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11/12/2019

Una vita sullo strapiombo


Tratto da:
Nika Georgievna Turbina, Sono pesi queste mie poesie. E altre liriche, Via del Vento, 2008


Guida alla lettura

Una vita segnata dall’abbandono da parte del padre e dalla malattia, e poi dall’instabilità emotiva, da amori tormentati, dall’alcol. Ma anche illuminata da una vocazione poetica precocissima, da una capacità straordinaria di guardare nel profondo di se stessa, dal dono di una parola raffinata e potente. E’ stata tutto questo l’esistenza di Nika Turbina, morta a 27 anni e oggi ricordata come una delle voci più limpide e ispirate dell’ultimo Novecento.
La lirica che di lei proponiamo tesse in pochi versi un’immagine complessa e originale. Il peso opprimente della vita diventa qui peso delle sue stesse poesie, spinte come pietre lungo un’interminabile salita. Sull’orlo dello strapiombo finalmente raggiunto, sfinita dal pianto, Nika smembra le strofe come un giorno tenterà di fare con le vene dei polsi. I versi piangono con lei, mentre l’ortica – simbolo aspro di una natura lontana – le ferisce la mano con crudele indifferenza. Infine la rivelazione che chiarisce il suo destino e la sua missione: «L’amarezza di quel giorno / tutta trasmuterà in parola».
Riflettiamo sulla grande consapevolezza formale che traluce da questi versi. La poesia, e le sue componenti metrico-retoriche, sono sfogo e, al tempo stesso, metafora della vita: le strofe sono oggetto di una furia distruttiva che è insieme ribellione e rassegnazione (gioverà ricordare che la parola “strofe”, di origine greca, è imparentata con “catastrofe”); i versi piangono con Nika, e quante immagini similari riemergono dalla lirica antica; le poesie via via scritte esprimono una necessità, e contemporaneamente sono come macigni che quella stessa necessità obbliga a trascinare sulla salita che è la vita.
Questi versi sono stati scritti a sette anni: un’età a cui dovrebbero pertenere, piuttosto, il gioco spensierato e l’intatta speranza. In Nika, invece, tutto è tragicamente maturo: il dolore, la disperazione, la consapevolezza, le immagini, e quel dire sopraffino che scolpisce con esattezza ogni palpito dell’anima. Davvero un miracolo d’arte, che ci fa rimpiangere tutto quanto Nika Turbina, morendo giovane, non ha lasciato al nostro cuore e alla nostra cultura.

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Sono pesi queste mie poesie,
pietre spinte lungo una salita.
Le porterò stremata
allo strapiombo.
Poi cadrò, viso nell’erba,
non avrò lacrime abbastanza.
Smembrerò la strofa
scoppierà in singhiozzi il verso
e si pianterà nel palmo
con dolore anche l’ortica.
L’amarezza di quel giorno
tutta trasmuterà in parola.

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Biografia

Poco conosciuta in Italia, amatissima in Ucraina, la poetessa Nika Georgievna Turbina ha avuto una vita breve e tragica (afflitta da problemi respiratori, è morta ad appena 27 anni, nel 2002, precipitando da una finestra della sua abitazione, al quinto piano), ma letterariamente intensa. Ha iniziato a scrivere poesie sin da bambina, particolarmente toccanti e profonde. La lirica che abbiamo scelto, «Sono pesi queste mie poesie», una delle più celebri, è stata scritta ad appena 7 anni, ed è per questo che Nika Turbina è famosa anche come la “poetessa bambina”, e rivela in modo denso e drammatico il mondo interiore di una piccola scrittrice che, a causa della malattia e dell’abbandono del padre in giovanissima età, ha vissuto una vita gonfia di dolore e solitudine.
Nata a Yalta, in Crimea, il 17 dicembre 1974, è cresciuta dalla madre e dai nonni, e la sua innata sensibilità si perfeziona anche perché si tratta di una famiglia di artisti con uno sguardo cosmopolita sul mondo: la madre, Maya Nikanorkina, è una scultrice; la nonna, Lyudmila Karpova, interprete presso l’agenzia governativa per il Turismo; il nonno, Anatoli Ignatievich Nikanorin, apprezzato poeta. Soffre di diabete e di asma. La difficoltà a respirare le impedisce di dormire, di notte si mette a sedere sul letto, respira a fatica. Si accorge di mormorare parole. Scriverà più tardi: «Le poesie arrivavano all'improvviso, quando stavo male ed ero spaventata. E’ per questo che portavano dolore».
A tre anni inizia a recitare usando un linguaggio pieno di metafore e immagini poetiche che la madre e la nonna annotano su un diario. A quattro scrive la prima poesia. A sei anni il letterato Julian Simonov la segnala al Club degli Scrittori di Mosca, dicendo che ha incontrato uno degli spiriti poetici più speciali dell'Unione Sovietica. A otto anni afferma di scrivere poesie per «trasformare in parole il sapore amaro dei giorni».
Nel 1984, a soli 10 anni, esce la prima raccolta, “Bozza”, con prefazione a cura del poeta e romanziere Evgenij Evtušenko. «I versi per me sono come l’aria», afferma Nika, «la vita e il dolore sono come l’aria, e non si può stare senza respirare».
Nel 1985, a 11 anni, ottiene il Leone d'oro al Festival internazionale della poesia di Venezia. Lo stesso premio vinto da un’altra poetessa che abbiamo già letto in queste pagine, la russa Anna Achmatova, quando aveva però sessant’anni. Nel 1988 – leggiamo in una nota biografica di Giuliano Landini – «viaggia negli Stati Uniti, promuove il libro, tiene pubbliche letture, occasioni che le danno modo di incontrare Iosif Brodskij, saggista e drammaturgo che era appena stato insignito del Nobel per la Letteratura».
La vita di Nika Georgievna Turbina è tormentata dalla nascita e continua a esserlo nonostante i successi letterari. Scappa di casa, prende sonniferi, si taglia le vene. Confida: «Ogni tanto si cade nella depressione, a volte si vuole solo andarsene, chiudere la porta e mandare tutti al diavolo».
A Mosca frequenta alcuni corsi di cinematografia, lavora in Tv e radio, ma è cagionevole di salute e con un equilibrio psicologico instabile. Quando ha 16 anni, nel 1990, viene ricoverata in una clinica psichiatrica svizzera. Inizia a vivere amori travagliati. Sposa un professore di psichiatria di 67 anni, ma presto fugge e ritorna a Mosca. Comincia a bere. Si innamora di un uomo d’affari, ma la storia naufraga di nuovo in breve tempo. Nel 1991, a 17 anni, esce la sua seconda collezione di poesie, “Passi verso l’alto, passi verso il basso”: un titolo, un’esistenza.
Nella notte tra il 13 e il 14 maggio 1997, forse per un tentativo di suicidio, forse per un incidente, la causa non è certa, precipita dal balcone. Sopravvive, la caduta è attutita dagli alberi. Si sottopone a numerose operazioni per via delle fratture e di gravi lesioni alla colonna vertebrale. Torna, con difficoltà, a camminare. L’11 maggio 2002 precipita di nuovo dalla finestra del quinto piano della sua casa a Mosca, e questa volta non ce la fa: muore all'età di 27 anni. Il suo corpo rimane all’obitorio per otto giorni, non identificato. Viene cremata, ma non sepolta. Lo sarà soltanto successivamente, nel cimitero Vagankovky della capitale russa. Una vita di sofferenza e un orrore che l’accompagna sino all’ultimo, persino dopo la morte, in una gelida indifferenza. Aveva scritto già adulta, qualche tempo prima di morire: «Tutto quello che dovevo, l’ho detto da bambina, nelle mie poesie. Non c’era bisogno che diventassi una donna».
(A cura di Pino Pignatta)

Nika Georgievna Turbina

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Parole chiave:
Abbandono - Dolore - Poesia - Solitudine

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