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06/10/2015

Una duplice sfida di energia ed esuberanza (Johann Sebastian Bach, Concerto per due violini e orchestra BWV 1043)




Johann Sebastian Bach
Concerto per due violini e orchestra BWV 1043
Jean-Baptiste Poyard e Birthe Blom, violino; Sinfonietta de Lausanne


Ascoltando le ultime “Lezioni di musica” di Raitre, storica trasmissione che va in onda nel fine settimana, il sabato e la domenica mattina, abbiamo pensato di riproporvi questo gioiello dell’arte strumentale barocca, il Concerto per due violini di Johann Sebastian Bach, numero di catalogo BWV 1043, oggetto di un’analisi da parte del musicologo Giovanni Bietti, che potete ascoltare per intero sul sito di Radiotre, o scaricare in podcast su smartphone o tablet.
Vi avevamo già presentato un anno fa uno dei due Concerti per violino giunti sino a noi, il Concerto BWV 1041, sopravvissuto tra una decina di pagine per questo strumento e orchestra composte da Bach durante il periodo trascorso a Köthen, e destinate quasi sicuramente alle esecuzioni nella corte del principe Leopoldo. A quest’epoca risalgono pure alcuni Concerti per due e tre violini, trascritti in seguito per altrettanti strumenti a tastiera, nelle rielaborazioni clavicembalistiche degli ultimi anni a Lipsia, dal 1738 sino alla morte, nel 1750. E di questi se ne è salvato uno soltanto, appunto il Concerto BWV 1043.
Suddivisa in tre movimenti, come nella tradizione del barocco, questa pagina si apre con l’indicazione espressiva di “Vivace”: e per un ascolto come il nostro, che ha anche una motivazione terapeutica, di lenimento del dolore attraverso l’azione benefica della musica, si tratta di un inizio assai energico e ritmicamente trascinante. Bach qui approfitta dell’organico, due solisti, due violini identici, per sviluppare un gioco di imitazioni, di scambi, di fraseggi, in un contrappunto serrato. E come spiega il compositore e pianista Bietti nella sua lezione, «il dialogo che ne deriva, l’emularsi a vicenda, non è più una semplice esibizione strumentale, un certamen, cioè un suonare, un “gareggiare” insieme dello strumento solista e dell’orchestra, ma diventa un “cum certare”, la più probabile radice etimologica di “concerto”, dunque un doppio certamen, una duplice sfida, dove i due strumenti oltre che gareggiare con il “tutti”, si sfidano tra loro in una nuova dimensione».
Il compositore è perfettamente consapevole delle potenzialità di questa nuova formazione. Il figlio Carl Philipp Emanuel scriverà, anni dopo, proprio riferendosi all’attività orchestrale del padre a corte: «Bach suonava di preferenza la viola con la consueta forza e dolcezza. Nella sua giovinezza, e sino a un’età piuttosto avanzata, suonava il violino con purezza e precisione e manteneva così l’orchestra nell’ordine migliore, come non avrebbe potuto fare dal suo clavicembalo. Egli capiva perfettamente la possibilità di tutti gli strumenti a corda». E lo si comprende chiaramente nella capacità di prendere il tema iniziale, una sola idea, e di svilupparla con “fugati” su più voci, dagli acuti al basso, con movimenti segnati da un’incredibile ricchezza contrappuntistica.
Ciò che sorprende di più, tuttavia, è il tema fugato esposto e ripreso ben tre volte dall’orchestra. I due solisti non lo ripropongono più da soli per rielaborarlo a loro volta (e qui si segnala la grandezza di Bach anche al confronto di suoi pur immensi contemporanei, come Telemann, Haendel o Rameau) ma si buttano, letteralmente, su un tema completamente nuovo, tutto loro, che ascoltate dal primo solista a partire dal minuto 0:53. Il secondo violino riprende lo stesso nuovo tema, s’inserisce imitando la prima parte, come fosse un nuovo elemento imitativo, su un materiale del tutto originale rispetto a quello proposto dall’orchestra a inizio del concerto.
Il risultato complessivo è diverso da quello classico del concerto in cui l’orchestra espone un materiale, il solista lo riprende, l’orchestra riparte con un secondo tema, il solista lo riprende ancora, eccetera. Qui abbiamo una ricchezza più elaborata, con l’ensemble e i due violini che hanno a disposizione materiali diversi: l’orchestra sviluppa linee sue proprie, e i due solisti si rincorrono sul tema che Bach ha inventato soltanto per loro, con l’orchestra che nel finale torna a inserirsi riproponendo il proprio fraseggio melodico, generando in questo modo trame fittissime di piani sonori. La dialettica che ne nasce toglie il fiato per la doppia ricchezza contrappuntistica. L’impressione sonora ci travolge, ci riempie di musica. La sensazione, da un lato, è che il nostro cervello, a livello uditivo e di sensazioni quasi non sia in grado di accogliere tutto il materiale strumentale che viene finemente elaborato; dall’altro lato, l’offerta musicale bachiana è così irresistibile da liberare endorfine sonore capaci di lasciarci in un stato di profondo appagamento.
Il secondo movimento, “Largo ma non tanto”, definizione suggestiva ma assai complicata per chi suona, è un tema d’incredibile bellezza, dove ancora una volta, secondo lo stile del concerto italiano, Bach sceglie di accompagnare linee soliste molto fiorite, cantabili, libere nell’invenzione, seppure adagiate su un tessuto ben scandito, con una marcata regolarità ritmica nei registri bassi dell’orchestra, così ripetitivi da dare modo alle due linee melodiche dei solisti di svettare musicalmente con i loro abbellimenti vocali. Spiega ancora Bietti: «In Bach c’è continuamente questa ispirazione italiana, l’idea del concerto vivaldiano, di Albinoni, di Benedetto Marcello, ripensato e letteralmente trasceso in particolare nella varietà formale, nell’incredibile complessità contrappuntistica». E anche in questo sublime movimento i due solisti si scambiano i ruoli, il secondo canta, il primo accompagna, dialogano fra loro, melodie che passano dal basso all’acuto.
L’ultimo movimento, l’Allegro, ci riporta all’energia ritmica del primo movimento, ulteriormente arricchita d’una fitta trama polifonica, con rielaborazioni del ritornello iniziale intrecciato con i “soli” dei violini, in un’atmosfera esuberante. E qui Bach sperimenta un altro modo di far dialogare i due strumenti, che s’inseguono a poca distanza, ad altezze ravvicinate, con un materiale ancora una volta diverso da quello orchestrale. Un meraviglioso gioco contrappuntistico tra i due violini e il “tutti”. La pienezza sonora torna a farsi sentire, dopo la pausa meditativa del Largo, in un andamento anche qui vivaldiano, di immediata freschezza melodica, in una sfida strumentale che diventa puro gioco d’ascolto e benessere musicale.
Come abbiamo ricordato a proposito delle trascrizioni all’epoca del suo servizio a Lipsia, Bach riprese il Concerto per due violini nel Concerto per due clavicembali, che porta il numero di catalogo BWV 1062.
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Johann Sebastian Bach
Violin Concertos
Elisabeth Wilcock & Simon Standage, violino; The English Concert; Trevor Pinnock, direttore (Archiv, disponibile anche su Apple Music e Google Play)

2) Johann Sebastian Bach
Violin Concertos
Elisabeth Wallfisch, violino; Orchestra of the Age of Enlightment (Erato, disponibile anche su Apple Music e Google Play)

3) Johann Sebastian Bach
Concerto for 2 Harpsichords, Strings and Continuo BWV 1062
Concertos and Orchestral Suites
Trevor Pinnok e Kenneth Gilbert, clavicembalo; The English Concert; Trevor Pinnock, direttore (Archiv, disponibile anche su Apple Music e Google Play)

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Parole chiave:
Bellezza - Contrappunto - Melodia - Musica antica - Serenità - Strumenti musicali

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