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03/04/2018

Una chiave per chiudere fuori dramma e passioni (Erik Satie, Gnossienne No. 1)




Erik Satie
Gnossienne No. 1, Lent
Alexandre Tharaud, pianoforte


Non ci sono dubbi: per assaporare appieno le delicatezze di questa musica francese bisogna ascoltarla nella versione di Aldo Ciccolini, il nostro pianista italiano che più di ogni altro ha incarnato l’essenza del compositore Erik Satie. Nessuno come lui plasma le dinamiche dell’artista che nei cabaret di Parigi, tra Ottocento e Novecento, era considerato un “tapeur à gages”, uno strimpellatore salariato, perché privo di educazione accademica, sostanzialmente autodidatta. Nessuno come Ciccolini ci restituisce lo “sberleffo” timbrico dei trilli e delle acciaccature sulla tastiera, i brevi squarci lirici, il pianissimo che evapora, il fortissimo che risveglia dal torpore, la meravigliosa semplicità della struttura armonica che necessita di tocco e sensibilità alle sfumature, non solo musicali ma dell’anima.
Sì, perché al rientro nella nostra cara Europa dopo l’ultima tappa tra i minimalisti americani, passando per Parigi, è proprio la musica di Erik Satie che ci accoglie, lui che osteggiato dai baroni dell’educazione classica in Conservatorio per una presunta carenza di talento, ci ha lasciato pagine che ancora oggi risplendono per essenzialità cristallina.
“Gymnopédies” e “Gnossiennes” sono le creazioni per cui questo autore è immortale, e tanti saluti ai professoroni e ai teorici dell’Accademia francese che lo osteggiavano, dei quali nessuno ricorda i nomi. Quando le ascoltiamo (e spesso le avrete sentite in qualche sigla o colonna sonora: per esempio la Gnossienne n. 1 di questo video è stata inserita in più scene del film “Chocolat”, con Juliette Binoche e Johnny Depp) abbiamo la sensazione di un’impalpabilità, senza quasi punti di riferimento, difficile trovarne il bandolo. La musica scorre, la melodia è netta ma ci lascia un retrogusto di solitudine, di smarrimento. Alcuni arrivano alle lacrime con le note di Satie: non per un’emozione favorevole, un sentimento di riconoscenza, quanto perché a tratti sembra di stare in una landa desolata, senza bussola, senza stelle, in balia del proprio senso di vuoto. Altri, invece, ne vivono maggiormente la dimensione contemplativa, la capacità che hanno questi frammenti di lasciare fuori il mondo.
Parlando di Satie, insomma, si parla di “estaticità”, dal greco “ékstasis”, dunque di “ciò che è fuori dai propri sensi”. Un rapimento estatico: quiete, calma, serenità. Il tutto in una scrittura lineare, senza complessità funzionali a qualche discorso programmatico. Proprio Erik Satie, infatti, è considerato un antesignano del minimalismo. Lo stesso John Cage, molti decenni dopo, vedrà in lui un precursore della minimal music. C’è una composizione di Satie, per esempio, si chiama Vexations, scritta a Parigi nel 1895, ma pubblicata solo nel 1949 proprio dallo sperimentatore americano, che prevede l’esecuzione al pianoforte, o con qualsiasi altro strumento o ensemble, di un tema con due sole armonizzazioni: l’esecutore, prescrive Satie, deve eseguire il pezzo per se stesso, ripetendolo 840 volte di seguito. Deve “suonarsi”, più che suonare. Un’intuizione minimalista nel cuore del tardo romanticismo di fine secolo, mentre, per avere qualche punto di riferimento, Johannes Brahms metteva sul pentagramma la Sonata n. 1 per clarinetto e pianoforte, e Giacomo Puccini scriveva la Bohème.
Un disco dell’etichetta BNF Collection, uscito per la prima volta nel gennaio 1957, intitolato “Aldo Ciccolini joue Satie”, ci fa conoscere il compositore francese, accompagnatore di cantanti, meglio di tanti discorsi. Ovviamente, Gymnopédies e Gnossiennes, compresa la prima, indicazione “Lent” in partitura, che ascoltiamo qui nell’interpretazione del francese Alexandre Tharaud, ne sono il piatto più saporito. Un pianismo pungente, ironico, provocatore, a tratti solenne, a tratti profumato d’incenso. Il musicologo Piero Rattalino, studioso del pianoforte, ne dà un profilo impareggiabile: «Sfilate di accordi consonanti si susseguono come le colonne delle cattedrali, ieratiche melodie modellate sul gregoriano, ritmo statico, incedere lento, strutture ripetitive, un insieme che persegue la monotonia come chiave per accedere al mondo della contemplazione, che esclude passioni e dramma».
Dunque, attraverso la musica di Satie si possono escludere passioni e dramma. In altre parole, escludere le emozioni forti, quelle accese, quelle estreme, quelle prive di moderazione, che accendono i sensi, oppure li spengono, li umiliano, e tra queste ultime è possibile catalogare il dolore, la sofferenza, la malattia. E’ possibile che l’ascolto di queste pagine sia un pacificatore dei sensi, un esercizio di meditazione che placa il respiro, lo regolarizza, esclude l’ansia, lascia fuori le tensioni.
Non resta che provarla su se stessi, questa musica. Delle sue Danze Gotiche, per dirne una, Satie scrive: «Questi pezzi sono una novena per la più gran calma e forte tranquillità della mia anima».
Certo, il Satie più tipico matura nelle Gymnopédies e nelle Gnossiennes, ancora oggi le composizioni più celebri. Il termine “gymnopédie” pare sia riferito alla danza rituale dei giovani spartani nella Grecia classica del Peloponneso. Ma gli accordi usati come colori (e certo il coetaneo Debussy non poteva essere insensibile a questo fascino) secondo i musicologi danno l’idea, più della Grecia, di una musica popolare medievale. Le differenze fra i tre pezzi (Trois Gymnopédies) sono minime: ritmo sempre uguale, dinamiche simili: lento e dolcemente, lento e triste, lento e grave. Scrive ancora Rattalino: «Esteticamente riuscitissimi, linguisticamente originali, i tre pezzi caddero nella vita musicale francese come sassi nello stagno. A Debussy aprirono un panorama tutto da scoprire, e nel 1897 egli trascrisse per orchestra la prima e la terza Gymnopédie, testimoniandone in questo modo l’importanza». E queste, seppure non scritte direttamente da lui, sono tra le migliori pagine del Satie “orchestrale”.
Sul nome delle Gnossiennes, invece, rimane il mistero, perché non si è riusciti a capire completamente il motivo per cui Satie le abbia chiamate così. Lo stile è sempre quello, ma le melodie sono infiorate da melismi orientali: un passo in più in direzione di una concezione diversa dell’uomo, che in Europa sta per aprirsi alle conquiste ma anche alle contraddizioni del Novecento, mentre qui cerca la radice di se stesso, l’essere più che l’apparire.
Poi la musica comincia a evolvere in modo irrefrenabile, a Parigi e non solo. Satie si auto-emargina. Si ammala di epatite. Gli amici lo convincono a trasferirsi in una stanza dell’hotel Istria di Montparnasse, a Parigi. Dove muore nel 1925.
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Erik Satie
Aldo Ciccolini joue Satie
Aldo Ciccolini, pianoforte (BNF Collection, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

2) Erik Satie
The complete solo piano music
Jean-Yves Thibaudet (Decca, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

3) Satie & Compagnie
Satie, Debussy, Ravel, Dupont
Anne Queffélet, pianoforte (Mirare, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

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Parole chiave:
Dolore - Estasi - Melodia - Musica da camera - Sofferenza

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