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18/04/2012

La gravidanza, sogno di riscatto in un alveare di vite spente


Selezione e recensione a cura di Pino Pignatta


Guida al film
17 ragazze, di Delphine e Muriel Coulin
Con Louise Grinberg, Juliette Darche e Roxane Duran


Non c’è nulla in questo film francese in cui tutto è inventato – tranne la storia, perché il racconto è tratto da un fatto vero – che non sia disagio, senso di alienazione, desolazione, sofferenza, solitudine. E poi noia, sensazione d’impotenza, distacco tra generazioni, frustrazione dei genitori verso figli, ma di più dei figli verso i genitori. Film francese, dicevamo. Quindi ritmo francese, tinte francesi, attori francesi, che per chi ama il genere vogliono dire lunghi dialoghi, macchina da presa sul quotidiano, piani sequenza che insistono sulla psicologia dei personaggi, location realistiche, poca azione, un pizzico di noir e tanta malinconia, profondità, introspezione.
La pellicola, arrivata da poco nelle sale italiane (con un annuncio, poi rientrato, di censura ai minori di 14 anni che ha fatto gridare allo scandalo le due registe, le sorelle Delphine e Muriel Coulin), s’intitola “17 ragazze” ed è la storia di una piccola città francese, sull’Atlantico, dove un gruppo di ragazze dello stesso liceo prendono una decisione bizzara: rimanere incinte tutte insieme, contemporaneamente, e senza sapere chi siano i padri. Sembra una provocazione, ma a poco a poco si rivela un gesto di ribellione, un desiderio di libertà capace di andare oltre ogni pregiudizio.
Il film, con un cast di giovanissime e bravi attrici, è tratto da un fatto realmente accaduto nel 2008, però negli Usa, Massachusetts, in un porto commerciale in declino per la crisi. Le due registe sono rimaste profondamente colpite dalla cronaca e hanno calato la vicenda nella loro città, Lorient, un centro operaio quasi completamente distrutto durante la Seconda Guerra Mondiale, e che negli anni Cinquanta, con la ricostruzione, la gente credeva sarebbe diventata la città del futuro. Sessant’anni dopo, il porto e l’arsenale sono in crisi e tutte le speranze svanite. Lorient resta aggrappata al passato, quando era “L’Orient”, lo snodo commerciale da cui le navi partivano per il mondo. Ora, invece, i genitori, gli insegnanti, le autorità, non offrono sbocchi alle nuove generazioni, il cui futuro è segnato: un diploma, un lavoro (forse), il matrimonio, i figli.
Le protagoniste del film capovolgono tutto. In una sceneggiatura dove il luogo in cui avvengono i fatti non ha né il ritmo né i suoni della realtà americana, seppure di provincia, ma il volto di una cittadina francese che sbadiglia sull’oceano, dove la crisi morde le famiglie, l’angoscia per il futuro opprime trasversalmente le generazioni, e la noia (anche nel senso filosofico indicato da Sartre, cioè di nausea) colora di grigio i giorni nostri e degli altri.
Una monotonia appena, di tanto in tanto, spezzata dalle strida dei gabbiani, nel quale in buona sostanza non accade mai nulla, non si avvertono segni di speranza che mutino il destino delle singole vite. Questa è la chiave del film, dove il tentativo di dare a tutti i costi visibilità all’invisibile, produce un fatto sociologicamente e anche antropologicamente eclatante: 17 ragazze, della stessa scuola, rimangono incinte una dopo l'altra.
Sullo sfondo è tutto molto triste: le giovani studentesse del liceo sono tristi mentre fanno footing in tuta di ordinanza; le camere delle ragazze sono tristi e vuote, senza passione, senza vitalità; anche le case sono tristi e desolanti: la macchina da presa delle sorelle Coulin ripropone più volte la carrellata sui condomini della città, sempre gli stessi, dalla stessa angolatura, nelle stesse ore del giorno, per rafforzare l’idea di un “alveare” di vite spente, dove la routine e la paura per il futuro sono il tratto dominante.
Ecco allora scattare una “molla”, un’idea di riscatto, di rivincita, che arriva dalla prima ragazza rimasta incinta, Camille (Luise Grinberg), la più forte (solo in apparenza) e determinata, che via via convince le altre compagne liceali a fare la stessa cosa, forzando pregiudizi, ingannando scuola, famiglia e partner occasionali, pur di uscire dalla “palude” di una vita di niente, fatta d’incertezza, preoccupazione, precarietà, sfiducia, pessimismo.
«Quando ci saranno i bambini non avremo tempo per annoiarci», chiosa Camille rivolgendosi alle sue amiche, mentre la maggior parte di esse è già incinta, le pance crescono, le inquietudini pure, anche se accompagnate dalla sicumera che “dopo” tutto si aggiusterà e staremo meglio. I genitori si ritrovano in assemblea a scuola per protestare contro il preside (a loro dire, pesantemente responsabile) in un’impotente incapacità di “leggere” tra le righe il senso degli avvenimenti, dare una risposta, tentare una diagnosi sociologica, comprendere insomma come mai “17 ragazze” dello stesso liceo, le loro figlie, si ritrovano con il pancione.
Ora, senza raccontarvi per filo e per segno tutto il film – lasciandovi quindi il gusto di scoprire come, e con quanta amarezza e “dolore” va a finire (cioè, è finita) la vicenda – possiamo dire che proprio qui la storia vera americana, e il film francese nella finzione, mostrano il senso più acuto di questa sofferenza che accompagna un’intera generazione nel tentativo di ribellarsi a un’esistenza colorata di indeterminatezza. E allo stesso tempo mostrano il limite di questa scelta solo vanamente gagliarda, solo ingenuamente orgogliosa.
Perché nel film e – lo ripetiamo – nella storia vera dalla quale la pellicola trae ispirazione, tutto è sulle spalle delle ragazze, che in apparenza potrebbero vedere coronate tante battaglie femministe degli anni Settanta e andare a vivere in una “comune” dove i figli sono di tutte, tutte accudiscono i neonati delle altre, e finalmente sono “libere”, e non devono dare retta a nessuno. In realtà, le ragazze raccontate dalle sorelle Coulin non muovono da una sedimentazione di queste conquiste del femminismo, forse non ci pensano neppure, anche se la promiscuità dell’oggi e la facilità delle relazioni sessuali in un certo senso sono il frutto di quelle battaglie del passato. Ma queste giovani studentesse non fanno politica femminista. Non urlano “Io sono mia”. Vogliono essere soltanto artefici dei propri destini e scelgono la gravidanza da “ragazze madri” per comunicare al mondo che non ne possono più di quella vita, in quella cittadina, in quelle case, con quei genitori. Cioè vogliono accelerare il cammino per venirne fuori, bruciare le tappe per darsi una sferzata.
Queste ragazze sono drammaticamente sole. Gli adulti di riferimento, a scuola e in famiglia, si muovono in sottofondo, non si vedono quasi mai. Non educano, non formano. Sono presenti soltanto come immediata reazione di rabbia, come elenco di doglianze nei confronti del liceo che non ha vigilato. Ma sotto sotto le loro figlie sono in balia di se stesse. E dunque nel film non si vede uno straccio di adulto che dica loro che fumare in gravidanza fa male, che ballare con il pancione non è salutare, che eccedere nel bere non è consigliabile, e così via.
Non solo: se, come ha spiegato la professoressa Alessandra Graziottin in un recente convegno di Ginecologia e Ostetricia, «la contraccezione moderna è nata con l’obiettivo di separare la procreazione dalla sessualità in modo controllato, sicuro, efficace e reversibile… per dare alla genitorialità la dimensione della scelta, nei tempi e nei modi, specialmente per la donna, e dare alla sessualità una maggiore dimensione ludica e creativa: di emozioni, affetti, piacere, e soddisfazione fisica e psichica», allora in questa storia non c’è alcuna scelta, nei tempi e nei modi, da parte delle 17 ragazze. Anzi, c’è la decisione di “non” separare la procreazione dalla sessualità, con l’aggravante, se così si può dire, di una sessualità fuggitiva, inconsapevole, con il solo obiettivo di realizzare un’impresa, di provare emozioni forti, di rompere la monotonia con qualcosa di poco “serio”, come le stesse registe sottolinano fuori campo al termine del film.
Ed è questo il limite che accennavamo prima. Un “dolore” esistenziale che è superato senza reale coscienza di se stessi. Lasciandovi scoprire tutto il finale amarissimo della pellicola, se c’è una lezione che si può trarre è che mai come in questo film si ha la sensazione che certe “fughe” in avanti sono sterili, di là da ogni considerazione di tipo morale o etico, e che davvero c’è un tempo per ogni cosa. E che rimanere incinte a 16 anni non è esattamente la prova di forza più appropriata per volare verso la libertà e vincere il dolore.

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Parole chiave:
Adolescenti - Disperazione - Gravidanza - Senso della vita

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