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Il sogno di una donna

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16/10/2019

Tratto da:
Zbigniew Herbert, La cucitrice, Rapporto dalla città assediata, Adelphi, 1993

Guida alla lettura

Questa lirica del polacco Zbigniew Herbert, vera gemma della poesia del Novecento, tratteggia il destino di una donna. Origine che immaginiamo umile, un lavoro manuale molto diffuso a quei tempi, una vita senza rilievi, vissuta sullo sfondo della quotidianità: non ha nemmeno un nome, è «quella che abitava di fronte».
Questa donna aveva un sogno: l’amore, il matrimonio, forse dei figli e dei nipotini. L’esistenza, al posto dell’anello, le ha posto alla mano il ditale da cucitrice. Gli altri, che pure condividono quel destino grigio, fatto di cose insignificanti, ridono della sua sorte – povera e cattiva consolazione alla propria mediocrità. Ora la donna è morta, e viene sepolta in un mesto giorno d’autunno. La pioggia, simile a un pianto sommesso, sembra esprimere il lutto di cui gli uomini non sono capaci. Ma è un attimo, e subito il pessimismo riprende il sopravvento: «Non ne verrà fuori niente lo stesso».
La vita di quella donna senza nome è la vita di tanti: la vaga giovinezza fa sogni che il tempo disperde come nubi nel cielo. L’aspro oggi immalinconisce nell’assenza di amore e di futuro, nell’attesa di una solidarietà che spesso non arriva a sostenere la fatica di vivere. La solitudine prende il sopravvento. Così Herbert ci ricorda Montale: « So che si può vivere / non esistendo, / emersi da una quinta, da un fondale, / da un fuori che non c’è se mai nessuno / l’ha veduto».
C’è un rimedio a questo triste declino? Ogni storia ha la sua risposta. Ognuno di noi deve trovare in se stesso ciò che la vita talora, e spesso gli altri, si ostinano a non dare: un senso profondo ai giorni, ricavato da qualche rapporto buono, dal contatto profondo con la natura, dall’amore per l’arte – insomma, dalla fede in qualcosa che superi e stabilizzi l’incerto orizzonte del sopravvivere quotidiano. E, trovato questo senso, trasmetterlo a chi è vicino. Perché la vita è una cordata, e la cima è alla portata di tutti, se solo accettiamo di camminare insieme senza voltarci indietro.
Piove fin dal mattino.
Ci sarà il funerale di quella che abitava di fronte.
Una cucitrice.
Sognava un anello nuziale ed è morta con un ditale sul dito.
Tutti ne ridono.
La pioggia, comprensiva,
rammenda il cielo con la terra.
Ma non ne verrà fuori niente lo stesso.

Biografia

Zbigniew Herbert è uno dei maggiori poeti del Novecento polacco. Era nato a Leopoli, città dell’Ucraina occidentale, a circa settanta chilometri dal confine con la Polonia, nel 1944. La sua famiglia era di origine inglese. Durante l’occupazione tedesca entrò nelle file dell’Armia Krajowa (Armata Nazionale), partecipando alla resistenza. Poi si è guadagnato da vivere in un istituto di vaccinazione anti-tifo e come venditore in un negozio di ferramenta. Dopo la guerra ha vissuto per qualche tempo a Proszowice, vicino a Cracovia. Ha studiato economia, si è laureato nel 1947 presso l’Accademia del Commercio. Ha anche studiato all’Accademia di Belle Arti.
E’ stato scrittore di liriche, testi drammaturgici e saggi. Insieme con la poetessa Wisława Szymborska, Premio Nobel per la Letteratura nel 1996, è uno dei poeti polacchi più letti al di fuori dei confini nazionali. E’ stato tradotto in tedesco, inglese, ceco, olandese, svedese, e in italiano a cura di Piero Marchesani, Francesca Fornari, e anche da Paolo Statuti, forse il primo a pubblicare, nel 1973, la poesia “Il sermone del signor Cogito” nella “Guida alla moderna letteratura polacca” di Jerzy Pomianowski (Bulzoni, 1973). Abbiamo raggiunto il professor in Polonia, dove vive da tanti anni, nella cosiddetta Svizzera Kasciuba, non lontano da Danzica, e a proposito di Zbigniew Herbert ci spiega: «Poeta moralista e metafisico alla ricerca del senso dell’esistenza, di fronte alla tragicità della vita, alla violenza e al cinismo della storia».
Tragicità e cinismo che affiorano dalla poesia che abbiamo scelto, “La cucitrice”, pubblicata in Italia nel libro “Rapporto dalla città assediata”, a cura di Pietro Marchesani (Adelphi, 1993). E proprio dal catalogo Adelphi, in un’altra antologia di poesie, “L’epilogo della tempesta”, scopriamo un’affermazione illuminante dello stesso Zbigniew Herbert, che in un’intervista del 1991, quasi deplorando, con un paradosso, la fine della censura dopo la caduta del Muro di Berlino, afferma: «Scrivevo poesie serie, tragiche. Ora scrivo sul mio corpo, sulla malattia, sulla perdita del pudore».
E proprio questo tratto della personalità del poeta, il pudore, sembra emergere da questa lirica, seppur spietata nella sua drammaticità. Come scrive la studiosa e traduttrice Francesca Fornari, in un saggio disponibile interamente su Internet, “La scelta del pudore. Omaggio a Zbigniew Herbert”, si tratta di un artista dal volto pudico, nel senso che «aspira a rimanere nascosto nella propria opera, e ha un altro volto più segreto e intimo che si è andato svelando sempre più con il passare del tempo, il volto della rassegnazione, pacatamente disperato».
Un poeta, dunque, da leggere ricercando e ritrovando, nei suoi versi, come in uno specchio, quella stessa discrezione, ritegno – pudore, appunto – con cui Herbert proietta il suo sguardo sul mondo, e sulle macerie esistenziali dell’umanità. Ritegno e pudore che sono gli stessi con i quali chi soffre, chi è nel dolore, guarda o parla alla o della propria malattia. Scrive ancora, infatti, Francesca Fornari: «La scelta del pudore si collegava anche alla volontà di resistere, di non farsi trascinare dal furore della propria sofferenza, era in un certo modo anche superiorità e dominio sul dolore».
Dopo il 1957 Zbigniew Herbert ha viaggiato molto e soggiornato per lunghi periodi all’estero: Francia, Germania, Stati Uniti, Italia. Ha ricevuto, tra gli altri, il premio Petrarca (1979) e il premio Città di Gerusalemme (1991). E’ morto a Varsavia nel 1998.
(A cura di Pino Pignatta)
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