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08/02/2011

Un incanto che riscatta ogni dolore (Richard Strauss, Lied "Beim Schlafengehen")




Richard Strauss
Beim Schlafengehen (Addormentandosi)
Testo di Herman Hesse
Lucia Popp, Soprano; Sir Georg Solti, direttore


L’idea musicale nasce dal buio e procede verso la luce. Accade tutto in poche battute. Attaccano i contrabbassi e i violoncelli: la speranza muove dal profondo della disperazione e si espande come i cerchi concentrici di un sasso gettato nelle acque di un mare cupo. Onde di bellezza si propagano verso una sorgente di vita e attendono l’ingresso del soprano per liberarci definitivamente dall’incubo, qualunque esso sia, nel corpo o nella mente. Bastano poche note: la progressione è commovente, accecante nella sua semplicità. La materia plasmata sul pentagramma s’allontana da un’ossessione oscura, si scrolla di dosso il terrore delle tenebre. Insomma, è come se la musica avesse (e ha) la forza di trascinarci fuori da un gorgo. E grazie a un fraseggio d’autentica meraviglia, una carezza melodica che si fa ascoltare e riascoltare all’infinito, si compie un viaggio verso i colori della speranza, verso la liberazione dal tormento e dal mal di vivere.
Torniamo al Lied e lo facciamo con l’immenso Richard Strauss, un compositore tedesco potremmo dire a noi contemporaneo, nel senso che è morto alle soglie degli anni Cinquanta del Novecento. E riprendiamo il filo di queste “poesie” in musica con una pagina scritta a Pontresina, in Alta Engadina, nel 1948. Quindi con un salto in avanti di ben 122 anni rispetto all’opera di Schubert, “Im Frühling”, con la quale qualche settimana fa siamo entrati nel mondo dei Lieder. E se ascoltate con attenzione, passando da Schubert a Strauss, avvertirete questo salto in avanti nella struttura del materiale compositivo. Qui siamo nel cuore del post-romanticismo tedesco, le note si aggrumano, diventano più cromatiche, perdono la freschezza schubertiana della melodia che zampilla per lasciare il posto ad accordi più possenti e bruniti, che non potevano non tenere conto di quanto stava accadendo alla musica dai primi anni del secolo: la destrutturazione dell’impianto tonale. Anche se con questo Lied, Strauss conserva intatta la capacità di pennellare tutte le tinte della memoria e dell’introspezione.
Abbiamo scelto di farvi ascoltare “Beim Schlafengehen”, un Andante per soprano solista accompagnato da un organico orchestrale formato da due ottavini, due flauti, due oboi, corno inglese, due clarinetti, clarinetto basso, due fagotti, quattro corni, due trombe, tre tromboni, bassotuba, celesta e archi. Fa parte di un ciclo completo di quattro Lieder che Strauss ha composto quasi al termine della propria vita: un capolavoro che ha preso appunto il nome di “Vier Letzte Lieder”, Quattro ultimi canti. Nell’ordine di composizione: Im Abendrot (Al tramonto, testo di Joseph von Eichendorff); Frühling (Primavera, testo di Herman Hesse); Beim Schlafengehen (Addormentandosi, testo di Herman Hesse); e September (Settembre, testo di Herman Hesse). Strauss compone il suo primo pezzo vocale a 6 anni, un canto di Natale. Impara a suonare il pianoforte e scrive altre melodie. Sposa una cantante e l’accompagna a lungo nei concerti. E continua a creare pagine vocali per tutta la vita. I “Vier Letzte Lieder”, a un anno appena dalla morte, sono una specie di sfida, grazie alla quale eleva se stesso sulle vette dell’arte liederistica.
Quasi sopraffatto da delusioni, difficoltà, incomprensioni familiari, il compositore tedesco nel 1946 vince l’angoscia (l’attacco di “Beim Schlafengehen” ne è il segno evidente, una spinta anche per noi a “non mollare mai”) e si rituffa nel lavoro, con la disciplina di sempre. Tuttavia, è giunto ormai al traguardo, ha acquisito un superiore distacco dalle cose del mondo, compone soprattutto per sé, non tanto per il pubblico: insomma, con un genuino entusiasmo mozartiano. Nascono lavori strumentali di sapienza, grazia e trasparenza superiori: nel 1946 il “Concerto per oboe”, nel 1947 il bellissimo “Duetto-Concertino per clarinetto e fagotto con archi e arpa”. Ma Strauss non dimentica ciò che aveva abbandonato, il lirismo poetico della voce umana, a cui non aveva detto ancora addio. E l’addio alla fine lo pronuncia con i “Vier Letzte Lieder”.
Il titolo non è di Strauss, che forse non aveva neppure pensato di farne un ciclo. È invece di Ernest Roth, un funzionario della casa editrice Boosey and Hawks. In quegli anni difficili Strauss legge parecchio e nel 1946 approfondisce la poesia “Im Abendrot” (Al tramonto), del poeta romantico Joseph von Eichendorff. Dalla fine del ’45 aveva lasciato la Germania, in compagnia della moglie, per rifugiarsi in Svizzera. Scrive il germanista e musicologo Franco Serpa: «La bella poesia di Eichendorff trasfigurava in una superiore serenità l’afflizione del vecchio genio stanco, ma cantava anche il consolante valore dell’amore fedele in prossimità della morte: “Siamo passati tra pena e letizia, insieme, la mano nella mano, ora ci riposiamo dal cammino, in una terra tranquilla. Intorno si oscurano le valli, già l’aria si fa buia [...] O ampia, immobile pace! Così profonda nel tramonto! Siamo tanto stanchi del cammino: questa è forse la morte?”».
Come abbiamo ricordato, non è chiaro ai musicologi se Strauss abbia mai deciso di fare dei quattro Lieder un ciclo integrato, un’unità poetico-musicale (la differenza nell’organico orchestrale fra il primo Lied e gli altri tre farebbe pensare il contrario). Ma come ricorda ancora Franco Serpa in un testo tratto dal programma di sala dell’Accademia di Santa Cecilia (Roma, Auditorium Parco della Musica, 27 marzo 2004, direttore Pinchas Steinberg, soprano Christine Brewer), «l’unità esiste e tutti la percepiamo: è l’unità di un’idea superiore sulla vita, di un sentimento della condizione umana giunto al confine».
Di questi “Vier Letzte Lieder” c’è un’esecuzione di rifermento che non deve mancare assolutamente nella vostra discoteca: è l’interpretazione di Elisabeth Schwarzkopf che ha registrato questi “Quattro ultimi canti” di Strauss con vari direttori, anche se il consiglio è di non perderla nella versione accompagnata da Georg Szell. Avremmo, ovviamente, voluto scegliere proprio questa cantante da YouTube, ma di lei ci sono soltanto esecuzioni senza video. Avremmo potuto preferire Claudio Abbado che dirige Renée Fleming (strepitosa nel Puccini di “O mio Babbino caro”: da brividi, cercatelo). Ma alle prese con “Beim Schlafengehen” il soprano americano sembra lontana dalle profondità meditative che il compositore tedesco ha infuso in questi Lieder, e anche l’attacco dei contrabbassi voluto da Abbado non sembra dipingere al meglio il magma musicale che si libera dal vulcano di Strauss.
Allora abbiamo scelto la voce cristallina di Lucia Popp (alla quale comunque la Schwarzkopf, ascoltandola la prima volta, disse: “Signorina, lei è un fenomeno”) e la bacchetta di Sir Georg Solti, che subito plasma l’orchestra con il giusto pathos e un adeguato spessore strumentale. Strauss ne esce trasfigurato in un incanto sonoro che ha pochi confronti nella storia della musica (forse solo nelle struggenti malinconie brahmsiane e in qualche Lied di Mahler). Un dominio della bellezza, e sulla bellezza dell’orchestra e della voce umana femminile, che riscatta davvero ogni dolore.
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Richard Strauss
Vier Letzte Lieder & 12 Orchester Lieder
Elisabeth Schwarzkopf, soprano; Radio Symphonie Orchester Berlin; George Szell, direttore (Emi Classics)

2) Richard Strauss
Vier Letzte Lieder; Capriccio; Arabella
Elisabeth Schwarzkopf, soprano (Emi Classics, disponibile anche su iTunes)

3) Richard Strauss
Also Spracht Zarathustra; Eine Alpensimphonie; Don Juan; Till Eulenspiegel
Berliner Philahrmoniker; Herbert von Karajan, direttore (Deutsche Grammophon, disponibile anche su iTunes)

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Parole chiave:
Bellezza - Forme musicali - Melodia - Musica - Senso della vita - Speranza - Strumenti musicali

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