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22/10/2014

La dignità del morente


Tratto da:
Xavier Thévenot, Le ali e la brezza, Edizioni Qiqajon, Monastero di Bose, Magnano (BI) 2002, p. 177-179


Si ringrazia l’Autore per la gentile concessione


Guida alla lettura

La morte come forza di separazione, di lacerazione, di “de-legame”. E l’atteggiamento di Gesù sulla croce come opposizione netta a questa forza, come sforzo continuo di creare nuove relazioni, nuove aperture al futuro. E’ questo il succo della bella riflessione di Xavier Thévenot, sacerdote e teologo francese a lungo ammalato di Parkinson.
Di fronte a una grave malattia, ogni persona coinvolta – non solo l’ammalato ma anche chi lo assiste - «finisce per non sapere più tanto bene chi è e che cosa sta veramente diventando»: il dolore fisico ed emotivo cancella ogni altra sensazione; si perde la memoria e la nozione del tempo; tutto viene sentito come ostile e assurdo; le comunicazioni si fanno faticose, difficili, e non di rado si deteriorano lasciando spazio al risentimento e all’aggressività.
In situazioni così penose, sottolinea Thévenot, «un autentico rispetto della dignità di colui che si trova di fronte alla morte consiste nell’aiutarlo a ricostituire dei legami profondamente umani». Come fece Cristo con sua madre e Giovanni, affidando l’uno all’altra in una rinnovata relazione di affetto e accudimento; con il “buon ladrone”, promettendogli il Paradiso; con lo stesso Dio Padre, prima cercato con disperazione («Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»), poi ritrovato nella quiete e nella fiducia («Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito»).
Le “sette parole di Cristo sulla Croce”, come la tradizione ben presto definì quelle frasi brevi e piene di forza vitale, insegnano che anche nel momento della morte possiamo opporci alle forze disgregatrici del nulla, e fare spazio all’amore dato e ricevuto: solo così la “dignità della persona”, concetto su cui spesso si spendono parole tanto alte quanto fredde e disumane, può essere riconosciuta e celebrata come valore essenziale della nostra vita.

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La visione cristiana invita colui che soffre (per lo meno se è sufficientemente cosciente), così come ogni persona che entra in relazione con lui, a lasciarsi ispirare o per lo meno interrogare dalla lettura dei passi dell’evangelo che riportano le parole di Cristo in croce. In essi si può trovare infatti una verità fondamentale: un autentico rispetto della dignità di colui che si trova di fronte alla morte consiste nell’aiutarlo a ricostituire dei legami profondamente umani, là dove il male tende invece a creare isolamento, frammentazione e, in ultima analisi, una certa perdita di identità.
Freud, con ragione, presentava il potere di Thanatos come un potere di “de-legame”. Tale è in effetti la conseguenza di ogni dolore intenso che, a causa della sensazione troppo penosa che provoca, sconvolge l’immagine del corpo. Tutto sembra concentrarsi nell’organo che soffre e solo in quello. Allo stesso modo, il prolungarsi della prova porta a un’angoscia nei confronti del tempo: si perde la memoria o la nozione del tempo, o al contrario ci si chiude nel passato; o ancora, non si fanno più progetti, a meno che non si tratti di progetti molto utopici; e in definitiva si desidera porre fine al momento presente sentito come assurdo: «Perché tutto questo?». Inoltre, quando il male diventa cronico, esso genera stanchezza in quelli che sono vicini al malato, che vengono progressivamente rimandati alla loro impotenza e vedono la comunicazione con la persona amata farsi sempre più difficile, addirittura caricarsi di sentimenti aggressivi... Insomma, ognuno finisce per non sapere più tanto bene chi è e che cosa sta veramente diventando. È questo l’effetto del de-legame.
Di fronte a queste manifestazioni di Thanatos, il Cristo in agonia viene invece presentato come uno che crea legami. Per questo ci viene mostrato preoccupato del futuro del discepolo amato mentre lo affida alla madre, in piedi sotto la croce, e invita quest’ultima a considerare l’apostolo come un figlio. Allo stesso modo, promettendo il paradiso, Gesù apre un futuro a uno dei due compagni di supplizio che gli chiede umilmente «di ricordarsi di lui quando sarà nel suo regno». Di più, egli attinge nelle profondità del suo essere filiale, nel contempo divino e umano, per gridare, con una verità estrema, il suo sconforto di fronte al silenzio del Padre, per urlare la sua sete, per sollecitare il perdono a favore dei suoi nemici, e infine per esprimere la sua fiducia radicale nella bontà del suo Dio: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46). Emerge chiaramente come questi racconti della Passione ci presentino un uomo portato al limite estremo della sofferenza e che tuttavia passa “come attraverso il fuoco” dell’assurdo. Viene così rivelato il cuore stesso del rispetto della dignità umana. Esso è costituito da una fede che osa trascendere tutte le ragioni di diffidenza, da una speranza che si arrischia ad attraversare la notte del terribile, e da un amore così “folle” che porta a consegnarsi interamente a Dio, in una dinamica di acconsentimento alla sua volontà anche là dove apparentemente sarebbe ragionevole abbandonare tutto.
Fede, speranza, amore, vissuti nella libertà dello Spirito, e questo fin nella notte dei sensi e nella perdita apparente del senso della vita: tali sono gli atteggiamenti di fondo sui quali costruire ogni forma di rispetto della dignità altrui, specie quando il pungolo della morte si fa sentire.

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Biografia

Xavier Thévenot (1938-2004), sacerdote francese, è stato salesiano di Don Bosco e professore di teologia morale all’Istituto Cattolico di Parigi. Affetto per oltre 20 anni dal morbo di Parkinson, ha scritto pagine dense e sofferte sulla propria esperienza di malattia.
Thévenot amava definire la morale come «ciò a cui gli uomini si obbligano quando vogliono conferire un senso alla propria vita» e come «un insieme di regole e di valori che ci consentono di trovare a poco a poco, e liberamente, cammini di umanizzazione e di felicità».
Teologo di fama internazionale, capace di parlare della morale senza cadere nel moralismo, Thévenot ha contribuito a dimostrare come sia possibile riflettere sulla realtà e assumere decisioni responsabili anche quando il bene e il male sembrano essere inestricabilmente legati.

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Parole chiave:
Cristianesimo - Morte - Rapporto con il malato - Speranza

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