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29/10/2019

Una sonata che dialoga con la morte (Fryderyk Chopin, Sonata per pianoforte Op. 35 No. 2)




Fryderyk Chopin
Sonata per pianoforte Op. 35 No. 2
Dmitrj Shishkin, pianoforte


Questa settimana partiamo dagli interpreti, perché l’ascolto è impegnativo, ci chiama a un approccio non fuggevole, salottiero, da sottofondo. Richiede piena attenzione, dedizione, disponibilità ad ascoltare questa pagina senza fare altro, seduti davanti alla musica, in silenzio, a casa come al concerto. Vi proponiamo la Sonata No. 2 Op. 35 di Fryderyk Chopin, composta tra il 1838 e il 1839, ricca di contrasti drammatici, accordi enigmatici, sonorità oscure, tempestose, angoscianti. Ma fra tante asprezze riconosciamo qui e là gli slanci lirici e melodici, le raffinatezze nostalgiche irresistibili che hanno fatto di Chopin il poeta del Romanticismo.
E allora servono guide robuste, musicisti che abbiano compreso in profondità questo materiale sonoro, con interpretazioni che più di altre si sono avvicinate all’anima del compositore. Ecco, allora, che si può cominciare da un collega di Chopin, nato appena 24 anni dopo la morte del polacco, il russo Sergej Rachmaninov, che nella sua veste di esecutore, di concertista, offre in un Cd intitolato “Rachmaninoff plays Chopin” un’intensa lettura della seconda Sonata, seppure disturbata dal fruscio di una presa di suono non perfetta nella prima metà del Novecento. Poi Vladimir Horowitz per la Sony Music, che nel 1962 rilascia la prima edizione di un “Horowitz plays Chopin” con la Sonata Op. 35. Disco già corretto digitalmente, suono più caldo e terso, ma ha poca importanza: ciò che conta è l’interpretazione del pianista ucraino, la sensibilità di tocco, la capacità di modulare i fortissimo e pianissimo nel solito modo poetico che chi conosce Horowitz adora in tutto ciò che suona, da Chopin a Mozart a Scriabin, allo stesso Rachmaninov-compositore. E per ultimo consigliamo di approfondire questo capolavoro chopiniano con un pianista vivente, forse il più grande oggi sulla scena, il russo Grigory Sokolov, ancora più lancinante di Horowitz nella Marcia funebre, terzo movimento della Sonata.
Già, perché la Marcia funebre è tutto per questa pagina di Chopin. E’ il fulcro intorno al quale ruota l’intero lavoro. Si può, anzi, affermare che la Sonata Op. 35 No. 2 (la seconda di quattro: tre per pianoforte solo, e una per pianoforte e violoncello) sia nata “intorno” alla Marcia funebre, già composta da Chopin due anni prima, nel 1837. L’effetto al primo ascolto, e anche ai successivi, non solo per la Marcia funebre ma per tutta la Sonata – che apre con un Grave, poi continua con uno Scherzo e, dopo la Marcia, termina con un Finale – è sconcertante: si rimane, a tratti, sinceramente sconvolti, sbigottiti, sino alla sensazione di allucinazione che dà il quarto movimento. Ma questa impressione non è solo nostra, non inquieta soltanto noi pubblico, oggi, a 180 anni di distanza, noi che ci limitiamo ad ascoltare. Questa pagina ha colpito e sconcertato anche i geni della musica contemporanei del compositore polacco, pianisti come lui, per esempio Robert Schumann, che recensendo la Sonata scrive: «La Marcia funebre ha addirittura qualcosa di repulsivo; al suo posto un Adagio avrebbe sortito un effetto incomparabilmente più bello».
Proviamo a immaginare questo passaggio: il corteo funebre si avvicina, si arresta per il defunto, si allontana. Per aumentare l’effetto il pianista Anton Rubinstein era solito suonare questo passaggio spostando all’ottava bassa alcuni accordi sulle note gravi che il pianoforte di Chopin ancora non aveva. Ottenendo così un ancora più lugubre effetto di campane a morto. Si legge sulla rivista Amadeus: «Nella Marcia funebre i mesti rintocchi del motivo principale si stagliano sordi, tetri, immobili, sostenuti dalla lenta e ossessiva figura in ostinato della mano sinistra. Poi questo grigio canto di morte concede una tregua e si apre in un vivido messaggio di speranza emblematicamente spento nel finale dal cupo rullio del basso. Nella seconda parte della Marcia compare una melodia cantabile tipicamente chopiniana: tenera, ma triste e dolente, che pervade l’animo per il suo messaggio di calma rassegnata; solo alla fine torna a stagliarsi, implacabile, l’ombra ritmico-motivica costituita dal tema portante».
La melodia cantabile che interrompe il brivido dato dalla presenza della morte sulla scena musicale raggiunge davvero vette altissime di luce, per il tocco cristallino nella tessitura acuta, con la lettura di Grygory Sokolov, del quale si avverte chiaramente il “respiro”. Ma questa Marcia funebre – questa, perché ce ne sono altre, e altrettanto memorabili, nella storia della musica – è espressione di un pessimismo piuttosto acceso che sembra non lasciare spazio alla speranza. Lo spiega bene lo studioso del pianoforte e didatta Piero Rattalino, secondo il quale la concezione classica del dolore e della morte come momenti di passaggio a una gioia più grande, che troviamo, per esempio, nella Sonata Op. 26 e nella Sinfonia No. 3 “Eroica” di Beethoven, entrambe con all’interno una marcia funebre, viene rovesciata nella Sonata Op. 35 di Chopin: «Nel compositore polacco prevale il pessimismo, quasi come se la Sonata fosse un seguito di eventi luttuosi, o un medievale trionfo della morte».
In realtà, secondo alcuni studiosi, la Marcia funebre di Chopin non è angosciante in sé e per sé, quanto per il fatto che il compositore polacco fa ad essa seguire un quarto movimento, un Finale-Presto, ancora più desolato, di cui Schumann scrive: «Quello che appare nell’ultimo tempo sotto il nome di Finale è simile a un’ironia [...] Eppure [...] anche in questa parte senza melodia, e senza gioia, soffia uno strano, orribile spirito [...] Questa non è musica». Mentre Chopin è (o almeno, sembra) meno drammatico nel considerare il proprio lavoro, quasi distaccato, e in una lettera del 1839 annota: «Sto componendo una Sonata in cui si troverà la Marcia funebre. C’è un Allegro, poi uno Scherzo e, dopo la Marcia, un piccolo finale, non molto lungo – tre pagine della mia scrittura – in cui la mano sinistra chiacchiera all’unisono con la mano destra».
Questo chiacchierare all’unisono della mano destra con la sinistra – nel quarto movimento – è invece proprio ciò che sconvolge i contemporanei di Chopin, e anche noi. Come si legge in un approfondimento della rivista Amadeus, «niente temi, niente accenti, niente indicazioni agogico-dinamiche eccetto il fortissimo finale, cosa decisamente sui generis per Chopin, così attento alle raffinatezze di tocco, alle dinamiche, ai torniti spunti melodici. Invece un continuum ritmico di impetuose terzine che si muovono tutte uguali a se stesse a distanza d’ottava, sempre sottovoce e legato, forma un circuito sonoro unico, freddo, indistinto. E’ la sconvolgente, geniale rappresentazione musicale del senso del nulla, del gelo spirituale, del vuoto misterioso che porta alla morte».
Il pianista Alfred Cortot, tra i massimi interpreti di Chopin nella prima metà del Novecento, ci aiuta a capire ancora meglio del musicologo la sensazione che avete mentre ascoltate lo straniante quarto movimento, in una definizione descrittiva, naturalistica, che solo un interprete può intuire in profondità studiando per anni come trasformare le note sulla partitura in suoni ed emozioni, e descrivendo le impetuose terzine all’unisono del Finale come il «terrificante mormorio del vento sulle tombe».
Buon ascolto.

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Per approfondire lascolto

1) Fryderyk Chopin
Rachmaninoff plays Chopin
Sonata Op. 35 No. 2
Sergej Rachmaninov, pianoforte (RCA Victor, disponibile anche su iTunes e Google Play Music )

2) Fryderyk Chopin
Horowitz plays Chopin
Sonata Op. 35 No. 2
Vladimir Horowitz, pianoforte (Sony Music, disponibile anche su iTunes e Google Play Music)

3) Fryderyk Chopin
Sonata Op, 35 No. 2
Grigory Sokolov, pianoforte (Opus 111, disponibile anche su iTunes e Google Play Music)

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Parole chiave:
Angoscia - Musica - Vita e morte

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