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Antigone: quando l'etica si riduce a regola

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04/05/2016

Tratto da:
Luigi Zoja, Contro Ismene. Considerazioni sulla violenza, Bollati Boringhieri, Torino 2009

Guida alla lettura

In questo brano, tratto dal libro “Contro Ismene. Considerazioni sulla violenza”, lo psicanalista Luigi Zoja tratteggia il nucleo fondativo della tragedia di Antigone e ne offre un’interpretazione storico-giuridica: lo scontro insanabile fra Antigone e Creonte sul cadavere di Polinice, e la tragica fine dell’eroina, dimostrano come la negazione dell’etica nel nome di una legge che si crede giusta e inappellabile generi morte e rovina, coinvolgendo nella catastrofe tutte le figure che a qualche titolo sono coinvolte nella vicenda.
Abbiamo già visto, in un’altra occasione, come i termini del confronto fra Antigone e Creonte non siano così limpidi e lineari: il tragico in Sofocle è costituito non tanto dal prevalere del male sul bene, quanto piuttosto dal conflitto insanabile fra istanze ugualmente legittime e dall’assenza di dialogo fra le parti in causa.
Ma la grandezza dell’analisi di Zoja riposa altrove, nella straordinaria intuizione che «l’etica che si riduce a regola falcia la vita intorno a sé»: lo confermano, nel Nuovo Testamento, il fanatismo legalistico che condannò Gesù a morte, e le parole ardenti di San Paolo sui rapporti fra la legge, che uccide, e lo spirito, che salva e vivifica; nella storia, il furore igienico delle ideologie, che quasi sempre implodono nella negazione della vita e della libertà; nel nostro tempo, le innumerevoli sfide umanitarie che ci troviamo ad affrontare – la crisi economica, le guerre, il terrorismo, le migrazioni di massa – e rispetto alle quali i politici, prigionieri delle regole, sembrano incapaci di una visione lungimirante e di una parola capace di giustizia.
E noi, persone comuni? Zoja avverte con nettezza: «Quando il bene si dissecca riducendosi a norma, la cura del male richiede l’autonomia del cittadino comune di fronte al re, della donna di fronte all’uomo, dell’ispirazione di fronte alla rigida regola». In una parola, richiede la forza del coraggio, dell’indipendenza di giudizio, e una creatività in grado di dare risposte concrete a chi affonda lentamente nel dolore.
La scuola e la famiglia sono chiamate a forgiare cittadini di questa tempra, attraverso programmi di studio solidi e credibili, e uno sforzo educativo alto: solo a queste condizioni, le donne e gli uomini della nostra generazione, e delle prossime, riusciranno a restituire linfa vitale al bene individuale e collettivo, e a ricollocare l’etica al cuore dell’azione.
Nell’Antigone, Sofocle rappresenta il dramma dei due figli e delle due figlie di Edipo. Polinice è morto dando l’assalto a Tebe. Eteocle, difendendola. Il re Creonte decreta che il cadavere del primo venga lasciato ai corvi, mentre Eteocle sarà sepolto come un caduto per la patria. Anche le due sorelle sono molto diverse. Ismene è obbediente alla legge, che a quei tempi coincide con il decreto del re: «Io», dice, «sono impotente di fronte alla città». Antigone ricorda che, da che gli umani si scoprirono umani, la prima norma è stata seppellire ritualmente i morti. Il decreto reale non può piegarla a regola capricciosa, che si riduce a seconda delle circostanze e riguarda solo uno dei fratelli.
Antigone seppellisce Polinice di nascosto. Scoperta, il re Creonte la condanna a essere sepolta viva. Come il suo dibattito con Ismene, così quello con Creonte è inconciliabile. Antigone rispetta «le leggi non di oggi né di ieri, ma di sempre». E, se il rispetto è uguale nel tempo, anche ai morti – gli uomini del passato – deve lo stesso rispetto che ai vivi. Per il re – e per Ismene – questo è incomprensibile. Il tempo è la giornata, la società è il villaggio: sono guidati solo da quello che li circonda.
Di fronte al destino di Antigone, Emone, figlio di Creonte e promesso sposo della fanciulla, si uccide. Per la disperazione, si toglie la vita anche Euridice, madre di Emone e sposa del re. Creonte, che credeva di vincere, resta solo e disperato. Alla conclusione del dramma. è evidente che l’unica giustizia era quella di Antigone.
La fantasia inconscia della società in cui Sofocle operava si esprime con chiarezza. L’etica che si riduce a regola falcia la vita intorno a sé. Le morti intorno al re simboleggiano che quello che nasce da lui – suo figlio – non ha futuro. Antigone è sepolta viva: invisibile, la giustizia che rappresenta continua a respirare. Quando il bene si dissecca riducendosi a norma, la cura del male richiede l’autonomia del cittadino comune di fronte al re, della donna di fronte all’uomo, dell’ispirazione di fronte alla rigida regola. Contro Ismene, anche sepolti vivi con Antigone.

Biografia

Luigi Zoja
Luigi Zoja, nato a Varese nel 1943, è uno psicoanalista. Laureato in economia, ha compiuto le sue prime ricerche sociologiche nella seconda metà degli anni Sessanta. Successivamente si è formato presso il Carl Gustav Jung Institut di Zurigo.
Ha lavorato a Zurigo e New York, e attualmente risiede a Milano. Dal 1984 al 1993 è stato presidente del Centro Italiano di Psicologia Analitica (CIPA). Dal 1998 al 2001 ha presieduto la International Association for Analytical Psychology (IAAP), che raggruppa gli analisti junghiani a livello mondiale. Presso la stessa IAAP, dal 2001 al 2007, è stato presidente del Comitato Etico internazionale.
Molti suoi lavori studiano i comportamenti problematici del giorno d’oggi (dipendenze, consumismo, eclisse della figura paterna, odio e paranoia) alla luce di miti, testi letterari e temi archetipici. Tra i libri più famosi figurano “Nascere non basta: iniziazione e tossicodipendenza” (Raffaello Cortina, 1985 e 2003); “Coltivare l’anima” (Moretti&Vitali, 1999); “Storia dell’arroganza: psicologia e limiti dello sviluppo” (Moretti&Vitali, 2003); “Il gesto di Ettore: preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre” (Bollati Boringhieri, 2000), vincitore del Gradiva Award nel 2002; “Giustizia e bellezza” (Bollati Boringhieri, 2007); “La morte del prossimo” (Einaudi, 2009); “Contro Ismene. Considerazioni sulla violenza” (Bollati Boringhieri, 2009); “Centauri: mito e violenza maschile” (Laterza, 2010); “Paranoia, la follia che fa la storia” (Bollati Boringhieri, 2011); “Utopie minimaliste” (Chiarelettere, 2013); “Psiche” (Bollati Boringhieri, 2015).

Sofocle
Con Eschilo, che lo precede, e con Euripide, che gli è contemporaneo, Sofocle, nato nel 497/496 a Colono presso Atene, è l’interprete più alto della tragedia classica.
Di famiglia agiata, godette di un’ottima formazione, culturale e sportiva, e non si allontanò mai da Atene, partecipando attivamente alla vita pubblica della città dell’età di Pericle, e vedendone anche il declino, iniziato con la guerra del Peloponneso. Morì nel 406/405 a.C., a 92 anni, poco prima che Atene venisse definitivamente sconfitta dalla rivale Sparta.
Della sua opera (circa 130 drammi, compresi i drammi satireschi), a noi rimangono 7 tragedie integre e, parzialmente, un dramma satiresco (I cercatori di tracce, o Segugi). Le tragedie giunte a noi sono: Aiace; Antigone (442 a.C.); Edipo Re; Elettra; Trachinie; Filottete (409 a.C.); Edipo a Colono (407 a.C. circa).
Pur nella diversità dei temi e degli eventi, l’opera sofoclea, che non s’inoltra nelle contese e nei problemi sociali del suo tempo, rappresenta il destino dell’uomo segnato dall’infelicità e dalla fragilità, contro cui s’infrange la nobiltà delle intenzioni e l’altezza del sentimento.
Per Eschilo, la sofferenza era stata un veicolo necessario alla conoscenza e comunque era motivata dalla colpa: la successione fatale colpa-pena era destinata a comporsi, se pure nel solco delle generazioni, nell’approdo pacificante alla giustizia di Zeus. In Sofocle, tale linearità religiosa pare mancare: i personaggi, infatti, non riescono a spiegarsi l’esistenza del male e dell’ingiustizia nel mondo; i progetti divini rimangono oscuri, anche se accettati con rispettosa venerazione; l’infelicità, spesso immeritata, è considerata come costitutiva della condizione umana. Del tutto estranea al mondo di Sofocle è poi l’analisi inquieta di Euripide, dubbiosa quando non apertamente scettica nei confronti del divino, specie delle credenze tradizionali.
Quanto ai rapporti tra individuo e collettività, nelle tragedie di Sofocle i personaggi, dissociati ed estranei al contesto della polis, sono soli nell’agire e nel patire, e la loro vita, orientata in una direzione privata e intima, è disgiunta dalla dimensione comunitaria: la comunità non riesce più a contenere l’individuo, né questi si considera parte della totalità; da qui, il ricorso a gesti disperati e solitari.
Sofocle è considerato un maestro della parola poetica: per l’eleganza naturale dell’espressione, per la fantasia delle immagini, per la limpidezza della scrittura.
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