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Il tempo altro della felicità

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22/07/2020

Tratto da:
Giovanni Raboni, Barlumi di storia, Mondadori, 2003

Guida alla lettura

In questa poesia asciutta, Giovanni Raboni ci propone una serie veloce di micro-immagini che tratteggiano un quadro di vita disorientato e disilluso. Ma, come spesso accade negli scrittori contemporanei, allo stile semplice e spoglio corrisponde una consapevolezza retorica di grande efficacia.
L’avversativa (“O”) che dà avvio al primo verso suggerisce l’idea di un flusso di pensieri che precede l’effusione lirica. Il poeta esclude di poter essere felice: la felicità è «degli altri», di un altro tempo, persino di un’altra vita. Non resta che cercare un’apparenza di felicità, un sentimento che non si vive ma si recita, senza un copione razionale ma a soggetto, come nella commedia dell’arte, un «bizzarro canovaccio senza capo né coda». Eppure, nonostante questa amara consapevolezza, l’uomo si ostina a inseguire la parte di se stesso, la sua ragion d’essere nel mondo, le sue aspirazioni e il suo destino.
Due i poli su cui si gioca la tensione della breve composizione: da un lato, il sopravvivere «come viene viene», senza un discernimento, senza un progetto coerente con il proprio intimo desiderio, senza un’azione costante per trasformare quel progetto in un oggi appagante e un domani carico di promesse; dall’altro, quell’insistenza ostinata e patetica, l’inutile corteggiamento dei sogni traditi, la tardiva chiarezza con cui si scorge la rotta a cui la vita chiamava.
Conoscendo l’esistenza piena di Raboni, è difficile scorgere in questa lirica un riflesso autobiografico. Tuttavia la possibilità di mancare un appuntamento cruciale con se stessi è un rischio sempre presente, sempre pronto a produrre i suoi effetti nefasti, a tutte le età, anche dopo molte decisioni riuscite. Facciamo dunque in modo che la nostra vita non sia mai la risultante del caso, ma sempre il frutto di una visione chiara di noi stessi e di una robusta volontà dell’essere e del fare.
O forse la felicità
è solo degli altri, d’un altro tempo,
d’un’altra vita e a noi non è possibile
che recitarla come viene viene,
a soggetto, ostinandoci a inseguire
la parte di noi stessi
in un vecchio, bizzarro canovaccio
senza capo né coda.

Biografia

«Le mie poesie più remote risalgono all’infanzia, all’adolescenza. Sono poesie scritte intorno agli anni Cinquanta, quando avevo 18 anni, che raffigurano episodi della Passione di Cristo. Intorno al 1950, quando l’adolescenza stava diventando maturità, sono successe per me cose fondamentali. Alla Scala c’è stata una stagione di concerti stupenda in cui si sono ascoltati tutti i capolavori della musica sacra, da Vespro della Beata Vergine fino al Requiem tedesco di Brahms. Esperienza per me assolutamente fondamentale. Poi si respirava nel campo letterario, e nel campo della poesia in particolare, quella voglia di rottura, di uscire dal lirismo degli anni Trenta su cui mi ero formato. Si sentiva l’esigenza di una poesia più discorsiva, più narrativa, più dentro la realtà. E in quel periodo, oltre alla straordinaria esperienza della musica sacra, oltre alle prime esperienze di appassionato di pittura e di scultura – per cui l’aver visto per la prima volta il portale di San Zeno a Verona o i bassorilievi di Chartres rientra in questo apprendistato – c’è stata la lettura di grandi poeti anglosassoni, soprattutto Eliot».
Si tratta di un frammento dell’autobiografia del poeta Giovanni Raboni, che mette bene in evidenza una sensibilità lirica maturata nell’incontro di tutte le arti: musica, pittura, scultura, letteratura. Raboni nasce a Milano nel 1932. Da quando ha 10 anni, sino ai 13, vive in campagna da sfollato. Sono gli anni del secondo conflitto mondiale, molto presente nei suoi ricordi. Straordinario l’attacco della sua poesia “Guerra”:

Ho gli anni di mio padre […]
quando, gualcito e impeccabile, viaggiava
su mitragliati treni e corriere
portando a noi tranquilli villeggianti
fuori tiro e stagione
nella sua bella borsa leggera
le strane provviste di quegli anni, formaggio fuso, marmellata
senza zucchero, pane senza lievito,
immagini della città oscura, della città sbranata...

Tornato in città, frequenta saltuariamente ginnasio e liceo. Già quando era sfollato, da ragazzo, leggeva molte poesie e iniziava a scrivere. Nel 1952 muore il padre. Nel 1953 vince un concorso per una raccolta di liriche inedite: in giuria, fra gli altri, c’è Giuseppe Ungaretti. Nel 1961 – dopo essersi laureato in Giurisprudenza, aver lavorato nell’ufficio legale di un’impresa, dopo la nascita dei suoi tre figli, e dopo aver trovato impiego in un’altra fabbrica – pubblica un primo opuscolo di versi, «Il catalogo è questo». Segue, cinque anni dopo, la prima raccolta organica, «Le case della Vetra».
E’ il momento in cui Raboni si può permettere di abbandonare l’impiego nell’industria e vivere della sua attività di intellettuale. Scrive di cinema sul quotidiano cattolico Avvenire, collabora con i programmi culturali della RAI, diventa consulente della Garzanti. Per un’altra casa editrice, Mondadori, cura le traduzioni di Baudelaire. Nel 1975 diventa critico letterario per il supplemento Tuttolibri del quotidiano La Stampa.
Traduce Apollinaire, la Recherche di Proust, la Fedra di Jean Racine per il teatro di Luca Ronconi. Diventa critico teatrale del Corriere della sera. Nel 1988 pubblica con Mondadori «A tanto caro sangue», raccolta di poesie già edite (ma parzialmente riscritte) e inedite, che gli piace considerare il suo ultimo ed unico libro.
Si legge sul suo sito personale: «Il 12 aprile 2004, nel pomeriggio del lunedì di Pasqua, al rientro da qualche giorno trascorso a Belluno, è colto da una violenta aritmia nell’appartamento di via Melzo mentre termina l’articolo sulla morte di Cesare Garboli per il Corriere della Sera. E’ ricoverato all’ospedale Sacco di Milano, in stato di coma. Si risveglia il 5 maggio [...]. A metà giugno è ricoverato all’ospedale San Raffaele; di qui passa il 30 agosto nel Centro di Riabilitazione cardiaca di Fontanellato (Parma). Muore la mattina di giovedì 16 settembre, a causa di un nuovo attacco cardiaco. I funerali sono officiati sabato 18 nella basilica di Sant’Ambrogio. Riposa nel Famedio del Cimitero Monumentale di Milano». Lo stesso in cui è sepolto Alessandro Manzoni.
Ha scritto Raboni di se stesso: «Manzoni deve esserci, non può non esserci, nelle mie poesie – esserci, è chiaro, come un tenue, degradato riflesso, o solo come un rimorso. Se non ci fosse, vorrebbe dire che non ci sono neanch’io, che le mie poesie sono, letteralmente, di qualcun altro. Ma al di là di questa fede o, se si vuole, di questa petizione di principio, suppongo che sia possibile rintracciare qualche indizio, qualche elemento più oggettivo. I temi dell’ingiustizia, della persecuzione, del processo iniquo, dell’innocenza ingiustamente perseguitata e punita; l’immagine, esplicita o implicita, della città come teatro della peste, come contenitore di ogni possibile contagio fisico e morale; il gusto di nominare luoghi, circostanze e documenti con scrupolosità impassibile e segreta passione; l’attenuazione, la reticenza e l’ironia usate per rendere pronunciabili l’indignazione, lo sgomento e la pietà: tutte queste cose (...) vengono, non ho dubbi, da Manzoni, sono le prove, le stigmate della mia passione manzoniana».
(Biografia a cura di Pino Pignatta)
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