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22/01/2013

Un virtuosismo di trascinante freschezza (Pëtr Il'ič Čajkovskij, Concerto per violino e orchestra Op. 35)




Pëtr Il’ič Čajkovskij
Concerto per violino e orchestra Op. 35
Allegro moderato (re maggiore); Canzonetta. Andante (sol minore); Finale. Allegro vivacissimo (re maggiore)
St Petersburg Philharmonic; Sayaka Shoji, violino; Yuri Temirkanov, direttore


Siamo stati in dubbio sino all’ultimo se scegliere la musicalità di Sergej Krylov per portarvi nel turbine di questo capolavoro della seconda metà dell’Ottocento, il Concerto per violino di Pëtr Il’ič Čajkovskij. La lettura del virtuoso russo che trovate su YouTube, oltre che dare l’opportunità di conoscere uno degli strumenti protagonisti del concertismo romantico, brilla per qualità del suono e intensità interpretativa. Dunque, non è stato facile abbandonare l’artista definito da Mstislav Rostropovic «uno dei grandi talenti del nostro tempo». Ma visto che questo è un sito che si rivolge soprattutto alle donne e al loro dolore, alla fine abbiamo deciso per una donna, per i nervi d’acciaio e la ferrea volontà di questa violinista giapponese, Sayaka Shoji, 29 anni, che suona uno Stradivari “Joachim” del 1715, su gentile concessione della Nippon Music Foundation.
Ci si dovrebbe concentrare sulla musica, che va ascoltata più che sentita. Ma guardate come, sin dalle prime misure introdotte dall’orchestra, la Shoij fraseggia e interpreta la pagina di Čajkovskij: è un piacere vedere come un’artista del Sol Levante, nata in un ambiente culturalmente lontano dall’Europa, legga in modo così intenso un caposaldo della letteratura del Vecchio Continente. Certo dev’essere stato in qualche modo decisiva la sua infanzia nella campagna senese, con una mamma pittrice, una nonna poetessa, e gli studi alla Hochschule für Musik di Colonia, in Germania, quindi nel cuore della “grande” musica sin dai tempi di Bach. La dolcezza orientale dei tratti è evidente, ma non pregiudica la fermezza del gesto, la decisione e l’incisività dei movimenti non solo violinistici. E’ il motivo per cui la proponiamo: c’è dentro questa splendida artista una forza che va oltre l’aver dovuto lottare (come i talenti cinesi del pianoforte di ultima generazione) per affermarsi, lei giapponese, in un ambiente fatto di musica e di musicisti ancorati alla più pura tradizione europea; c’è una tempra speciale, una maturità di sguardi e di intese, e insieme l’umiltà di quel momento finale in cui stringe la mano a un mito come il direttore d’orchestra Yuri Temirkanov, per dire che è andata bene, che ha suonato come si deve; ci sono lo studio e l’applicazione che superano ogni ostacolo (perché questo Concerto musicalmente “è” un ostacolo), e quindi la sensazione che se ne ricava, prima ancora che ascoltando la musica, è quella di una “piccola” donna tra i giganti, metafora di chi si lascia dietro ogni difficoltà con la grinta e con l’aiuto dell’arte.
Eseguita solo tre anni dopo essere stato portata a termine, a Vienna, nel 1881, questa composizione ha registrato subito un certo successo soprattutto in Russia ed è da allora uno dei pezzi favoriti dai concertisti, uno dei cavalli di battaglia per i più celebri virtuosi, programmato periodicamente in tutte le sale che contano. Non esiste violinista di qualunque specie e rango che non abbia in repertorio questo monumento. E non c’è pubblico, appena appena educato al repertorio colto, che non ne riconosca gli slanci lirici alla prima battuta (l’andamento melodico e la dinamica orchestrali sono a tratti travolgenti e, purtroppo, anche qui, ampiamente saccheggiati da spot e jingle pubblicitari). E’ certamente una delle pagine più funamboliche che siano mai state scritte per violino, e soprattutto nel primo e nell’ultimo tempo al solista sono affidati “compiti veramente trascendentali”, per usare le parole del compositore Giacomo Manzoni, secondo il quale le idee musicali in sé stesse non sono tra le più pregnanti di Čajkovskij. Tuttavia, del compositore russo sono riconoscibili l’impostazione, lo slancio romantico già tratteggiato nel precedente Concerto No. 1 per pianoforte, i passaggi più teneramente lirici. Accanto ai tratti tipici dello stile languido e maestoso che siamo soliti abbinare a Čajkovskij (in questo, però, è vero, un po’ banalizzandolo).
L’Allegro moderato iniziale è costruito in una forma di sonata abbastanza originale, caratterizzata dalle evoluzioni del violino che, entrando con una breve cadenza, propone un tema di entusiasmante freschezza; per poi esporre un nuovo soggetto infuocato, con stile operistico, frenetico nel ritmo, perfetto per aprire la strada all’elaborazione orchestrale successiva, che il compositore ha voluto tortuosa e rapsodica. Nel secondo movimento, la Canzonetta, si ascolta forse l’idea melodica più generosa: un inizio assorto, di spiccato intimismo, nel quale il solista s’inserisce con un tema “molto espressivo”, di suggestione quasi belcantistica, malinconico e allo stesso tempo lucente, soprattutto quando più avanti è riproposto dal timbro del flauto.
Senza soluzione di continuità attacca il Finale Allegro vivacissimo. Qui è il solista prende in mano il gioco da protagonista, da virtuoso nel senso “lisztiano” del termine, come il concertismo dell’Ottocento maturo aveva imposto alle platee: l’esordio è una cadenza di bravura tecnica, che ha lo slancio d’una danza appassionata e piuttosto vitale per chi ascolta. E’ la pagina di più brillante virtuosismo. Non è certo tra le più profonde di Čajkovskij, non c’è in questo Concerto per violino uno spessore musicale: l’opera nasce al termine di uno dei periodi più fecondi nella creatività del compositore russo, che in tre anni dà alle stampe pezzi forti come il “Concerto per pianoforte” o “Il lago dei cigni”. E’ musica che punta sulla genuinità, senza dimensioni “cerebrali”, sulla cantabilità violinistica, sull’istinto di stupire l’ascoltatore con la maestria orchestrale. E tutto questo si traduce per noi in una facilità d’ascolto immediato, in particolar modo per l’Allegro moderato iniziale e per la Canzonetta, anche se il Finale, meno “facile” al primo impatto, alla lunga è il più trascinante.
Ne consegue che questo Concerto per violino è sempre, riascoltato anche a distanza di anni, carezzevole e avvolgente, come incontrare un vecchio amico. Regala sensazioni spontanee di felicità, non t’impegna nella percezione di strutture armoniche complesse e ardite, ma è una stretta di mano sincera, vola via con passione ed entusiasmo: si potrebbe dire, una mezz’ora di musica che fa bene all’anima. Complice anche una (felice per noi, un po’ osteggiata all’epoca del compositore) disinvoltura nei confronti della tradizione classica: come ha scritto il musicologo Sergio Sabich, «nonostante l’impianto nella tonalità di re maggiore, comune non solo al capolavoro di Brahms ma anche al capostipite di tutti i Concerti moderni per violino, quello di Beethoven, Čajkovskij si era allontanato dai canonici schemi formali, innervando una accesa fantasia melodica, quella stessa che tanto piacerà a Stravinsky, di un marcato accento slavo». Che nel primo dei nostri consigli “per approfondire l’ascolto”, con Rostropovich direttore, è assai riconoscibile e delizioso.
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Pëtr Il’ič Čajkovskij
Violin Concerto; Meditation Op. 42 No. 1
National Symphony Orchestra; Isaac Stern, violino; Mstislav Rostropovich, direttore (Cbs, Sony)

2) Pëtr Il’ič Čajkovskij: Violin Concerto
Felix Mendelssohn: Violin Concerto
London Symphony Orchestra e The Philadelphia Orchestra; Itzhak Perlman, violino; Andrè Previn e Eugene Ormandy, direttori (Deutsche Grammophon, disponibile anche su iTunes)

3) Pëtr Il’ič Čajkovskij: Piano Concerto No. 1
Felix Mendelssohn: Piano Concerto No. 1
Chicago Symphony Orchestra; Lang Lang, pianista; Daniel Baremboim, direttore (Deutsche Grammophon, disponibile anche su iTunes)

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Parole chiave:
Felicità - Forme musicali - Musica - Strumenti musicali

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