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"Leggere" la sofferenza

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28/09/2011

Luciano Manicardi, monaco di Bose

Guida alla lettura

In questo ampio articolo Luciano Manicardi illustra l’importanza dei libri e della lettura per la comprensione di se stessi e della vita. Un’importanza decisiva anche nella costruzione di un rapporto corretto con la malattia, perché «vivere la malattia e la sofferenza significa anzitutto imparare a dirle», e dirle con parole di verità.
Il racconto “La morte di Ivan Il’ic”, di Lev Tolstòj, è uno dei più celebri esempi di come la letteratura ci aiuti a dare nome ai nostri vissuti profondi sull’evoluzione di una malattia incurabile, sui rapporti fra il malato e il suo ambiente, sulle ipocrisie che la paura della morte scatena, al punto che «la rimozione del morire diviene emarginazione del morente»: il sentimento di solitudine, il dolore per la reazione degli amici e dei familiari, lo sgomento di fronte all’insensibilità dei medici, il malanimo per i sani, la rabbia verso Dio, la lacerante percezione dell’inautenticità della vita sino a quel momento vissuta, il senso di colpa per il disagio arrecato agli altri, tutto è scandagliato con un’intensità drammatica serrata e coinvolgente. Sino all’epilogo inatteso che, come vedremo, ci ammaestra con non minore forza sulla possibilità che tutti abbiamo, anche in punto di morte, di attingere alle energie rigeneranti dell’autenticità e dell’amore.
«Leggere è comprendersi davanti a un testo», osserva Manicardi all’inizio dell’articolo. L’affermazione è profondamente vera e implicitamente definisce chi, nell’incessante fluire del tempo, è degno di essere chiamato “classico”: uno scrittore che ha parlato di noi e per noi, e che ci insegna qualcosa di vero e immutabile sulla nostra natura. Scrive Francesco Trisoglio (Fratel Enrico delle Scuole Cristiane): «I grandi scrittori sono coloro che hanno visto più in là: sulle loro tracce anche noi impariamo a vedere oltre, dove da soli non saremmo arrivati; sono coloro che ci fanno luce, sono le guide e i maestri; le loro intuizioni arricchiscono le nostre: ovviamente accogliendole con sveglio senso critico, nella nostra piena responsabilità personale» (Passeggiando tra gli antichi. Sguardo panoramico sulle letterature greca, latina e cristiana antica e sul Nuovo Testamento, Biella 2001, p. 5). E Ivano Dionigi: «Si può fare senza classici, ma si vive meno bene; la comunicazione appare più povera e il dialogo interrotto: senza l’Ulisse di Omero non avremmo il “folle volo” di Dante né sapremmo dare un volto alla nostra cupido noscendi; senza l’Antigone di Sofocle ci sarebbe meno cara la supremazia delle leggi non scritte (agrapta nomima); senza l’Enea di Virgilio non avremmo cognizione del victor tristis; senza il carpe diem di Orazio non riusciremmo a dare forma al nostro dolente sentimento del tempo; senza il lessico di Seneca non si darebbe il linguaggio dell’interiorità di Agostino e Petrarca» (AA.VV., Di fronte ai classici, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 2002, p, p. 11).
Il classico ci parla non perché sia “moderno”, come troppe volte si sente ripetere, ma perché è eterno: e dalle sue parole eterne noi possiamo trarre ogni giorno una maggiore comprensione del senso ultimo della nostra vita.
Leggere è sempre leggersi, è lasciarsi leggere dal libro. Leggere è comprendersi davanti a un testo. Noi ci comprendiamo «passando attraverso le grandi testimonianze che l’umanità ha deposto nelle opere di cultura. Se la letteratura non avesse dato articolazione ed espressione linguistica all’amore e all’odio, ai sentimenti etici e a tutto quello che in generale forma noi stessi, ben poco ne sapremmo» (Paul Ricoeur). Le grandi opere letterarie sono specchi dell’interiorità umana e ci aiutano a dar nome a ciò che viviamo interiormente. La letteratura ci insegna la complessità e la molteplicità dell’animo umano; è uno sguardo plurimo sul mondo e sul cuore umano, sguardo che l’autore condivide con il lettore, iniziando con lui un dialogo che potrà condurre il lettore a sentire che ciò che è stato scritto parla proprio a lui, alla sua situazione esistenziale.
Questo vale anche per l’esperienza della sofferenza, che spesso è all’origine dello scrivere e che attraversa l’umanità dello scrittore e del lettore. La lettura diviene così esperienza di com-passione, evento che ci aiuta a riconoscere e a nominare il mistero dell’umano opacizzato, offeso, sofferente.
Il racconto di Tolstòj La morte di Ivan Il’ic (Garzanti, Milano 1975) è un bell’esempio di come la letteratura dia nome a vissuti profondi circa la sofferenza, la scoperta e l’evoluzione di una malattia che avrà esito fatale, i rapporti del malato con la sua famiglia, con chi lo assiste, circa il morire e le ipocrisie e paure che ingenera.
Dopo peripezie presso diversi medici, il consigliere di Corte d’appello Ivan Il’ic si rende conto di essere affetto da una grave malattia: «Non ci si poteva più ingannare: qualcosa di terribile, qualcosa che era più importante di tutto quello che fino allora era accaduto nella vita di Ivan Il’ic si stava compiendo in lui. E lui solo lo sapeva; tutti quelli che lo circondavano non capivano o non volevano capire e pensavano che la vita sulla terra andava avanti come prima. Era questo che più di ogni altra cosa tormentava Ivan Il’ic. Egli si accorgeva che le persone di casa, soprattutto la moglie e la figlia, che si trovavano nel pieno di una fertile attività di visite mondane, non capivano niente ed erano seccate con lui per il suo umore così tetro ed esigente, come se fosse colpa sua. Anche se cercavano di nasconderlo, egli vedeva che per loro era diventato un intralcio…» (p. 95).
Lo sguardo di Ivan sul mondo esterno è ormai filtrato dalla novità invasiva e totalizzante della sua malattia. La gravità della malattia induce mutamenti nelle relazioni dei famigliari e dei colleghi di lavoro: l’atteggiamento della moglie «sembrava volesse dimostrare che la colpa di quella malattia era di Ivan Il’ic e che quella malattia anzi era l’ennesima sgarberia che il marito le faceva. Ivan Il’ic capiva che quell’atteggiamento era involontario, ma non per questo si sentiva meglio. In tribunale Ivan Il’ic notò, o gli parve di notare, un atteggiamento strano nei suoi confronti: ora gli sembrava che lo guardassero come uno che di lì a poco avrebbe lasciato libero il posto; ora all’improvviso i suoi amici cominciavano a canzonarlo per le sue apprensioni, come se quella cosa spaventosa e orribile, quella cosa inaudita che si sviluppava dentro di lui, che lo succhiava senza posa, fosse il più grazioso pretesto per i loro scherzi» (p. 96).
Quando poi la sua situazione peggiora, ecco il protagonista alle prese con la congiura dell’ipocrisia da parte delle persone a lui vicine, ma che diventano progressivamente e rapidamente sempre più lontane. La rimozione del morire diviene emarginazione del morente, fuga da lui, caduta nel vortice della falsità che avvelena gli ultimi tempi della vita del malato. «Il maggior tormento di Ivan Il’ic era la menzogna che lo voleva malato, ma non moribondo, una menzogna accettata da tutti, chissà perché: bastava che stesse tranquillo e si curasse, e allora ci sarebbe stato un gran miglioramento… Ma egli sapeva benissimo che, qualsiasi cosa gli facessero, non ci sarebbe stato proprio niente, salvo che sofferenze ancora più tormentose e la morte. Questa menzogna lo tormentava, lo tormentava il fatto che non volessero riconoscere che tutti sapevano e che anche lui sapeva, e che volessero invece mentire sul suo terribile stato, e che per di più costringessero lui stesso a prender parte a quella menzogna. Quella menzogna, perpetrata su di lui alla vigilia della sua morte, una menzogna che si sentiva in dovere di umiliare questo terribile atto solenne al livello delle loro visite di cortesia o delle tende in salotto,… era un orribile tormento per Ivan Il’ic… Molte volte era stato a un filo dal gridare in faccia a tutti: smettetela di dire bugie, lo sapete benissimo e lo so benissimo anch’io che sto morendo, almeno finitela di mentire. Ma non aveva mai avuto cuore di farlo. L’orribile, tremendo atto della sua agonia era degradato da tutti quelli che lo circondavano alla stregua di qualcosa di casuale e sgradevole, persino di indecoroso…: egli vedeva che nessuno aveva pietà di lui perché nessuno voleva capire la sua situazione… In certi momenti, dopo lunghe ore di sofferenza, anche se si sarebbe vergognato a confessarlo, aveva soprattutto voglia che qualcuno avesse pietà di lui, come di un bambino malato. Avrebbe voluto che lo carezzassero, che lo baciassero, che lo compiangessero, così come si accarezzano i bambini e si consolano i bambini» (pp. 113-115).
La vicinanza dei sani, in particolare dei famigliari, impegnati in questa congiura di menzogna, diviene un inferno: «Ivan Il’ic guardò la moglie, la squadrò da capo a piedi, e cominciò a recriminare in cuor suo contro la sua bianchezza, la sua rotondità, contro la pulizia delle sue mani e del suo collo, contro la brillantezza dei suoi capelli, contro lo splendore dei suoi occhi pieni di vita. La odiava con tutte le sue forze. E il contatto con lei lo faceva soffrire, rinfocolando il suo odio» (p. 120). E i dialoghi che medici e parenti intrecciano sul corpo e sull’anima del malato che giace a letto aggiungono dolore a dolore con la loro violenza. La moglie informa il medico che Ivan ha preso l’abitudine di chiamare un servo che gli tenga sollevate le gambe ritenendo di avere così un po’ di sollievo dai dolori. Allora, «il dottore fece un sorriso benevolmente sprezzante: ‘Cosa ci vuol fare, è così, questi malati a volte inventano certe sciocchezze: ma è perdonabile’»(p. 121).
L’animo esacerbato dai dolori interroga Dio: «Ivan Il’ic scoppiò a piangere come un bambino. Piangeva sulla propria impotenza, sulla propria orribile solitudine, sulla crudeltà di Dio, sull’assenza di Dio. ‘Perché mi hai fatto tutto questo? Perché mi hai portato fino a questo punto? Perché, perché mi tormenti così orribilmente?’ Non aspettava alcuna risposta e pianse sull’assenza di una risposta, sull’impossibilità di una risposta» (p. 127).
Cosciente di stare per congedarsi dai viventi e dalla propria stessa vita, Ivan Il’ic ripensa al suo passato: «Si mise a frugare nella propria immaginazione alla ricerca dei momenti migliori della sua piacevole vita. Ma, stranamente, tutti i momenti migliori della sua piacevole vita ora gli sembravano ben diversi da come gli erano apparsi allora. Tutti, salvo i primi ricordi dell’infanzia. Qui, sì, nell’infanzia, c’era stato qualcosa di effettivamente piacevole, che sarebbe stato pronto a rivivere, se avesse potuto tornare indietro. Ma la persona che aveva provato quei momenti piacevoli non c’era più: sembrava il ricordo di qualcun altro» (p. 128).
La relazione perversa che si crea tra il morente e i vicini è anche connessa al carattere speculare della relazione che si instaura tra quello e questi: «Le sofferenze morali di Ivan Il’ic nascevano dal fatto che nella notte gli era venuto in mente che forse per davvero tutta la sua vita era stata una vita ‘sbagliata’… Il cameriere, la moglie, la figlia, il dottore, ogni loro movimento, ogni loro parola non faceva che confermare la tremenda verità che gli si era rivelata. In loro egli vedeva se stesso, tutto ciò di cui aveva vissuto, e vedeva chiaramente che tutto ciò era sbagliato, era un orribile enorme imbroglio, che nascondeva la vita e la morte. Questa consapevolezza decuplicava la sue sofferenze fisiche. Gemeva, si agitava, si lacerava i vestiti. Gli sembrava che lo soffocassero e lo schiacciassero. E per la stessa ragione odiava i suoi» (p. 135).
Nel calvario dei dolori fisici e morali si compie un percorso spirituale che giunge al suo apice proprio nella morte. Ivan prova pietà per i suoi famigliari: «Mi fanno pena. Staranno meglio quando sarò morto… Indicò con lo sguardo il figlio dicendo alla moglie: ‘Portalo via… mi fa pena… e anche tu…’. Voleva dire alla moglie ‘perdonami’ [in russo: prostì], ma disse ‘lascia andare’ [in russo: propustì]; e, non avendo ormai la forza di correggersi, tacque, tanto chi doveva, avrebbe capito ugualmente». Ivan stava cadendo nell’abitudine alla sottomissione, chiedendo perdono per la sua malattia che provocava dolore e disagio ai suoi famigliari, stava chiedendo perdono d’essere al mondo e di essere divenuto un peso, con la sua malattia, per i suoi famigliari.
Ma non chiede perdono: dalla sua bocca esce una parola che dice alla moglie di lasciarlo andare, di lasciarlo morire. Lo sguardo compassionevole di Ivan sul figlio, sulla moglie, è stato in realtà il suo perdono a loro: «Aprì gli occhi e guardò il figlio. Ne ebbe pietà. Si avvicinò la moglie. Ivan Il’ič la guardò. Aveva la bocca aperta, lasciava scorrere le lacrime sul naso e sulle guance, senza asciugarle, lo guardava con un’aria disperata. Ne ebbe pietà.» (p. 135).
«Lascia andare»: quella parola finalmente sua, quella parola che non chiede più scusa per colpe inesistenti, quella parola che ha dovuto traversare una potente corazza per emergere, quella parola che il lavoro destrutturante del dolore ha liberato dalla prigionia, quella parola non di acquiescenza dopo una vita di conformismo, quella parola di verità dopo un’esistenza passata nella vanità, quella parola che dice il ritrovamento di un’identità repressa, ora sgorga dal profondo e Ivan non teme più la morte: «All’improvviso comprese chiaramente che ciò che lo tormentava e non voleva abbandonarlo, se ne stava andando via di colpo… Cercò la sua solita paura della morte e non la trovò. Dov’era? Ma quale morte? Non c’era nessuna paura, perché non c’era neanche la morte. Invece della morte c’era la luce. ‘Ah, è così!’, esclamò d’un tratto a voce alta. ‘Che gioia’. Per lui tutto s’era compiuto in un attimo, e il significato di quell’attimo non cambiò più. Per i presenti la sua agonia durò ancora due ore… Poi qualcuno disse su di lui: ‘È finita’. Egli sentì quelle parole e le ripeté nel suo animo. ‘È finita la morte’ disse a se stesso. ‘Non c’è più’. Aspirò l’aria, a metà del respiro si fermò, si distese e morì» (p. 139).
Muore o nasce Ivan? La nascita a una parola propria è sigillo di una riconciliazione con se stesso e con la vita in articulo mortis. Egli è nato, dunque può morire. Soprattutto, egli ha perdonato: ha avuto pietà del figlio, della moglie, ha perdonato a loro. Ha perdonato a se stesso. Può finalmente partire.
La letteratura che parla della malattia si avvicina straordinariamente alla vita. E soprattutto parla, con linguaggio non medico-scientifico, ma emotivo, umano, di un’esperienza universale. E così rende noto al lettore qualcosa di quel paese straniero che è la malattia. Nella malattia l’uomo vede le cose consuete e abituali come dal di fuori, si trova ad abitare una terra straniera eppure comune, e si trova a dover apprendere la lingua di questo nuovo paese. “Leggere” nelle opere letterarie (si pensi a “La montagna incantata” di Thomas Mann, o a “Tenera è la notte” di Francis Scott Fitzgerald, o a “Reparto C” di Alexandr Solženicyn) l’esperienza di malattia diviene così possibilità di andare più a fondo dell’umano, di entrare in una comunicazione sull’essenziale dell’esistenza, imparando a “dire” la malattia. Vivere la malattia e la sofferenza significa anzitutto imparare a dirle. La malattia di una persona è, infatti, una storia. E le storie vanno raccontate.

Biografia

Luciano Manicardi è nato a Campagnola Emilia (Reggio Emilia) nel 1957. Si è laureato in lettere classiche a Bologna, con una tesi sul Salmo 68. Dal 1981 fa parte della Comunità Monastica di Bose (BI), dove ha continuato gli studi biblici ed è attualmente Maestro dei novizi e, dal 2009, Vice Priore.
Membro della redazione della rivista “Parola, Spirito e Vita” (Dehoniane, Bologna), svolge attività di collaborazione a diverse riviste di argomento biblico e spirituale, tiene conferenze e predicazioni.
Dal 2008 è membro del Comitato Culturale della Fondazione Alessandra Graziottin.
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