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20/09/2016

Un piccolo gioiello di bellezza e pace (Wolfgang Amadeus Mozart, Ave Verum Corpus KV. 618)




Wolfgang Amadeus Mozart
Ave Verum Corpus KV. 618
Chor und Symphonieorchester des Bayerischen Rundfunks; Leonard Bernstein, direttore


In un recente incontro tra musica e teatro ci è capitato di ascoltare questa celebre frase di Sacha Guitry, regista e sceneggiatore francese, autore di una pièce assai popolare sul grande compositore salisburghese: «Il silenzio che segue le note di Mozart è ancora di Mozart». Chiunque abbia studiato musica sa bene quanto pause e silenzi, opportunamente eseguiti, abbiano la stessa importanza del suono che s’ascolta, come se il silenzio fosse appunto “un suono che non s’ascolta”. Ma l’aforisma di Guitry, specificatamente dedicato ad Amadeus, assume un’impressione e un’emozione ancora più forti se lo misuriamo con un piccolo lavoro mozartiano, un gioiello di appena 46 battute: l’Ave Verum Corpus KV. 618. Il silenzio che si nasconde tra i suoi intarsi vocali e strumentali, e segue la fine dell’ultima nota, è musica anch’essa di Mozart. Sublime.
L’Ave Verum Corpus vede la luce 225 anni fa, il 17 giugno 1791, sei mesi prima della morte del compositore. Si tratta di un mottetto per coro e strumenti, per la precisione archi e organo, composto a Baden, dove Mozart aveva raggiunto la moglie Costanza alle cure termali. Il musicista aveva un debito con l’amico Anton Stoll, che dirigeva il coro locale, e pensò di sbrigarsela velocemente, mettendo sul pentagramma un pezzo per coro da eseguire nella locale chiesa parrocchiale, in occasione dei festeggiamenti per il Corpus Domini: una musica che nell’elenco di uno dei massimi biografi mozartiani, Bernhardt Paumgartner, non è neppure elencato tra la musica sacra, come lo sono invece le Messe o il Requiem, ma piuttosto tra le composizioni a scopo liturgico. Un inno eucaristico, che storicamente deriva da un manoscritto del XIV secolo, attribuito a papa Innocenzo VI, e che racconta come nell’eucaristia sia realmente presente il corpo di Gesù. Da qui, appunto, “Ave Verum Corpus”, cioè “Salve, vero corpo”:

Ave Verum Corpus natum de Maria Virgine
Vere passum, immolatum in cruce pro homine,
Cujus latus perforatum unda fluxit et sanguine,
Esto nobis praegustatum in mortis examine.
O Jesu dulcis, O Jesu pie, O Jesu, fili Mariae. Miserere mei. Amen.

Ave, o vero corpo, nato da Maria Vergine,
che veramente patì e fu immolato sulla croce per l’uomo,
dal cui fianco squarciato sgorgarono acqua e sangue:
fa’ che noi possiamo gustarti nella prova suprema della morte.
O Gesù dolce, o Gesù pio, o Gesù figlio di Maria. Pietà di me. Amen.

Immaginate Mozart che raggiunge la moglie a Baden in carrozza, si sistema in una taverna, e mette mano a quella scocciatura di doversi sdebitare con un amico scrivendogli una cosa tra una pausa e l’altra. Uno penserebbe a una delle tante musiche composte per sbarcare il lunario, per non perdere un committente: dunque, una pagina tirata via per levarsi un impiccio. Ne esce, invece, un frammento di “passione” estrema che, sentirete, già dall’inizio commuove per la semplicità del canto e della linea melodica, in un classicismo purissimo, senza alcun tipo di ornamento o di fioriture rococò che proprio in quegli anni stavano conquistando i palcoscenici europei. Dallo studio dei musicologi sappiamo che c’era una ragione: questa disadorna semplicità espressiva era imposta dalle riforme dell’imperatore Giuseppe II, che regnava in Austria al tempo del compositore, per il quale la musica da chiesa doveva essere sobria e di facile comprensione. Il risultato, andato ovviamente al di là del debito di Mozart e degli scopi liturgici, commuove le donne e gli uomini di ogni tempo. E’ un coro quasi sussurrato, che sgorga dal profondo e lascia attonito chiunque lo ascolti per il mistero che l’avvolge.
Mentre lo ascoltate avete la percezione netta di ciò che intendeva Sacha Guitry: «Il silenzio che segue la musica di Mozart è ancora di Mozart». Un effetto tanto reale da essere quasi scolpito, attorno, dentro e al termine di queste 46 battute. Uno pensa quasi spontaneamente alle sinfonie interminabili di Gustav Mahler o Dmitrij Šostakovič (alcune, peraltro, meravigliose) e viene spontaneo chiedersi come in una misura così piccola, dunque con poco materiale sparso sul rigo musicale, si possa concentrare tanta bellezza. D’accordo, sappiamo che nel Settecento la sinfonia, i concerti per strumento solista o le altre composizioni non avevano ancora raggiunto le dimensioni beethoveniane. Mozart ha scritto 41 sinfonie e Beethoven appena nove. E l’ultima sinfonia mozartiana, la KV. 551, dura nella media delle scelte di metronomo circa 27 minuti, mentre la “Nona” beethoveniana, con il celebre Inno alla Gioia, circa un’ora, anche di più nei tempi lentissimi di Toscanini. C’è proprio, nel passaggio tra Settecento e Ottocento un diverso modo di concepire il materiale sonoro e di sviluppare l’ispirazione musicale, anche come conseguenza dell’imporsi degli schemi della forma-sonata.
Ma l’Ave Verum Corpus è qualcosa di più: è proprio un miracolo di sintesi poetica. Ci viene in mente, letterariamente, il paragone con Quasimodo: «Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera». La stessa forza in spazi esigui, la stessa concentrazione di abbandono, di coscienza di sé, di “illuminazione”. Nonostante la brevità, Mozart raggiunge vette di grazia difficili da immaginare. Ha scritto Messe bellissime, come la KV. 427, e con uno sviluppo normalmente più lungo. Qui invece concentra in un grumo di estasi la sua arte polifonica e il suo anelito spirituale. Ed è assai più difficile raggiungere una meraviglia così piuttosto che con pagine e pagine di musica. In questo periodo, il giugno 1791, sappiamo dagli storici che Mozart aveva problemi di salute e che un lungo viaggio gli impedì di lavorare. Eppure, il mottetto Ave Verum Corpus, come scrive Paumgartner, «è il più fervido e illuminato di tutti i canti eucaristici. Nel breve ma incommensurabile spazio di 46 battute l’immagine dolorosa del Crocifisso, gli spasmi dell’agonia, gli orrori della morte, si trasfigurano nella pace eterna, ed è questa forse la più alta opera d’arte che Mozart abbia creato: estremo, beatificante rifugiarsi in Dio del suo stesso annunziatore».
Un lavoro che, tra l’altro, sta a dimostrare la capacità di Mozart di portare a perfezione estrema tutti i generi nei quali si era esercitato. Potete per esempio cercare su YouTube un altro meraviglioso mottetto, “Exultate Jubilate”, magari nell’interpretazione del soprano inglese Emma Kirkby, e comprendere, quanta strada ha fatto il compositore tra l’Exultate e l’Ave Verum Corpus. Non c’è infatti un terreno di scavo musicale e interiore che Mozart non abbia portato alle vette del capolavoro; come non esiste uno strumento dal quale non abbia tratto tutte le potenzialità tecniche ed espressive, tranne forse il violoncello, per cui non ha mai composto nulla di solistico (e i violoncellisti, sconsolati, si chiedono ancora oggi perché).
Abbiamo scelto per voi il video di una registrazione nella Waldsassekirke, in Germania, con la direzione di Leonard Bernstein, il Coro e l’Orchestra Sinfonica della Bayerischen Rundfunks. Ma si potrebbe dire che le immagini qui servono poco: meglio chiudere gli occhi e ascoltare, dopo avere letto con cura il testo del mottetto. E abbiamo scelto proprio questo video perché come in nessun altro documento all’inizio, nell’annullarsi di Bernstein, e alla fine, nella disarmante compostezza di coristi e musicisti, si “vede” quel silenzio che segue la musica di Mozart. Che è ancora suo. L’ha scritto lui.
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Wolfgang Amadeus Mozart
Ave Verum Corpus – Grande Messa in do minore KV. 427
Accademy of St. Martin in the Fields; Neville Marriner, direttore (Philips, disponibile anche su iTunes e Google Play Music)

2) Wolfgang Amadeus Mozart
Ave Verum Corpus – Exultate Jubilate – Coronation Mass
Mozarteun Chor; Mozarteum Orchestra; Ernst Hinreiner, direttore (Denon, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

3) Wolfgang Amadeus Mozart
Late Symphonies: Nos. 35, 38, 38, 40 & 41
Staatskapelle Dresden; Sir Colin Davis, direttore (Decca Music, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

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Parole chiave:
Bellezza - Musica

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ATTENZIONE: Ogni terapia va individualizzata e monitorata in ciascuna paziente dal medico specialista esperto nel campo. Queste schede informative non possono in alcun modo sostituirsi al rapporto medico-paziente, né essere utilizzate senza esplicito parere medico

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