; può essere causata da noi stessi, capaci del male attivo, ma anche da altri o dalla stessa natura, e allora diventa sofferenza subita, passiva. Resta la verità radicale: ogni creatura prima o poi ne è colpita, e comunque la morte, sofferenza ultima ed estrema, coglie ogni vivente… Sentiamo la nostra vita fragile, precaria, minacciata e limitata dal male, e non cessiamo di interrogarci, di gridare o di sussurrare gemendo: «Perché?».
Da millenni di ricerca spirituale non è ancora venuta una risposta. Molti sono stati i tentativi, alcuni dei quali capaci di imporsi come formulazione e di risuonare come dogmi; ma neppure questi sono riusciti a rispondere alla domanda che tutti noi ci ripetiamo puntualmente, soprattutto quando siamo assaliti dalla sofferenza.
Da dove viene il male? Non da Dio, ci testimonia la tradizione ebraico-cristiana, ma neanche l’uomo da lui creato ha introdotto il male e la sofferenza nel mondo, anche se vi ha acconsentito fino a essere lui stesso capace di arrecare sofferenza e morte. Non è l’essere umano l’origine del male, anche se del male si è fatto e si fa responsabile nel suo vivere limitato in questo mondo.
In verità non c’è spiegazione al problema del male, della sofferenza, della malattia, della morte. Se nei tempi passati si è cercato di spiegare l’inspiegabile, oggi, con la consapevolezza che possediamo del divenire dell’uomo e delle sue origini, non accettiamo più che la nostra sofferenza derivi dalle colpe di qualcuno che ci ha preceduto e che, di conseguenza, ci sia stata data in eredità. Diciamo la verità: nel tentativo di difendere Dio e di non incolparlo, si è finito per incolpare l’uomo! Oggi sappiamo che non siamo interamente padroni della nostra vita e del nostro destino, a cominciare dalle condizioni della nostra nascita, perché l’esistenza di ciascuno di noi dipende dai genitori, dalle condizioni di vita, di educazione, di cultura, di solidarietà sociale, di benessere o di miseria. Sappiamo di essere fragili, aggredibili da forze mortifere che abitano il nostro pianeta (terremoti, eruzioni vulcaniche, epidemie…); sappiamo di essere abitati da pulsioni di male, coscienti e non coscienti, dunque di essere capaci di procurare sofferenza, ma anche di resistere alla sofferenza, a volte di guarirla o di arginarla: sempre però con dei limiti precisi, imposti dalla nostra condizione di mortali… Anche la nostra responsabilità e la nostra libertà sono limitate.
Sì, di fronte all’enigma dell’irriducibile sofferenza, come lo chiamava Paul Ricoeur, enigma che resiste a ogni sapienza e sanziona lo scacco di ogni discorso, occorre percorrere un’altra strada, affinché l’enigma diventi mistero: occorre avvicinarsi, farsi prossimo al sofferente, occorre osservarlo e ascoltarlo, occorre donargli la propria presenza, e solo in seguito si può osare dire qualche parola che apra cammini di senso. Non si tratta di trovare o dare risposte all’enigma, tanto meno di fare discorsi “impositivi”, ma di accompagnare la via che il malato può percorrere per fare della malattia e della sofferenza uno spazio in cui cerchi di amare e di accettare di essere amato dagli altri.

Biografia

Enzo Bianchi nasce a Castel Boglione, in provincia di Asti, il 3 marzo 1943. Dopo gli studi alla facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Torino, nel 1965 si reca a Bose, una frazione abbandonata del comune di Magnano sulla Serra di Ivrea, con l’intenzione di dare inizio a una comunità monastica. Raggiunto nel 1968 dai primi fratelli e sorelle, scrive la regola della comunità. E’ stato priore dalla fondazione del monastero sino al 25 gennaio 2017: gli è succeduto Luciano Manicardi.
E’ membro dell’Académie Internationale des Sciences Religieuses (Bruxelles) e dell’International Council of Christians and Jews (Londra).
Fin dall’inizio della sua esperienza monastica, Enzo Bianchi ha coniugato la vita di preghiera e di lavoro in monastero con un’intensa attività di predicazione e di studio e ricerca biblico-teologica che l’ha portato a tenere lezioni, conferenze e corsi in Italia e all’estero (Canada, Giappone, Indonesia, Hong Kong, Bangladesh, Repubblica Democratica del Congo ex-Zaire, Ruanda, Burundi, Etiopia, Algeria, Egitto, Libano, Israele, Portogallo, Spagna, Francia, Belgio, Paesi Bassi, Svizzera, Germania, Ungheria, Romania, Grecia, Turchia), e a pubblicare un consistente numero di libri e di articoli su riviste specializzate, italiane ed estere (Collectanea Cisterciensia, Vie consacrée, La Vie Spirituelle, Cistercium, American Benedictine Review).
E’ opinionista e recensore per i quotidiani La Stampa e Avvenire, membro del comitato scientifico del mensile Luoghi dell’infinito, titolare di una rubrica fissa su Famiglia Cristiana, collaboratore e consulente per il programma “Uomini e profeti” di Radiotre. Fa inoltre parte della redazione della rivista teologica internazionale “Concilium” e della redazione della rivista biblica “Parola Spirito e Vita”, di cui è stato direttore fino al 2005.
Nel 2009 ha ricevuto il “Premio Cesare Pavese” e il “Premio Cesare Angelini” per il libro “Il pane di ieri”.
Ha partecipato come “esperto” nominato da Benedetto XVI ai Sinodi dei vescovi sulla “Parola di Dio” (ottobre 2008) e sulla “Nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana” (ottobre 2012).
Il 22 luglio 2014 papa Francesco lo ha nominato Consultore del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani.
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