Fondazione Alessandra Graziottin onlus - per la cura del dolore nella donna Fondazione Alessandra Graziottin

Torna a Strategie per stare meglio

Condividi su
Stampa

30/06/2015

Un gioiello per la ricreazione dello spirito (Johann Sebastian Bach, Partita No. 1 BWV 825)




Johann Sebastian Bach
Partita No. 1 BWV 825
Praeludium, Allemanda, Corrente, Sarabanda, Giga
Piotr Anderszewski, pianoforte


Se Richard Strauss, nel nostro ultimo ascolto, aveva asciugato l’orchestra riducendola a 23 strumenti, abbandonando fiati e ottoni che colorano così intensamente i suoi poemi sinfonici, per riflettere mestamente e in modo monastico, senza orpelli, sui dolori di ogni guerra, qui siamo al vertice dell’essenzialità, in una dimensione completamente eremitica, sulla cima più ardua per chiunque si sieda davanti al foglio vuoto del pentagramma: esprimersi attraverso un solo strumento, comunicare calore, colore, stati d’animo, introspezioni, meditazioni, emozioni con un tipo soltanto di sonorità. E Johann Sebastian Bach rimarrà forse inarrivabile nell’arte di comporre per strumento solo: dal liuto al violino, dal violoncello all’organo. Passando attraverso l’immensa produzione tastieristica per clavicembalo, che allinea capolavori assoluti per l’umanità intera.
E qui si finisce inevitabilmente per sfiorare il tema dell’esecuzione di Bach sul pianoforte. Tutta la produzione alla tastiera del genio di Eisenach è stata scritta per il cembalo (o per l’organo). Il pianoforte non era ancora stato inventato. Eppure oggi se così tanta gente compra dischi, va ai concerti e si appassiona alle sue creazioni – dal Clavicembalo ben temperato alle Variazioni Goldberg, dalle Suite francesi alle Toccate – lo si deve agli 88 tasti del pianoforte. Le ragioni e i meriti sono tanti: uno soprattutto, l’incredibile successo di un pianista come Glenn Gould, che si può dire abbia portato Bach al grande pubblico fuori dai salotti filologici clavicembalistici, con un’esecuzione delle Variazioni Goldberg, nel 1955, a New York, per l’etichetta Cbs, che ancora oggi è uno dei dischi di musica classica più venduti al mondo. E anche nei Concorsi monografici dedicati a Bach, come in Germania il “Saarbrücken”, o in Italia il “Sestri levante”, è il pianoforte a dominare la scena dei giovani che inseguono una carriera solistica.
Questa diffusione pianistica di Bach ha un contraltare, un rovescio della medaglia: l’avversione dei puristi, in particolare gli studiosi e gli interpreti. Chi scrive ha passato una sera a discuterne con Gustav Leonhardt, il grande clavicembalista olandese morto tre anni fa. Gli chiesi: «Dunque, niente Bach al pianoforte?”». «No, è totalmente impossibile. Anzi, è una preclusione che è nella natura delle composizioni stesse». E ancora: «Ma da sempre i pianisti eseguono Bach, spesso raccogliendo ampi consensi di pubblico e di critica». «Devono però cambiarla questa musica, per poterla suonare». «E dove le mettiamo esecuzioni come quelle di Walter Gieseking, di Dinu Lipatti, di Glenn Gould?». «Ripeto, è impossibile suonare Bach così. E' un mondo totalmente diverso, che richiede studi approfonditi del linguaggio e della cultura di un'epoca. Non dico che questi pianisti non abbiano amato Bach o compreso la sua grandezza. Ma le loro interpretazioni sono inaccettabili».
Ho provato a opporre a Gustav Leonhardt l’argomentazione che quando decise di comporre per il flauto, Bach scelse di proposito il traversiere, nonostante Telemann spopolasse all’epoca per le sue meravigliose composizioni con il flauto dolce, perché il flauto traverso era allora una novità tecnologica. Lo scelse proprio, donandoci un capolavoro come la Partita BWV 1013, che abbiamo già ascoltato qui nell’interpretazione di Emanuel Pahud, perché era una sorta di rivoluzione, e dunque si affacciavano con il flauto traverso, rispetto al flauto dritto, nuove opportunità espressive e timbriche, nuovi orizzonti strumentali grazie a una meccanica più raffinata e promettente. E quindi non è impossibile immaginare che Bach avrebbe ragionato nello stesso modo sedendosi davanti agli 88 tasti bianchi e neri in avorio ed ebano. Non ci fu nulla da fare: Leonhardt rimase sdegnosamente contrario al pianoforte. E credo che abbia aspettato di dirimere la questione direttamente con Bach, chiedendogli se ha fatto bene a rimanere così severo.
Ma, come sempre, conta per noi quanto la musica ci fa bene, quanto riesce a essere terapeutica, quanta dose di “endorfine” lenitive riesce a liberare nel nostro cervello, cambiando il nostro umore, ribaltando positivamente i nostri stati d’animo. Quanto riesce a curarci, nel senso letterale della parola. Ed eccoci allora a uno dei più apprezzati capolavori bachiani, cioè le sei Partite per clavicembalo (BWV 825-830) – ovviamente oggi più apprezzate nella loro esecuzione moderna sul pianoforte, a parte un giro molto ristretto (anche discograficamente) di appassionati delle sonorità originali – che vanno inquadrate in uno dei più felici periodi del compositore: lasciata infatti la città di Kothen, dove erano nati i Brandeburghesi, i Concerti per violino e le Ouvertures per orchestra, pare per un’incompatibilità di carattere con la moglie del principe, Bach si trasferisce a Lipsia dov’è nominato Kantor alla chiesa di San Tommaso, posizione che manterrà per il resto della vita. Sono gli anni dei grandi capolavori, dalle Variazioni Goldberg all'Arte della Fuga, dagli Oratori alle Cantate sacre. Qui noi ci concentriamo in particolare sulla prima di queste Partite, la BWV 825, la più breve, la più semplice dal punto di vista della struttura, l’unica che, come spiega lo storico del pianoforte Piero Rattalino, «corrisponda pienamente al gusto medio del buon dilettante di ogni tempo».
Perché questo? Perché questi lavori erano nati appositamente per i dilettanti, per la ricreazione dello spirito, per l’uso domestico, per la vita musicale familiare. Quindi, in un certo senso, per far stare bene gli esecutori. Ovviamente, come tutto quello che Bach faceva o toccava, si rivelarono dei capolavori che tuttavia precipitarono quasi nell’oblio, perché il buon dilettante settecentesco nel giro di duecento anni sparì del tutto, e con lui queste meravigliose Partite. Sono stati i concertisti professionisti di inizio Novecento a recuperarle, a valorizzarle, appunto attraverso il pianoforte e poi sul clavicembalo, con tutta quella "renaissance" filologica degli strumenti d’epoca e delle prassi esecutive antiche che ha visto proprio in Gustav Leonhardt uno degli artefici massimi.
Oggi le Partite hanno un successo clamoroso, sono tra le creazioni per tastiera di Bach che vendono di più, e che il pubblico gradisce ascoltare nei festival di musica antica. Soprattutto questa, la Prima, dove tutte le danze che la compongono, a cominciare dal Praeludium, sono assai attraenti dal punto di vista melodico, cantabilissime. E ovviamente la Partita No. 1 è una manna in senso discografico, perché su di essa si sono confrontati, in particolare sul pianoforte, artisti di immenso spessore: basti pensare ad alcuni giganti dell’esecuzione bachiana: Glenn Gould, in contrapposizione con il rumeno Dinu Lipatti; oppure, in tempi più recenti, la sfida tra specialisti come l’ungherese Andras Schiff e la canadese Angela Hewitt, e l’iraniano Ramin Bahrami.
Con questa Partita (ma anche con le successive cinque) Bach entrò in un mondo nuovo rispetto ai suoi canoni compositivi: egli, infatti, non era abituato a pubblicare le proprie musiche come facevano da sempre i suoi celebri contemporanei, Haendel a Londra e Telemann in Germania. Invece, con questa prima Partita, Bach nel 1726 entrò in una tipografia e fece stampare la BWV 825 a sue spese: era la prima volta che si accostava all’editoria musicale. E così continuò anche con le altre, che compongono un corpus unico, una collana, omogenea dal punto di vista stilistico, sotto il titolo di Clavierubung No. 1, cioè Esercizio per tastiera.
La prima Partita si apre con un breve preludio, al quale seguono poi le classiche danze in stile di Suite – allemanda, corrente, sarabanda, giga – come in tutte le altre cinque Partite (dalla BWV 826 alla BWV 830, con un’eccezione alla Partita No. 2 che termina con un “capriccio” anziché con una giga). Nel Preludio (quello che di solito conquista immediatamente per la capacità comunicativa) Bach espone due diversi disegni melodici, uno di tipo ornamentale e fiorito e l’altro più lineare, che si scambiano i ruoli passando dalla mano destra a quella sinistra, e viceversa. E’ una musica serena, che come al solito dà la sensazione di tendere (come tutta l’arte del Kantor) a un orizzonte non banalmente terreno. In Gould e Lipatti potete ammirarne la sbalorditiva chiarezza delle singole voci. Se invece ascoltate la portoghese Maria Joao Pires avrete una sensazione di più intensa serenità e luminosità (forse derivata dal suo innato fraseggio mozartiano) e l’idea di un Bach sempre meno cembalistico e definitivamente conquistato al pianoforte. Con buona pace di Gustav Leonhardt, rimasto per sempre nell’intransigente rigore di signore della tastiera clavicembalistica. 
Buon ascolto.

top

Per approfondire l'ascolto

1) Johann Sebastian Bach
Partitas
The Anniversary Edition Vol I & II
Glenn Gould, pianoforte (Sony, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

2) Johann Sebastian Bach
The last recital: Besancon 1950
Bach - Mozart - Schubert - Chopin
Dinu Lipatti, pianoforte (Warner Classics, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

3) Johann Sebastian Bach
Partitas - English Suites
Gustav Leonhardt, clavicembalo (Erato, disponibile anche su Apple Music  e Google Play Music)

top

Parole chiave:
Interpretazione musicale - Musica antica - Serenità - Strumenti musicali

Stampa

© 2015 - Fondazione Alessandra Graziottin

FAIR USE: Il contenuto di questo lavoro è a libera disposizione per il download, la stampa e la lettura a titolo strettamente personale e senza scopo di lucro. Ogni citazione per finalità didattiche e/o scientifiche dovrà riportare il titolo del documento, il nome dell'autore (o degli autori), i dati del libro o della rivista da cui il lavoro è tratto, e l'indirizzo del sito (www.fondazionegraziottin.org).

ATTENZIONE: Ogni terapia va individualizzata e monitorata in ciascuna paziente dal medico specialista esperto nel campo. Queste schede informative non possono in alcun modo sostituirsi al rapporto medico-paziente, né essere utilizzate senza esplicito parere medico

Torna a Strategie per stare meglio