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Anche quando soffriamo, i ciliegi sono in fiore

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Anche quando soffriamo, i ciliegi sono in fiore
06/01/2021

Liberamente tratti da:
Haiku. Il fiore della poesia giapponese da Basho all'ottocento, Mondadori, 1998

Guida alla lettura

Tre delicate liriche giapponesi, o “haiku”, ci insegnano tre verità sul dolore di vivere: anche nella malattia, quando intorno a noi vediamo soltanto desolazione, i sogni possono librarsi nel cielo e sostenere la nostra speranza; la pesantezza dell’essere può essere attenuata dalla capacità di ridere, forse anche di noi stessi; anche quando il mondo soffre, e noi con esso, i ciliegi fioriscono e ci insegnano che la vita ha sempre l’ultima parola.
L’haiku giapponese risponde a un’esigenza di sintesi presente in molte espressioni della poetica occidentale: si pensi all’antica lirica greca, che però conosciamo per frammenti, agli ermetisti, alle forme popolari come lo stornello. L’essenzialità rende la lettura accessibile a tutti: ma non significa superficialità, o povertà di contenuto. Al contrario, ogni haiku contiene una gemma di sapienza che è composta di due elementi fondamentali: la capacità di contemplare il mondo, e la prontezza di ritrovare dentro di sé un’eco di quel mondo che appare in rapide immagini.
All’inizio di un anno che auguriamo di ritrovata serenità per tutti, meditiamo questi brevi pensieri per continuare a sperare, anche quando tutto sembra contraddire i nostri sogni più autentici e intensi.
Malattia nel viaggio:
i miei sogni si librano
sui campi desolati.
Matsuo Bashō (1644-1694)

Che bello sarebbe
se si versassero risate
come si versano le lacrime.
Misuzu Kaneko (1903-1930)

Mondo di sofferenza:
eppure i ciliegi
sono in fiore.
Kobayashi Issa (1763-1828)

Biografie e note storiche

Le tre liriche che proponiamo in questa puntata sono una forma particolare di poesia che si è sviluppata in Giappone nel diciassettesimo secolo. L’autore in assoluto più celebre, e che ha dato notorietà al genere ben oltre i confini del Sol Levante, è Matsuo Bashō, nato a Kyoto nel 1644, figlio un samurai, quindi proveniente dalla classe militare ma poi diventato monaco Zen e grande viaggiatore. Dal 1684 percorre le strade del Giappone, a piedi o a cavallo, con amici e discepoli, per affinare la propria sensibilità lirica in una comunione con la natura, a contatto con la vita quotidiana del periodo Edo, immerso in una totale esistenza di semplicità, proprio mentre l’Europa viveva gli splendori dell’età barocca.
Dalla formazione Zen, Bashō ha ricavato i tratti salienti di questo tipo di poetica, nota con il termine giapponese di “haiku”: un componimento che si regge sull’essenzialità delle parole, sulla semplicità, volto a rappresentare la natura e le emozioni legate alle stagioni, o la sofferenza e la precarietà dell’esistenza. Tema questo, del dolore, che non poteva non abitare l’animo di Matsuo Bashō, essendo il buddhismo una via di liberazione dalla sofferenza. Ma soprattutto gli haiku di Basho, proprio in quanto Zen, rincorrono l’istante, cercano di fissare l’adesso, la consapevolezza del “qui e ora”, da vivere totalmente “presenti”. Il suo più celebre haiku infatti è questo: «Vecchio stagno: / salta una rana, / rumore dell’acqua».
La struttura degli haiku è molto semplice: una successione di tre versi con schema sillabico 5-7-5 (cinque sillabe nel primo verso, sette nel secondo, cinque nel terzo), anche se non sempre lo schema è mantenuto rigidamente. Si concentra su un breve momento nel tempo, lo fissa, lo ferma, spesso affiancando e giustapponendo due immagini, in modo da creare un improvviso senso di “risveglio”, di illuminazione. Il conteggio delle sillabe, tuttavia, è frutto della trasposizione del testo originale in italiano: in giapponese, infatti, non sono le sillabe che si contano ma gli “onji”, i segni grafici: un haiku scritto in giapponese è formato da 17 onji, ma nella lingua italiana un haiku di 17 sillabe può essere più lungo dell’equivalente giapponese. E poi deve essere presente un “kigo”, cioè un riferimento a una delle stagioni dell’anno, o in forma diretta, oppure con un’immagine che alle stagioni riporti la nostra fantasia.
Agli haiku si sono ispirati molti autori del Novecento, quando sono arrivate le prime traduzioni dal giapponese. Fra i poeti italiani maggiormente attratti dal loro stile spiccano Giuseppe Ungaretti e Salvatore Quasimodo. «Ed è subito sera» di Quasimodo, ancora più breve di un haiku, manifesto della poetica dell’ermetismo, deve sicuramente molto al lirismo giapponese.
Gli altri due haiku sono di una poetessa e di un poeta. La prima, Misuzu Kaneko, è vissuta molto vicino a noi, nei primi trent’anni del Novecento: morta suicida a 27 anni dopo avere contratto una malattia debilitante, adorna uno dei francobolli nazionali del Giappone.
Il poeta, Kobayashi Issa, è vissuto a cavallo tra Sette e Ottocento. Con Matsuo Bashō è uno degli autori di haiku più conosciuti al mondo. Nato in Giappone nel villaggio di Kashiwabara, proveniva da una famiglia di agricoltori. A tre anni rimane orfano della madre e viene cresciuto dalla nonna. Quando perde anche la nonna, si trasferisce a Edo, l’odierna Tokyo. Negli anni successivi viaggia, proprio come Bashō, per tutto il Giappone, visitando Kyoto, Osaka, Nagasaki e molti altri luoghi del Sol Levante. Nella sua vita ha scritto più di 20.000 brevi poesie.
(Biografie e note storiche a cura di Pino Pignatta)
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