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31/05/2011

Un oceano di pace interiore (Canto Gregoriano)




Canto gregoriano
Da un documentario sui monaci dell’Abbazia di St. Pierre de Solesmes, casa madre della Congregazione di Francia dell’Ordine di San Benedetto, e il più autorevole centro di studio europeo di Canto gregoriano


Lasciatela vagare nel vostro intimo come un’onda che s’infrange, muore e ritorna. Come una risacca musicale che vi accompagna senza sosta anche a occhi chiusi. Lasciate che sia un “mantra” capace di riempire il silenzio della mente. È una musica che non è triste né allegra, ma al tempo stesso può essere triste o allegra perché è “modale”, cioè prodotta da una concatenazione precisa di toni e semitoni (i più famosi sono il “maggiore” e il “minore”, ma ne esistono moltissimi altri) che conferiscono all’atmosfera generale un tono cupo, gioioso o malinconico. Non è una musica che ha in sé i germi di una guarigione, che nasce per essere lenitiva, come una solare sinfonia mozartiana, o una zampillante melodia di Schubert. Ma può essere benissimo tutto questo, un balsamo, un sollievo, perché è un colloquio intimo con Dio, una confessione a tu per tu, un trovarsi faccia a faccia. È una preghiera articolata in suoni. Un’orazione da cantare non in modo formale, ma con devozione: come diceva san Paolo, «con il cuore». Sotto l’apparente “fissità” della monodia (una musica a una o più voci nella quale abbiamo una sola melodia), in realtà si muove un universo spirituale interiore che ha qualcosa di magmatico. E che per la particolare articolazione delle voci, per il loro timbro, ci interroga e intanto ci lascia un oceano di pace interiore.
Ecco la nostra nuova “provocazione”: il Canto gregoriano. Si fa per dire nuova, perché ci scaraventa, letteralmente, indietro di oltre 1.500 anni. Dopo la “trasgressione “ di Alban Berg, che con il suo violino per un “Angelo” ci ha spinto verso le asprezze dodecafoniche dell’atonalità, la scorsa puntata abbiamo fatto una pausa ristoratrice alle fonti cristalline della musica di Brahms, custode severo della forma, baluardo contro ogni dissoluzione dell’arte e argine a quegli esploratori di terre musicali che il gigante di Amburgo già vedeva muoversi intorno a sé, non senza qualche brivido “armonico” lungo la schiena.
Ora immaginate di fare un salto ritroso nel tempo. Di essere immersi in un silenzio dove non ci sono ancora note codificate, un’epoca storica nella quale nessuna delle musiche – classiche o leggere, colte o popolari – alle quali siete abituati, fatte di strumenti che accompagnano le voci o di più musicisti che suonano insieme, era ancora stata “inventata”. Un’epoca senza sinfonie, senza orchestre, senza quartetti o quintetti, senza violini o clarinetti, senza canzoni.
E ora provate a immaginare d’essere ospiti in un monastero di clausura intorno al IX secolo, cioè verso l’800 dopo Cristo. Bene: quella che vi proponiamo questa settimana nel documentario tratto da YouTube – un affascinante viaggio tra i monaci dell’Abbazia francese di Solesmes – è la sola musica, diciamo “ufficiale”, che avreste sentito vivendo allora. E il monastero, l’unico luogo in cui era possibile ascoltarla. Se pensate che la musica (intesa come la conosciamo noi da quando siamo nati) sia sempre esistita, vi domanderete perché. Semplice: dopo la caduta dell’impero romano, durante il 400 dopo Cristo, a poco a poco la Chiesa estende la propria influenza in tutta Europa; e per molto tempo – almeno cinque secoli, sino a quando compaiono in Francia i trovatori e i trovieri che diffondono i canti profani – la musica è soprattutto religiosa: è utilizzata esclusivamente per scopi liturgici, spirituali.
Accompagna la giornata dei monaci, scandita dalla celebrazione dell’Ufficio divino che riporta periodicamente (nell’alternanza di preghiera e lavoro, “ora et labora”) le anime in contatto con Dio. Nei monasteri i monaci facevano (e fanno ancora) una pausa nel lavoro e si riunivano regolarmente a determinate ore del giorno per le orazioni: all’aurora, l’ora solenne delle Lodi; poi ogni tre ore: Terza (alle 9), Sesta (alle 12) e infine Nona, cioè alle 15; quindi l’ora solenne dei Vespri (alle 18); e infine Compieta (alle 20), prima del riposo. Per secoli questo Ufficio divino, che ha scandito (e scandisce) la vita del monachesimo occidentale, è stato integralmente vissuto in forma corale dai monaci nelle abbazie. Un’imponente mole di canti nati con il diffondersi del cristianesimo e che già durante il 600 un papa, Gregorio Magno, ha riorganizzato dando vita a un corpus che prende appunto il nome di “Canti gregoriani”.
All’inizio, questi canti risuonano rigorosamente all’unisono, una sola nota per volta, con tutti i cantori che intonano la stessa melodia (si chiama canto “monodico”). Poi, a partire dal IX secolo, i cori cominciano a cantare a più voci, facendo così brillare la prima scintilla della polifonia, che accompagnerà la storia della musica sino alla seconda metà del XVI secolo, quando i musicisti, per esprimere meglio i sentimenti introdotti da Umanesimo e Rinascimento, introdurranno la melodia accompagnata dagli strumenti e il canto sorretto dall’armonia, cioè l’opera.
Ma la prima forma musicale in assoluto, storicamente organizzata in un metodo e in una “notazione”, cioè in una scrittura su rigo musicale (che non è ancora un pentagramma perché è composto solo di quattro linee e tre spazi), è quella del canto gregoriano. Una musica che si rivolge a Dio. Ma a differenza delle magnifiche architetture bachiane nelle quali, come abbiamo già qui ricordato, ogni nota fu composta dal Kantor per glorificare il Signore con una vertigine di musica, voci e strumenti, nel gregoriano al centro di ogni pensiero c’è il testo, quasi spoglio di ogni orpello. Secondo il principio di sant’Agostino che «chi canta prega due volte». Il Canto gregoriano non si potrà mai comprendere senza il testo, che è prioritario rispetto alla melodia ed è quello che le dà significato. Quindi, per interpretarlo correttamente, i cantori devono aver compreso bene il significato del testo. Di conseguenza, qualsiasi impostazione di voce di tipo operistico, o che intenda evidenziare e mettere in luce la bravura degli interpreti, dev’essere evitata.
Altre curiosità sul canto gregoriano: è una musica vocale che si canta “a cappella”, cioè senza accompagnamento di strumenti. E con ritmo libero, secondo lo sviluppo del testo letterario, e non con schemi su misura, come potrebbero essere quelli di una marcia, una danza, una sinfonia. È una musica scritta in una successione di suoni molto particolari (i modi) che servono per suscitare una varietà di sentimenti: raccoglimento, allegria, tristezza, serenità. E ancora: la melodia del canto gregoriano è “sillabica”, cioè a ciascuna sillaba del testo corrisponde un suono; ma diventa “melismatica” quando a una sillaba corrispondono vari suoni: ci sono melismi che ne contengono più di 50 in una sola sillaba. Il testo è in latino, lingua dell’impero romano diffusa in Europa. Questi testi furono ricavati dai Salmi e da altri libri dell’Antico Testamento; alcuni provenienti dai Vangeli e altri d’ispirazione propria, generalmente anonima. Tuttavia esistono alcuni pezzi liturgici in lingua greca: Kýrie eleíson, Ághios ho Theós (liturgia del Venerdì Santo).
Per comprendere meglio l’origine e lo sviluppo del canto gregoriano, riproponiamo la cronologia tratta dal “Corso di avviamento al canto liturgico” della Schola Gregoriana Mediolanensis:
- 313: i cristiani, liberi di professare la loro fede, portano con sé dalle catacombe alcune melodie semplici sulle parole dei salmi, come facevano gli Apostoli a Gerusalemme;
- 396: Agostino piange ascoltando i canti che i fedeli di Milano elevano a Dio nel Duomo;
- V-VII sec: il repertorio latino si diversifica nei testi e nel modo di cantare secondo le aree geografiche: a Roma diversamente dalla Gallia o dalla Spagna dei barbari Visigoti;
- 600 circa: Papa Gregorio Magno inizia una politica d’unificazione delle liturgie occidentali. Il nuovo repertorio liturgico-melodico sarà denominato Canto “gregoriano”;
- VII-IX sec: apogeo del gregoriano. un’epoca di intensa composizione. Musicisti anonimi, sulla base dei canti salmici, amplificano le melodie, oppure creano brani musicali per scuole o solisti: gli Alleluia e i Graduali. I fedeli, monaci o cantori, imparano tutto a memoria: la trasmissione del canto avviene per via orale;
- 850 circa: invenzione delle prime scritture musicali. L’utilizzo dei “neumi”, cioè di segni scritti a penna su pergamena, permette di annotare in maniera precisa il ritmo e l’espressione del canto; ciò aiuta la memorizzazione delle melodie, ma non dà ancora l’intervallo tra le note;
- 1050 circa: il monaco Guido d’Arezzo precisa la scrittura per definire l’intervallo tra le note, dando loro un nome (Ut-Re-Mi-Fa-Sol-La) e mettendo a punto il sistema del tetragramma. Questa epocale invenzione, tuttavia, segna l’inizio della decadenza del canto gregoriano: una volta sostituita la memoria con la lettura delle note, infatti, il canto diventa via via più matematico e perde in freschezza. Nascono le prime polifonie, basate sul gregoriano. Il ritmo non è più basato sulle sillabe latine, ma è fissato con delle misure;
- 1840: dopo un periodo di circa 800 anni nei quali apre la strada alla musica moderna, ispirando compositori come Bach o Mozart, il canto gregoriano da gloria della cristianità monastica s’impoverisce sempre di più sino ad assumere l’appellativo di “cantus planus”: è diventato noioso, lento, senza vita. I monaci benedettini dell’Abbazia di Solesmes (Francia) iniziano allora una preziosa opera di ricerca filologica, basata sui manoscritti che i monaci pazientemente copiano e fotografano in tutte le abbazie e biblioteche d’Europa. Grazie a questi monaci, il canto gregoriano ritrova la sua autenticità: un potente strumento di preghiera;
- 1903: Papa Pio X definisce il canto gregoriano come canto proprio della Chiesa romana e propone al popolo cristiano di «pregare in bellezza»;
- 1962: il Concilio Vaticano II conferma l’uso di questo canto sempre praticato nella Chiesa con le seguenti parole: «La Chiesa riconosce il canto gregoriano come proprio della liturgia romana: perciò, nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale».
Ma perché interessarci ancora oggi a questi Canti gregoriani, a distanza di oltre 1500 anni dalle prime forme corali monastiche, in un’epoca di sovraesposizione digitale di suoni tutt’altro che “monodici”, dopo parecchie rivoluzioni che hanno sconvolto la musica, dopo la comparsa del jazz, del blues, del rock, dell’hip-hop? Per un motivo anche antropologico, come ha scritto il musicologo Giacomo Baroffio: «Perché la melodia di molti brani del repertorio gregoriano si muove su particolari circuiti mentali che obbligano a percorrere determinati itinerari legati alla memoria e alle sue variazioni, il tutto segnato da alternanza di conosciuto e di ignoto, di presente e di rimosso. Sotto questo aspetto, il cantare e anche il solo ascoltare le melodie gregoriane può costituire un momento forte di terapia che permette alla mente di recuperare la verità di se stessa».
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Canti gregoriani - Vêpres et office avant la nuit
Choeur des moines de l’Abbaye Saint-Pierre de Solesmes (Abbaye de Solesmes, disponibile anche su iTunes)

2) Canti gregoriani – Florilège
Choeur des moines de l’Abbaye Saint-Pierre de Solesmes (Abbaye de Solesmes, disponibile anche su iTunes)

3) Las mejores obras del Canto Gregoriano
Coro de monjes del Monasterio Benedictino de Santo Domingo de Silos (Emi Music)

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Parole chiave:
Canto gregoriano - Cristianesimo - Fattori psichici - Monachesimo - Monodia - Spiritualità

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ATTENZIONE: Ogni terapia va individualizzata e monitorata in ciascuna paziente dal medico specialista esperto nel campo. Queste schede informative non possono in alcun modo sostituirsi al rapporto medico-paziente, né essere utilizzate senza esplicito parere medico

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