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16/06/2015

Un pianto inconsolabile sull'umanità distrutta (Richard Strauss, Metamorphosen)




Richard Strauss
Metamorphosen
Adagio ma non troppo; Agitato; Adagio ma non troppo; Molto lento
Orchestre de chambre Orfeo55; Nathalie Stutzmann, direttore


Rimaniamo ancora su sentieri di suggestione quasi cameristica, dopo i due Quintetti “gemelli” mozartiani, seppure con un organico assai più robusto e spostandoci a metà Novecento, dunque con altre emozioni timbriche e sonore. Quello che vi proponiamo questa settimana è un gioiello delizioso per soli archi, “Metamorphosen”, che come sottotitolo reca la dizione “Studio per 23 archi solisti” (10 violini, 5 viole, 5 violoncelli, 3 contrabbassi): supremo capolavoro di Richard Strauss, pagina conclusiva della sua produzione strumentale e sinfonica, lavoro della piena maturità espressiva, che precede di soli tre anni un altro capolavoro immenso ma pensato per voce lirica, i “Quattro ultimi lieder”.
L’ascolto delle Metamorphosen – qui nell’interpretazione di una donna, Nathalie Stutzmann, alla testa dell’Orchestre de chambre Orfeo 55, che è anche un’apprezzata voce di contralto, quindi con un approccio assai cantabile a questa creazione straussiana – è un’esperienza intensa quanto a ricchezza del materiale sonoro, dell’impasto strumentale, della fitta scrittura polifonica, e, soprattutto, di quella sensazione palpabile di drammaticità, di angoscia, di sconvolgimento vitale, di riflessione su una civiltà irrimediabilmente perduta. L’opera si articola in quattro movimenti che si susseguono senza soluzione di continuità e conquistano ora per l’impasto timbrico al servizio di un’atmosfera quasi da fine del mondo, ora per le delicate idee melodiche in continua trasformazione e mutazione, in una totale libertà di manipolazione dei temi, le cui cellule sono continuamente rielaborate. Di qui il nome, Metamorfosi.
La sensazione quasi da “apocalisse” che ne avrete all’ascolto, poggia su una precisa ragione storica. Questo lungo “adagio”, che sembra costruito sui bastioni sonori wagneriani, prende corpo nella mente di Strauss sull’onda emotiva degli sconvolgimenti militari, sociali e politici della seconda guerra mondiale. Il compositore tedesco (che da artista ha accompagnato i primi anni del regime nazionalsocialista con qualche compromesso di troppo, per correttezza storica bisogna ricordarlo), si mette a scriverlo quasi al termine del conflitto: l’8 marzo 1945 conclude la partitura sommaria, il 12 aprile quella definitiva. Il 30 aprile Hitler si uccide nel bunker. «Sono di un umore disperato», scrive Strauss qualche settimana prima al suo librettista. «La casa di Goethe, il più sacro santuario del mondo, distrutta! La mia bella Dresda, Weimar, Monaco, tutto distrutto!». Sulle rovine della guerra cresce la disperazione di Strauss. Intorno catastrofe, miseria (anche la sua personale, perché con il conflitto Strauss divenne povero), la sconfitta militare della Germania e di un intero popolo. Le sue uniche consolazioni sono Haydn, Schubert, e sopra tutti Mozart. Allora il vecchio compositore rinuncia alle altezze e ricchezze strumentali dei poemi sinfonici che lo avevano reso celebre e ripiega in se stesso, scarnifica l’orchestra, la riduce all’essenzialità degli archi, e in questa commovente “meditazione” lascia fuori il caos del mondo, in una sorta di epitaffio spirituale e intimo che addensa e condensa in un solo pensiero tutta la sua arte.
Una sorta di personale requiem, ammantato di musica pura, su una civiltà scomparsa e cancellata dagli orrori della guerra e degli uomini. Un percorso simile ha tentato il compositore statunitense Samuel Barber con l’Adagio per archi (che infatti è diventato la colonna sonora di un film come Platoon, per raccontare la guerra in Vietnam), ma certo con esiti di non così profondo pensiero musicale. Al celebre tenore Julius Patzak, che ascoltando Metamorphosen in un’audizione privata, si stupiva di tanta tristezza, Strauss rispose: «Come potrei sorridere, quando è morta la musica tedesca?». A un certo punto infatti, nel ritiro di Garmisch dove non aveva mai smesso di comporre nonostante gli acciacchi, l’incubo della guerra, il freddo, le ristrettezze, a Strauss capitò tra le mani un quotidiano che riportava l’immagine della Staatsoper di Vienna, dove erano state rappresentate tante delle sue opere liriche, distrutta dalle bombe alleate il 12 marzo 1945. Allora ritrovò un po’ le forze perdute: si mise al lavoro e un mese dopo, il 12 aprile, Strauss terminava di comporre questo studio per 23 archi solisti con la scritta “In memoriam”, cioè con una dedica alle grandi tradizioni musicali tedesche, rappresentate dal crollo della Staatsoper viennese, vittime di un dissolvimento tragico e ineluttabile. Per questo, ascoltando l’angoscia che serpeggia nella partitura, che in alcuni istanti sembra prendere alla gola come lo sguardo desolato sulle macerie del conflitto, il direttore d’orchestra russo Sergej Koussevitzky una volta disse: «Quando dirigo Metamorphosen ho le lacrime agli occhi e dolore al cuore».
Ma ancora una volta da tutto questo nasce una meraviglia. Gli elementi tematici di Metamorphosen sono sottoposti a continue torsioni melodiche, armoniche e ritmiche, in un dialogo raffinato e coinvolgente tra gli strumenti. Ascoltatelo più volte, a distanza di alcune ore: a ogni ripresa l’impasto sonoro vi sorprenderà in punti diversi, con esiti diversi sulla pelle delle vostre emozioni, regalandovi l’idea di un pianto inconsolabile per un’umanità distrutta, di una delusione esistenziale profonda, per la sofferenza d’essere quasi alla fine della vita proprio nel momento più tetro della storia: di lì a tre mesi ci saranno i bombardamenti atomici su Hiroshima e Nagasaki. Ha scritto il biografo italiano di Strauss, Cesare Orselli: «La struttura dell’opera si presenta come un grande movimento in forma-sonata: un “Adagio ma non troppo”, seguito da una parentesi più mossa, “Agitato”, e dalla ripresa del movimento iniziale, quando il morbido timbro del piccolo gruppo d’archi comincia a sfumare verso l’oscurità». Sono trenta minuti, nelle scelte di metronomo di Nathalie Stutzmann (che abbiamo qui apprezzato già in un ascolto lirico del “Rinaldo” di Haendel), di grande musica: come in una pellicola d’autore potete apprezzare l’affresco sulle assurdità delle guerre; ma più in profondità sono la sofferenza e il dolore personali di un uomo che diventano sul pentagramma amara riflessione sui destini dell’esistenza. Ma il sorriso aperto della Stutzmann, al minuto 7:46, ci dice che sulle macerie ha vinto Strauss.
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Richard Strauss
Metamorphosen - Tod und Verklärung
Berliner Philahrmoniker; Herbert von Karajan, direttore (Deutsche Grammophon, disponibile anche su iTunes e Google Play Music)

2) Richard Strauss: Metamorphosen - Samuel Barber: Adagio for Strings
Scottish National Orchestra; Neeme Järvi, direttore (Chandos, disponibile anche su iTunes e Google Play Music)

3) Richard Strauss
Tod und Verklärung - Gli Ultimi 4 Lieder
Gundula Janowitz, soprano; Berliner Philharmoniker; Herbert von Karajan, direttore (Deustche Grammophon, disponibile anche su iTunes e Google Play Music)

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Parole chiave:
Dolore - Guerra - Morte - Musica

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