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01/11/2015

Una serenità che rompe il velo di tristezza (André Campra, Messe des Morts)




André Campra
Messe des Morts
Christophe Rousset & Les Talens Lyriques


Sono questi i giorni, il primo e il due novembre, dedicati alla memoria dei defunti. Mentre nel mondo anglosassone (soprattutto statunitense), dunque largamente protestante, il culto dei morti ha trovato, possiamo dire, una deriva di tipo commerciale e macabro-carnevalesco nella ricorrenza pagana, di origine celtica, di Halloween, il mondo legato alla cultura greco-latina e alla tradizione cattolica resta ancorato a una memoria di suffragio, di preghiera, di riconferma della fede nella risurrezione. Comunque la si pensi, questi restano i giorni, soprattutto in Italia, in cui la memoria si fa visita alle tombe: una pianta, un mazzo di fiori sono una ricorrenza che tocca da vicino tutte le famiglie. Ma sono anche, inevitabilmente, i momenti in cui diventa più pungente la riflessione sulla morte, complice quel velo di tristezza che ci accompagna nei cimiteri.
Abbiamo pensato di offrirvi una parentesi di musica, una pausa sonora nel ricorrente pensiero dei defunti, che possa alleggerire la mestizia e l’afflizione di questi giorni, in modo che siano più lievi. Vi proponiamo dunque un capolavoro poco conosciuto della musica barocca francese, il Requiem di André Campra, compositore nato a Aix-en-Provence nel 1660, attivo soprattutto nella Parigi di Luigi XIV e del suo successore, Luigi XV, dove ha ricoperto incarichi prestigiosi. La data di composizione della sua “Messe des Morts” non è certa: per alcuni storici fu scritta per il funerale, il 26 novembre 1695, dell’arcivescovo di Parigi.
Perché questa scelta? Perché è una musica bellissima, capace di accarezzare l’anima, strumentalmente raffinata e godibile dal punto di vista melodico già dalle primissime note, come solo le grandi pagine barocche sanno fare. Ariosa e delicata nell’impiego delle masse vocali, e soprattutto luminosa, aperta, coinvolgente nelle sonorità. E poi portatrice di un senso immediato di pace, di consolazione, un toccasana in questi giorni della memoria, sottolineato dalla tenerissima scansione delle prime parole dell’Introduzione, che nel Requiem ha il nome specifico di “Introito”:

Requiem aeternam dona eis, Domine…

E’ la preghiera che ascoltiamo in tanti cimiteri dove andiamo per le visite e per deporre i fiori. Una declamazione che arriva da lontano, da uno scritto apocrifo del Vecchio Testamento, il quarto libro del profeta Ezra (§ 34-35).
Ma è soprattutto la luce a colpire in questo lavoro. Come sarà anche per la concezione consolatoria e luminosa del Requiem mozartiano, a differenza di quello che si ascolta in altri compositori che seguiranno, la “Messe des Morts” di Campra non è un lavoro cupo, angosciante, immerso nell’oscurità. Il Requiem del francese che lavorò alla corte del Re Sole non mostra né la paura della morte, né il terrore per il giudizio eterno. Il “Dies Irae”, per esempio, che in Mozart ma soprattutto in Verdi è così terrificante per il senso di attesa della giustizia divina, è totalmente assente.
Domina su tutta la pagina un vasto sentimento di serenità che arriva intatto a noi dopo trecento anni e dà conforto ai nostri giorni, a “questi” giorni. Secondo alcuni studiosi si spiega con il fatto che è una composizione scritta per il funerale di un principe della Chiesa, dunque nella mente di Campra non poteva che essere lontanissimo da un castigo infernale. O forse, più semplicemente, il compositore barocco francese racconta sì il momento della morte, ma sottolineando con la musica la speranza della luce eterna, che ricorre ben sette volte sul pentagramma, mentre le pene dell’inferno sono ricordate in un solo passaggio. Dunque, ciò che ascoltiamo – indipendentemente dall’approccio che ciascuno di noi riserva a questa partitura, spirituale o laico – è il pensiero di un Dio benevolo, misericordioso, un Dio della tenerezza.
Intanto, qualche precisazione storica per capire l’origine di alcune intonazioni che praticamente, tutti noi, siamo abituati ad ascoltare da quando eravamo bambini. Per molto tempo, lungo tutto il Medioevo, a memoria dei defunti si è cantata soprattutto la messa gregoriana, senza che fosse richiesta ai musicisti dell’epoca un’opera dedicata in particolare a queste occasioni. E’ solo dalla fine del XVII secolo che iniziano a essere trasferite in musica, da fior di compositori (spesso su commissione per celebrare la morte di ecclesiastici o di aristocratici), numerose Messe per i defunti, conosciute anche con il termine di “Requiem”, dalle prime parole in latino dell’“Introito”:

Requiem aeternam dona eis, Domine.
Et lux perpetua luceat eis.


Secondo il musicologo Philippe Torrens, che lavora al Choeur d’Oratorio di Parigi, i primi Requiem non gregoriani risalgono a due compositori, Guillaume Dufay (1400-1474) e Johannes Ockeghem (1410-1497), che sono anche i principali esponenti della scuola franco-fiamminga. Quello di Dufay è andato perduto, ma un altro grande autore fiammingo, Orlando di Lasso, noto anche per i suoi meravigliosi Madrigali, vi si sarebbe ispirato per il suo Requiem del 1578. Più avanti, intorno al 1670, ma giudicata ancora modesta per il ridotto apporto della strumentazione rispetto al canto, arriva la “Messe de Morts” di Marc-Antoine Charpentier. Poi, verso la fine del Seicento, si assiste a una fioritura del genere: da un lavoro di Giovanni Battista Bassani, nel 1698, al Requiem dell’austriaco Heinrich Ignaz Franz von Biber, autore, fra l’altro, della “Missa Salisburgensis”, considerata la più alta espressione del Barocco in quanto a magnificenza strumentale e vocale. Ma è di quell’epoca, precisamente del 1696, anche la celebre “Musica per il funerale della regina Maria”, scritta dall’inglese Henry Purcell. Per arrivare poi alle vette più alte: il Requiem di Mozart, quello di Gabriel Fauré (di cui abbiamo già parlato nel marzo 2012), la Messa da Requiem di Giuseppe Verdi, e in tempi più recenti il War Requiem di Benjamin Britten. Senza contare quel capolavoro di intarsio strumentale (dunque senza voci) che è “Crisantemi”, elegia per quartetto d’archi o per piccola orchestra d’archi, gioiello di Giacomo Puccini composto per la morte di Amedeo di Savoia Duca d’Aosta, «scritto in una notte alla memoria del mio amico».
Nella “Messe des Morts” di Campra, come era tradizione nella musica religiosa francese, le voci sono suddivise in assolo, piccolo coro e grande coro a cinque voci (soprani, contralti, tenori, baritoni e bassi). I compositori di quel tempo definivano in modo approssimativo la strumentazione, che lasciavano al buon gusto degli interpreti, nel rispetto della tessitura dei diversi strumenti, dunque con una scelta molto francese di attenzione alla raffinatezza dei suoni. André Campra, per esempio, ha reso obbligatori soltanto flauto, archi e organo.

Introito
Requiem aeternam dona eis, Domine,
et lux perpetua luceat eis.
Te decet hymnus, Deus, in Sion
et tibi reddetur votum in Jerusalem.
Exaudi orationem meam.
Ad te omnis caro veniet.


La composizione inizia con un’introduzione strumentale (Sinfonia) breve e discreta. Poi entrano i bassi sul “cantus” magnifico della melodia gregoriana del Requiem, ed è davvero un momento di tenerezza estrema avendo come punto fermo il pensiero della morte, mentre si affiancano in controcanto soprani e contralti. Via via s’inseriscono altre voci mantenendo il tono meditativo dell’inizio. L’atmosfera cambia decisamente con “Et lux perpetua”, introdotta da una vigorosa tessitura di violini, ripresi da soprani e contralti, mentre l’intonazione gregoriana passa ai tenori e ai baritoni.

Kyrie
Kyrie, eleison.

Il Kyrie è un altro momento di musica meravigliosa, equilibrio d’invenzione strumentale e delicatezza nelle linee di canto. Una breve “Sinfonia” espone la melodia, subito ripresa e sviluppata prima dal tenore e poi dal baritono, che cantano in successione il “Christe eleison”. Il grande coro raccoglie il “Kyrie” e la supplica diventa più ardente. E’ uno dei momenti più intensi di tutto il Requiem: l’ambientazione strumentale barocca, anche qui discreta, sostiene la declamazione latina che, ricordiamo, è la traslitterazione dell’espressione tratta dal greco antico, traducibile in italiano come “Signore, pietà”, una delle invocazioni che risalgono alla Chiesa dei primi secoli, qui resa quasi scultorea dalla musica e dalle voci.
Al “Kyrie” seguono il “Graduale”, l’“Offertorio”, il “Sanctus”, l’“Agnus Dei”. Ancora scorci di luce che evocano la pace eterna, attimi di riflessione che sottolineano di più il dolore e l’angoscia, altri momenti maggiormente solenni, con l’“Osanna in excelsis” del “Sanctus”, che è gioioso e in alcuni passaggi esprime addirittura beatitudine, niente affatto tristezza.

Chiude il Post Communion
Lux aeterna luceat eis, Domine.

E la musica quasi esce dal perimetro di un Requiem, all’inizio sembra un’aria mozartiana per orchestra. Una melodia semplice, come quella iniziale, chiude la composizione. La sensazione è che anche qui prevalga il pensiero di una “pietas” che nulla ha a che vedere con i cupi rintocchi della morte (in questo senso sono più drammatici i quattro “do” che aprono la Sinfonia No. 5 di Beethoven e annunciano la visita del Destino). Anche il finale di Campra, dopo l’intervento del grande coro, lascia spazio soltanto all’immaginata eterea bellezza della luce eterna.
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) André Campra
Messe des Morts
English Barque Solist & Monteverdi Choir; John Eliot Gardiner, direttore (Erato Disques, disponibile anche su Apple Music e su Google Play Music)

2) Giacomo Puccini
Crisantemi - Preludio sinfonico - Messa di Gloria
London Symphony Orchestra; Antonio Pappano, direttore (Emi Classics, disponibile anche su iTunes e su Google Play Music)

3) Gabriel Fauré
Requiem
Orchestre de Paris; Choeur de l’Orchestre de Paris; Paavo Järvi, direttore (Virgin Classics, disponibile anche su Apple Music e su Google Play Music)

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Parole chiave:
Fede - Memoria e ricordi - Morte - Musica - Serenità - Tristezza

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