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17/09/2014

Il dolore della vita: quando l'arte batte il web (e la realtà)


Tratto da:
Alberto Mattioli, Se Bach commuove più del web, La Stampa, 5 settembre 2014


Guida alla lettura

«Un tweet è sufficiente per esprimere un’emozione di pelle, non una riflessione di testa»: in questa frase è contenuto il senso dell’articolo con cui Alberto Mattioli, giornalista e cultore di opera lirica, commenta una recente rappresentazione della “Passione secondo Matteo” di Johann Sebastian Bach, e raffronta la potenza rappresentativa che l’arte ha del dolore umano con la frettolosa superficialità del web, spesso del tutto inadeguata a farci riflettere con la dovuta profondità sulla sofferenza quotidiana che ci circonda. L’arte, dunque, come occasione di riflessione sul male: «Improvvisamente, torniamo a vedere le cose nella giusta prospettiva, a porre le vere domande, a cercare risposte».
Non solo: un’arte siffatta riesce ad essere «molto più reale della realtà vera», perché il vero problema «non è “cosa” ci viene raccontato… ma “come” ci viene raccontato». Quello che viene fatto al Cristo di Bach, e dei vangeli, non è poi così diverso da quello accade alle vittime della violenza e dell’odio di cui ogni giorno ci parlano i telegiornali. Ma solo un’arte di quel livello ci offre «la possibilità di fermarci, pensare, metabolizzare», come già aveva intuito Aristotele quando, in una delle più memorabili pagine della Poetica, aveva parlato della “catarsi” indotta dalla tragedia attica sugli spettatori che si recavano a teatro.

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Bach batte Internet. Eh, già: per le emozioni, quelle intense, quelle vere, non basta un clic. E, dopo aver pianto, per provare a ragionarci sopra 140 caratteri non sono sufficienti.
Premessa: l’altra sera, al Festival di Lucerna, in memoria di Claudio Abbado, è stato replicato uno degli spettacoli più sconvolgenti che si siano visti negli ultimi anni: «La Passione secondo Matteo» di Johann Sebastian Bach, diretta da sir Simon Rattle e “ritualizzata” dal regista Peter Sellars. Certo, già di suo, si sa, la musica della «Matthäus-Passion» è forse la più bella mai scritta, di certo la più straziante. Poi, si risà, i Berliner Philharmoniker e i coristi di Radio Berlino sono così bravi che sembrano dei marziani (invece i solisti di canto sono abbastanza disomogenei, e va bene perché altrimenti la bellezza dell’insieme sarebbe eccessiva: «A noi resta negata / l’idiozia della perfezione», si potrebbe dire con la Szymborska). Di più, rispetto ai soliti Bach, c’è il lavoro di Sellars che ridà alla Passione il suo carattere di rito arcano, sacra rappresentazione, religiosa e laica insieme. Ovviamente per farlo non ha bisogno di nulla, né costumi né scene e nemmeno di una croce: basta qualche cubo di legno bianco, le luci, una lampadina che pende dal soffitto. Ma ogni nota è un gesto, ogni gesto un significato. Finché l’Evangelista non diventa lui stesso il Cristo massacrato, e quando il tenore Mark Padmore (un genio, per inciso) canta «Mein Gott! Mein Gott! Warum?», Dio mio! Dio mio! Perché?, è chiaro che fa a tutti la domanda che tutti, prima o poi, ci siamo fatti.
Risultato: io personalmente mi sono commosso come non mi era capitato forse mai in un teatro e già a metà della prima metà ogni possibile “distanza” critica era sommersa dalla piena dell’emozione. Poco professionale, lo ammetto: però non ero l’unico. Mai vista tanta gente con gli occhi lucidi (svizzeri, oltretutto...), tanto che alla fine ci sono stati un paio di minuti di silenzio assoluto e sgomento prima che qualcuno iniziasse a battere le mani e a provare a rientrare nella realtà. Vero che poi ci siamo rifatti continuando ad applaudire per un buon quarto d’ora. Insomma, una serata (teatrale? Musicale? Difficile dirlo) così coinvolgente da meritare che ci si rifletta sopra. In fin dei conti, al di là di ogni considerazione religiosa, che riguarda poi la fede o la sua mancanza, la Passione è anche una storia di violenza selvaggia, di un uomo umiliato, torturato, macellato in un mare di sangue (cos’erano, i coristi di Sellars che chiedono a Pilato il sangue di Cristo accettando che ricada su di loro e sui loro figli facendo il gesto di buttarsi qualcosa addosso e subito dopo rabbrividiscono...). E tutti noi abbiamo gli occhi pieni delle immagini atroci che bombardano la nostra quotidianità.
Però, discutendone e ripensandoci, è stato giocoforza ammettere che le foto di Foley o di Sotloff sgozzati dagli islamisti non avevano prodotto la stessa impressione profonda. Avevano destato orrore, preoccupazione, magari un po’ di voyeurismo pulp. Ma subito erano state rimpiazzate da altre immagini, altre storie, altre sventure. L’orrore minuto per minuto che ci viene servito da Internet, tivù e social media è troppo per le nostre possibilità di assorbirlo compiutamente; un tweet è sufficiente per esprimere un’emozione di pelle, non una riflessione di testa. Così l’eccesso di indignazione uccide l’indignazione.
Il problema non è “cosa” ci viene raccontato, perché fra quello che fanno al Cristo di Bach o ai poveri cristi che vediamo in tivù non c’è poi molta differenza. La differenza è “come” ci viene raccontato, la possibilità di fermarsi, pensare, metabolizzare. Paradossalmente, in questo caso la fiction teatrale diventa molto più reale della realtà “vera”. Arrivano tre ore di musica sublime e si ripete la catarsi. La pietà e la paura della tragedia, come insegnava Aristotele, ci purificano. Improvvisamente, torniamo a vedere le cose nella giusta prospettiva, a porre le vere domande, a cercare risposte. Per esempio, e per cominciare, quant’è scandaloso, intollerabile e in definitiva osceno che un uomo venga ucciso.

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Biografia

Alberto Mattioli, nato a Modena nel 1969, giornalista, lavora a “La Stampa”. Scrive di opera lirica anche per “Musica” e “Classic Voice”. Per Mondadori ha pubblicato “Big Luciano. Pavarotti, la vera storia” (2007).

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Parole chiave:
Internet, media e social media - Musica - Senso del dolore - Senso della vita - Sofferenza

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