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10/08/2010

Viaggio nei colori del cuore (Sergej Rachmaninov, Concerto per pianoforte n. 3 op. 30)




Sergej Rachmaninov
Concerto per pianoforte n. 3 op. 30
Vladimir Horowitz, pianoforte
New York Philharmonic Orchestra
Zubin Metha, direttore


Tempo di vacanze, avventure, mete lontane. E di mettersi in viaggio. Eccone uno, straordinario, attraverso la musica. Un capolavoro dell’arte pianistica e orchestrale che iniziò proprio in previsione di una tournée e fu completato a bordo di una nave, usando esclusivamente la fantasia del genio, su una tastiera muta. Un viaggio d’altri tempi attraverso l’Atlantico, all’alba del secolo scorso, verso l’America, quel “Nuovo mondo” già prefigurato dalla Sinfonia N. 9 di Antonin Dvorak.
Stiamo parlando del Concerto per pianoforte e orchestra n. 3 del russo Sergej Rachmaninov, che questa volta è disponibile su YouTube nella sua interezza. È la nostra proposta d’ascolto per la settimana di Ferragosto, dedicata soprattutto a chi non può partire e forse si affida a qualche buona lettura o alla musica per mettersi comunque “in viaggio” e lenire un poco la fatica o la sofferenza della vita quotidiana. Una composizione di notevole forza espressiva nei timbri e nei colori, che cattura l’ascoltatore dall’inizio alla fine, lo prende per mano, lo porta con sé, lo accompagna sui territori sconfinati dell’immaginazione.
È una pagina che nell’irresistibile sequenza dei tre movimenti (Allegro ma non tanto; Intermezzo: Adagio: Finale: Alla breve), e nel dialogo serrato tra pianoforte e orchestra, sfodera come poche altre una funzione terapeutica: non solo, e non tanto, per la capacità di “portare via” l’ascoltatore, di farlo volare sulle suggestioni del nazionalismo russo e dei suoi temi popolari; ma anche per la forza, l’incisività, la potenza, la vitalità, l’impeto di questa partitura, capace di fuggire il dolore e dal dolore, per avventurarsi su itinerari di trascinante bellezza.
Non sono parole vuote e retoriche, per strappare l’attenzione di chi soffre. Proprio in questa musica il grande Sergej Rachmaninov aveva travasato la propria personale esperienza di gioia compositiva dopo un periodo di malattia. Una scelta beethoveniana, insomma. E già il Concerto precedente, l’Op. 18 n. 2 – noto soprattutto per l’attacco del primo movimento e per l’Adagio sostenuto, saccheggiato anche dalla musica leggera (All by myself, di Eric Carmen), e per la spontaneità della sua incredibile invenzione melodica – fu dedicato espressamente al medico Nikolaj Dahl, grazie al quale il compositore russo uscì da una grave depressione e riacquistò fiducia nella propria creatività.
Il Concerto n. 3, conosciuto anche come “Rach 3”, è uno dei brani più difficili da suonare nella storia della musica e richiede una resistenza notevole. Rachmaninov stesso era un formidabile virtuoso. Il pianoforte è protagonista assoluto per la continua presenza e per la svettante sonorità nell’insieme orchestrale: sono rari i momenti nei quali si eclissa. Anche se, un po’ come nei concerti mozartiani, Rachmaninov ha dato luce e visibilità anche agli altri strumenti, e così di tanto in tanto si fanno avanti l’oboe, i fagotti, il flauto.
Inizia con un affascinante spunto melodico: una frase semplice, scarna, essenziale, chiaramente ispirata a un tema del folclore russo, nel quale il musicista si fa “riconoscere”, scopre subito le carte del proprio materiale compositivo, permeato da cima a fondo da una forte nostalgia per la terra d’origine. Prestate attenzione: nelle primissime battute dell’Allegro ma non tanto si percepiscono all’istante le distanze infinite e la profondità della steppa, i suoi silenzi.
Dopo l’attacco sommesso del tema iniziale, più volte riconoscibile e rielaborato durante la composizione, il concerto prosegue nella corposa e magmatica scrittura di Rachmaninov, con arpeggi, note ribattute, sequenze martellate, pennellate liriche, in un’incessante alternanza di salite e discese, una vera e propria avventura musicale. Sino alla celebre cadenza finale (la “cadenza” è il pezzo di pianoforte senz’orchestra, un assolo virtuosistico, e prelude al culmine del primo movimento) che si conclude con un lunghissimo arpeggio capace di “scaricare” la tensione. Cadenza che l’autore scrisse in due versioni: la prima si presenta audace e densa di accordi, la seconda più leggera, in filigrana, quasi uno scherzo.
Vladimir Horowitz, russo come il compositore (anche se di origine ucraina), esegue qui il “Rach 3” a 75 anni, a New York, diretto da Zubin Metha, scegliendo la cadenza originale. Una lettura sfavillante che è stata uguagliata, secondo alcuni, soltanto dalla pianista argentina Marta Argerich. Al tempo del concerto, Horowitz era uno dei pochi musicisti viventi ad avere conosciuto Rachmaninov e aveva avuto il privilegio di suonare con lui: nel 1928 il compositore propose di provare la parte orchestrale su un secondo pianoforte, mentre Horowitz eseguiva la linea solistica, e fu letteralmente sconvolto dall’abilità interpretativa del giovane Horowitz.
Anche il secondo movimento, Intermezzo: Adagio, ricco nella coloritura, comincia con una tipica melodia russa, tenera e malinconica, piena di dignità, mai tendente alle lacrime. Si appoggia sulla passionalità del primo movimento, le cui tracce sonore si affacciano come ricordi, con evoluzioni pianistiche vertiginose. E poi passa quasi senza soluzione di continuità nel terzo movimento, il Finale: Alla breve, veloce, rapsodico, in cui il virtuosismo, tipico del pianismo tardo-romantico, raggiunge l’apice. Con tinte orchestrali ricche di esuberanza e di temperamento. E con il finale da fuochi d’artificio, costruito su arpeggi e scale sostenute da una scrittura orchestrale possente.
Nell’autunno 1909 Rachmaninov s’imbarcò per la sua prima tournée concertistica americana dando, come scrisse egli stesso, «un concerto al giorno per tre mesi». Per questo appuntamento lavorò con costanza alla nuova composizione che aveva in animo di presentare proprio a New York: il terzo Concerto per pianoforte e orchestra, iniziato nella residenza estiva della famiglia, a Mosca. Durante il viaggio attraverso l’Atlantico (a quel tempo l’America si raggiungeva solo via mare) completò l’opera “disegnandone” la parte solistica, senza neppure sentirne i suoni.
La tournée iniziò il 4 novembre con un recital nel Massachusetts: Rachmaninov era molto celebrato come pianista, era un po’ il Pollini dei tempi moderni, e “approfittava” dei concerti per presentare anche le proprie composizioni. Si esibiva sia come solista sia come direttore. La “prima” del terzo Concerto fu con la New York Symphony Orchestra. Nel gennaio 1910 l’esecuzione fu ripetuta nella storica sala della Carnegie Hall, a Manhattan, questa volta con la New York Philharmonic Orchestra guidata da Gustav Mahler, già celebre come compositore, che fece profonda impressione su Rachmaninov in qualità di direttore d’orchestra (la rivalità certo non mancava neppure allora).
La nuova composizione in America fu accolta con favore. Il New York Herald commentò: “E’ uno dei concerti per pianoforte più interessanti degli ultimi anni”. E ancora: «La difficoltà ne rende l’esecuzione impossibile a chiunque, eccezione fatta per pianisti dotati di tecnica eccezionale». Rachmaninov scrisse anni dopo, nel 1941: «Nelle mie opere non cerco a tutti i costi di essere originale, romantico, nazionalista o virtuoso. Scrivo la musica che sento. Sono un compositore russo e il Paese dove sono nato ha condizionato il mio temperamento e la concezione del mondo. La mia musica è il prodotto di questo temperamento, ma non mi sono mai imposto in modo cosciente di scrivere musica “russa”. Sono stato influenzato da Tchaikovski e da Rimski-Korsakov, ma non ho mai imitato nessuno. Ciò che ho cercato, mentre componevo, è di raccontare in modo diretto quello che avevo nel cuore. Se c’è allegria, tristezza o pietà, fanno parte della mia musica, ed è allora che diventa gaia, amara, triste. Oppure russa”».
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Sergej Rachmaninov
Concerto per pianoforte N. 3
Vladimir Horowitz, pianoforte - New York Philharmonic - Eugene Ormandy, direttore d’orchestra (BMG Entertaiment, disponibile anche su iTunes)

2) Rachmaninoff plays Rachmaninoff
(Saar, disponibile anche su iTunes)

3) Sergej Rachmaninov
Piano Concertos 1-4
Vladimir Ashkenazy - London Symphony Orchestra - André Previn, direttore d’orchestra (Decca)

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Parole chiave:
Bellezza - Depressione - Dolore - Guarigione - Musica - Nostalgia - Terapia del dolore

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ATTENZIONE: Ogni terapia va individualizzata e monitorata in ciascuna paziente dal medico specialista esperto nel campo. Queste schede informative non possono in alcun modo sostituirsi al rapporto medico-paziente, né essere utilizzate senza esplicito parere medico

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