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16/07/2014

I Padri della Chiesa e la malattia – Parte 2


Luciano Manicardi, monaco di Bose


Guida alla lettura

Nella seconda e ultima parte del suo articolo sul rapporto fra i Padri della Chiesa e la malattia, Luciano Manicardi illustra il pensiero dei primi cristiani sull’importanza di lottare contro la malattia, con tutti i mezzi spirituali e medici a disposizione; le prime esperienze di cura organizzata degli ammalati; l’esigenza, allora molto sentita, di affrontare la malattia in modo tale da ricavarne frutti di bene; i disturbi psichici che uno sforzo spirituale non equilibrato poteva provocare; il concetto di patologia spirituale e le strategie per combatterla.
Più in dettaglio:
- secondo i Padri, la malattia è un’occasione di crescita spirituale, perché può consentire di sviluppare una percezione più realistica della propria finitezza, di approfondire la fede, e di aderire con maggiore coerenza personale al comandamento dell’amore, il solo che – nella duplice dimensione dell’amare e dell’accettare di essere amati – esprime compiutamente l’essenza di ciò che il credente chiama “volontà” di Dio. Tuttavia, essa va anche combattuta con ogni mezzo a disposizione dell’uomo, perché il male in sé non redime e non nobilita, ma mortifica la dignità delle creature e le espone a un’ingiusta sofferenza;
- il fondamento di questa visione delle cose si trova nell’esempio di Gesù Cristo, che non ha mai esortato ad “accettare” la malattia, o ad “offrirla” a Dio, ma si è sempre speso per il bene e la guarigione di tutti;
- il cristiano è chiamato a seguire questo esempio, e tra i primi a farlo in forma strutturata fu Basilio di Cesarea, che fondò una casa di accoglienza per «gente di passaggio, malati, persone bisognose di cure, in cui viene disposto tutto il necessario conforto: infermieri, medici, animali da trasporto, persone che li accompagnano»;
- se il cristiano è chiamato a un impegno spirituale esigente, è però vero che uno sforzo eccessivo può provocare turbe psichiche anche gravi, come testimoniano le antiche cronache sulla vita nei primi monasteri: il credente è dunque chiamato a un lavoro interiore equilibrato, commisurato alle proprie forze, libero da perfezionismi estranei allo spirito del Vangelo e che potrebbero tradire ambizione e orgoglio;
- il seguace di Cristo è chiamato a curare anche le patologie spirituali, esemplificate nella Chiesa d’Occidente dall’elenco dei “sette vizi capitali” formulato da Gregorio Magno: vanagloria, invidia, ira, tristezza, avarizia, gola, lussuria. Contro di esse, i Padri propongono diverse strategie, la più nota delle quali – fondata su un’attenta selezione di testi dalle Sacre Scritture – è quella messa a punto da Evagrio Pontico nel IV secolo d.C.: perché «la traduzione spirituale dell’idea di salute è la santità».

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Il pensiero dei Padri sulla malattia la riconosce come tribolazione inevitabile ma anche come realtà contro cui combattere. Se le infermità e le malattie del corpo fanno parte delle «molte tribolazioni attraverso le quali si entra nel Regno di Dio» (Atti 14,22), ad esse non ci si deve rassegnare, ma si deve combattere con tutti i mezzi, quelli spirituali, come la preghiera e l’invocazione al Cristo “medico del corpo e dell’anima” (Gesù Cristo, «il buon Pedagogo, … guarisce nel contempo il corpo e l’anima, lui che è medico e panacea dell’umanità» [1]), e quelli medici.
Fin delle origini il cristianesimo ha assunto gli strumenti terapeutici che la medicina dell’epoca proponeva integrando nella propria prassi la medicina profana. Sappiamo di molti cristiani che esercitavano l’arte medica ed Eusebio di Cesarea ci informa circa un vescovo di Laodicea di nome Teodoto che era anche un esperto medico: «Quest’uomo ha confermato con le sue stesse opere il nome proprio che porta (Teodoto significa “dato da Dio”) e il titolo di vescovo. Ha conseguito infatti il primo posto non solo nella scienza che guarisce i corpi, ma anche in quella che cura le anime» [2]. L’esempio evangelico di Gesù che ha curato e guarito molte persone affette da svariate malattie, così come l’imperativo della carità, hanno condotto, in genere, a un apprezzamento dell’arte medica, seppure sempre subordinata al potere di quel Dio che solo ha nelle proprie mani la vita e la morte degli umani [3], e a operare creativamente in questo ambito fino a creare, con Basilio, un centro di accoglienza e di cura dotato del personale qualificato necessario. Nel discorso funebre in onore di Basilio, dopo aver fatto l’elogio della “città” fondata da Basilio per accogliere poveri e curare malati, Gregorio di Nazianzo scrive del vescovo di Cesarea che, mentre altri coltivavano l’eleganza del vestire, la raffinatezza dei cibi e il lusso del vivere, lui, nobile per nascita, «prediligeva i malati, la cura delle ferite e l’imitazione di Cristo, il quale non a parole, ma nei fatti, curava la lebbra» [4]. In una sua lettera Basilio parla di queste case di accoglienza destinate a «gente di passaggio, malati, persone bisognose di cure, in cui viene disposto tutto il necessario conforto: infermieri, medici, animali da trasporto, persone che li accompagnano» [5].
Se con l’arte medica e con la cura dei malati il cristiano dà prova di carità, sopportando la malattia egli si rafforza nella pazienza e si fortifica nella fede. «Che noi siamo sfiniti da una lacerazione delle nostre viscere, che un fuoco violentissimo ci consumi interiormente fino alla gola, che le nostre forze vengano continuamente scosse da vomiti o che i nostri occhi siano iniettati di sangue, che siamo contaminati dalla cancrena e costretti ad amputare uno dei nostri membri, o che una qualsiasi infermità ci privi improvvisamente dell’uso delle gambe, della nostra vista o del nostro udito: tutti questi mali sono altrettante occasioni per approfondire la fede» [6]. I Padri propongono cammini spirituali e di fede per rendere la malattia capace di dare frutti di bene: la pazienza, il rendimento di grazie, la lode, l’umiltà, il pentimento e la compunzione.
Al tempo stesso, fin dall’antichità, in ambiente monastico si è sviluppata la coscienza che lo sforzo spirituale può ammalare, può provocare disturbi soprattutto psichici. Uno sforzo spirituale eccessivo e disordinato, non sottomesso all’obbedienza a un padre spirituale, può causare malattie e perdita di equilibrio mentale conducendo alla pazzia e anche al suicidio. La “Vita di san Teodosio” (prima metà del VI secolo d.C.) ci informa su un monastero situato a una decina di chilometri da Gerusalemme che, intorno al 465 d.C., aveva adattato un’ala a ricovero di malati mentali ovvero, concretamente, dei monaci che a causa di ascesi forzate e troppo dure avevano perso l’equilibrio psichico. Doloroso, ma istruttivo esempio di errori di spiritualità che producono turbe psichiche, malattie [7].
I Padri, poi, conoscono e parlano molto delle malattie dell’anima, delle patologie spirituali. Il linguaggio medico, e dunque l’uso metaforico delle realtà della malattia e del medicamento, della terapia e del medico, è ampiamente attestato nella letteratura dei Padri della Chiesa. La traduzione spirituale dell’idea di salute è la santità: il cammino verso la santità è anche cammino di acquisizione della sanità spirituale. Presso i Padri greci, l’ideale della “apatheía” indica non solo né tanto l’impassibilità, quanto l’assenza di patologie. Queste patologie sono state intraviste nella tradizione patristica in una serie di ambiti relazionali che possono essere stravolti con atteggiamenti improntati a egocentrismo, consumo, abuso. La tradizione ci consegna un ricco insegnamento espresso dalla dottrina degli otto pensieri malvagi formulata da Evagrio Pontico, ripresa da Cassiano e passata in Occidente dove fu modificata da Gregorio Magno. Questi sostituì “acedia” con “invidia” e lasciò fuori lista la “superbia”, costruendo così un elenco di sette peccati o malattie dell’anima – vanagloria, invidia, ira, tristezza, avarizia, gola, lussuria – che si diffuse, soprattutto in periodo controriformistico, nella forma a tutti nota dei sette vizi capitali. È interessante notare che alla diagnosi delle patologie, Evagrio fa seguire anche la terapia: la sua opera chiamata “Antirrhetikós” (Controversie) riunisce testi biblici per fronteggiare e controbattere gli otto pensieri malvagi che avvelenano l’animo e turbano la mente togliendo la pace del cuore. Anche in questo caso, il “malato” è chiamato ad essere anche “medico di se stesso”.
Certo, l’idea di fondo che sorregge il confronto dei Padri con la malattia è espressa da quell’adagio della letteratura patristica che dice che Cristo «ha assunto tutto perché tutto fosse guarito» [8]. Questa è la convinzione di fede che consente di affrontare la dura prova della malattia.

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Note dell'Autore

1) Clemente di Alessandria, Il Pedagogo I, 6, 2
2) Eusebio di Cesarea, Storia ecclesiastica VII, 32, 23
3) «È nel nome del Signore che noi confidiamo nei medici, perché abbiamo fede che Egli ci procurerà la salute per mezzo loro»: Barsanufio e Giovanni di Gaza, Lettere 508
4) Gregorio di Nazianzo, Discorsi LXIII
5) Basilio, Lettere 94
6) Cipriano, Sulla morte 14
7) P. Canivet, «Erreurs de spiritualité et troubles psychiques. A propos d’un passage de la Vie de S. Théodose par Théodore de Pétra (530)», in Recherches de Sciences Religieuse 1962/2, p. 161-205
8) Giovanni Damasceno, La fede ortodossa III, 20

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Biografia

Luciano Manicardi è nato a Campagnola Emilia (Reggio Emilia) nel 1957. Si è laureato in lettere classiche a Bologna, con una tesi sul Salmo 68. Dal 1981 fa parte della Comunità Monastica di Bose (BI), dove ha continuato gli studi biblici ed è attualmente Maestro dei novizi e, dal 2009, Vice Priore.
Membro della redazione della rivista “Parola, Spirito e Vita” (Dehoniane, Bologna), svolge attività di collaborazione a diverse riviste di argomento biblico e spirituale, tiene conferenze e predicazioni.
Dal 2008 è membro del Comitato Culturale della Fondazione Alessandra Graziottin.

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Parole chiave:
Cristianesimo - Fede - Malattia - Medicina - Senso del dolore

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