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Il trovatore di Berchet: dramma di un amore impossibile

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29/06/2016

Tratto da:
Giovanni Berchet, Le romanze
in: Mario Oliveri e Terenzio Sarasso, Antologia della letteratura italiana, volume terzo, tomo primo, Paravia, Torino 1966, p. 492-493

Guida alla lettura

“Il trovatore” di Giovanni Berchet è una delle poesie più caratteristiche del nostro Romanticismo, perché ne riflette ampiamente il gusto e il tono: l’ambiente è un castello medievale, il motivo è l’amore di un giovane trovatore per la bella castellana dai «cari occhi fatali»; poi l’ira del signore geloso, l’intercessione della donna «ignara fino allor di tanto affetto», che salva la vita del giovane ma non può impedirne l’esilio; infine il vivere di lui in una «selva bruna», in aspra solitudine, fuggendo ogni luce eccetto quella della Luna.
La lirica è senza dubbio espressione di una sensibilità sentimentalistica e melodrammatica, e tratteggia un medioevo di maniera: i suoi sviluppi condurranno alla poetica di Giovanni Prati e Aleardo Aleardi. Ma è anche una composizione limpida, suggestiva e musicale, che sa parlare ancora al nostro cuore dell’amore infelice, della gelosia violenta e incapace di magnanimità, del distacco dagli affetti e dai luoghi più cari.
Ciascuno di noi ha sentito almeno una volta, nella propria vita, scoppiare il proprio cuore «come per morte»: per un amore finito o vanamente desiderato, per un lutto improvviso, per aver dovuto abbandonare un sogno a lungo accarezzato, una casa colma di ricordi, per il rimpianto del tempo che fugge e spesso non lascia traccia. Tutti possiamo dunque riconoscerci nel giovane trovatore, nella sua dolorosa esitazione a varcare per l’ultima volta le mura del castello, nel silenzio delle sue notti insonni, riflesso nel silenzio del suo liuto.
Va per la selva bruna
solingo il trovator
domato dal rigor
della fortuna.
La faccia sua sí bella
la disfiorò il dolor;
la voce del cantor
non è più quella.
Ardea nel suo segreto;
e i voti, i lai, l’ardor
alla canzon d’amor
fidò indiscreto.
Dal talamo inaccesso
udillo il suo signor;
l’improvvido cantor
tradí se stesso.
Pei dí del giovinetto
tremò alla donna il cor,
ignara fino allor
di tanto affetto.
E supplice al geloso,
ne contenea il furor;
bella del proprio onor
piacque allo sposo.
Rise l’ingenua. Blando
l’accarezzò il signor:
ma il giovin trovator
cacciato è in bando.
De’ cari occhi fatali
più non vedrà il fulgor,
non berrà più da lor
l’oblio de’ mali.
Varcò quegli atri muto
ch’ei rallegrava ognor
con gl’inni del valor,
col suo liuto.
Scese, varcò le porte;
stette, guardolle ancor:
e gli scoppiava il cor
come per morte.
Venne alla selva bruna:
qui erra il trovator,
fuggendo ogni chiaror
fuor che la luna.
La guancia sua sí bella
più non somiglia un fior;
la voce del cantor
non è più quella.

Biografia

Giovanni Berchet nasce il 23 dicembre 1783 a Milano, da una famiglia di origine ginevrina. Il padre, commerciante, volendo avviarlo agli affari, gli fa imparare il francese, l’inglese e il tedesco. Ma egli si rivolge allo studio delle lettere italiane ed europee.
Dapprima traduce opere straniere, poi tenta poesie originali, ispirate soprattutto a Ugo Foscolo, ma ancora povere di vita. Nel 1816 pubblica la “Lettera semiseria”, che diventa ben presto il manifesto del Romanticismo italiano: in essa sostiene la necessità che la letteratura sia popolare, abbandonando l’imitazione degli Antichi e l’ispirazione mitologica. La poesia, in particolare, deve ispirarsi alla natura e alle credenze del popolo, ed esprimere lo spirito del tempo e le esigenze contemporanee.
Dal 1818 al 1819 collabora al “Conciliatore”: soppresso questo e perseguitati i patrioti, ripara in Svizzera, a Parigi e a Londra, ove resterà fino al 1929. Qui pubblica “I profughi di Parga”, “Le romanze” e “Le fantasie”. Lasciata la capitale britannica, viene chiamato come precettore in case dell’esule marchese Arconati, che segue in Belgio, Francia, Germania. Nel 1831 scrive il suo ultimo inno patriottico, “All’armi”, ispirato dalle sommosse di Modena e Bologna.
Nel 1848, in seguito alle Cinque Giornate, torna a Milano, dove il governo provvisorio lo nomina direttore generale degli studi in Lombardia. Al ritorno degli Austriaci fugge a Torino, dove è eletto due volte deputato e muore il 23 dicembre 1851, il giorno stesso del suo compleanno.
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