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28/12/2010

Un capolavoro nato fra i cannoni (L. Van Beethoven, dal Concerto per pianoforte n. 5 "Imperatore")




Ludwig Van Beethoven
Dal Concerto per pianoforte n. 5 “Imperatore”: Adagio, un poco mosso
The Toronto Symphony Orchestra
Direttore: Karel Ancerl
Pianoforte: Glenn Gould


«Un alieno, che ci è stato prestato per cinquant’anni». Il giudizio, poco musicologico e molto devozionale – quasi da fan-club, “postato” con la tecnica dei social network sul fiume musicale di YouTube – ha però il merito di tagliare con l’accetta della passione ogni discorso sull’eccentricità di Glenn Gould, il più grande pianista bachiano di ogni tempo, strepitoso anche nel pianismo “virginale” degli elisabettiani Byrd e Gibbons, apparentemente anti-mozartiano ma interprete di una Sonata KV 332 da brividi, e beethoveniano convinto.
Quindi, nel consueto spazio delle nostre “strategie per stare meglio” ecco Beethoven e Gould, piuttosto che Bach e Gould (simbiosi artistica sulla quale torneremo), più che altro per una sorta di pudore storico e discografico, vista l’ampia “offerta musicale” bachiana che vi abbiamo proposto a Natale. E con Glenn Gould, sorretto da un organico non ridondante (2 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 2 corni, 2 trombe, timpani, archi) andiamo alla scoperta del Concerto per pianoforte e orchestra N. 5, detto “Imperatore”, di Ludwig Van Beethoven, senza dubbio il più leggendario di tutti i Concerti per pianoforte della letteratura musicale colta, che riassume i caratteri più conosciuti dello spirito beethoveniano, le impronte del cosiddetto “secondo stile”, che troviamo anche nella Terza Sinfonia, nell’immortale Quinta o nella Sonata per pianoforte op. 57 “Appassionata”. Insomma, il Beethoven che è diventato Beethoven: musicista eroico, prefiguratore di speranze politiche e sociali, protagonista di una costruzione musicale grandiosa e solenne. Per fare un esempio, il primo movimento del Quinto Concerto supera in lunghezza gli altri due insieme. Con largo impiego di scale, arpeggi, trilli che percorrono l’intera composizione e hanno permesso ai grandi solisti del Novecento – Schnabel, Backhaus, Fischer – di esibire qualità interpretative e d’identificazione con il genio di Bonn.
Ma proprio la grandiosità dell’“Imperatore”, collegata a una tonalità solenne, trova uno stacco sorprendente nel secondo movimento – l’Adagio, un poco mosso oggetto della nostra proposta di ascolto – dove Beethoven spariglia le carte. Questa parte del Quinto Concerto non ha nulla di eroico, è lontana dalle tensioni dei lavori maggiori, non ha lo spirito marziale e combattivo delle musiche beethoveniane che comunemente definiamo “eroiche”. Suggerisce invece sentimenti di contemplazione e d’introspezione, di auto-analisi, di ripiegamento su se stessi, quindi un Adagio capace di aiutare la meditazione e, di conseguenza, l’assunzione della propria sofferenza, stemperandola, sublimandola verso i confini eterei che il musicista fa seguire al dramma interiore e “politico” del primo movimento.
Beethoven, infatti, compose il Quinto Concerto nel 1809, tra avvenimenti non privi di angoscia: il 10 maggio l’esercito di Napoleone aveva assediato e cannoneggiato Vienna, poi occupata sino alla fine di luglio. Come non bastasse, il 31 maggio era morto l’amico e maestro Franz Joseph Haydn. Durante i bombardamenti Beethoven si era rifugiato in casa di amici. Per mesi non scrisse nulla e racconta egli stesso, in una lettera agli editori Breitkopf e Härtel, quanto il suo animo fosse allarmato dagli eventi di quei giorni: «Intorno a me è tutto un tumulto caotico, nulla altro che tamburi, cannoni e umane sventure di ogni tipo». Trascorse agosto e settembre a Baden, a ottobre tornò a Vienna. E proprio nel disordine dell’invasione napoleonica abbozzò il Quinto Concerto, che ovviamente risente non poco degli accadimenti: il carattere di fanfara e il passo marziale di alcuni temi forse non sono estranei ai suoni guerreschi di quelle settimane.
Va spiegato anche questo sottotitolo, “Imperatore”, molto diffuso in epoca romantica, stampato addirittura sulla partitura e diventato un attributo descrittivo, quasi una musica a programma, con largo anticipo rispetto ai poemi sinfonici di stampo romantico. Per alcuni musicologi è un abuso messo in circolazione dal pianista, editore e compositore Johann Baptist Cramer dopo la morte di Beethoven, il quale mai si sarebbe sognato di chiamare così un lavoro dedicato a Sua altezza l’Arciduca Rodolfo d’Austria. In realtà, secondo altri studiosi, è possibile che l’invasione del Napoleone imperatore, contemporanea al concerto, abbia contribuito alla fortuna di quel titolo, anche se sembra ormai accertato che all’epoca Beethoven non nutrisse (più) alcuna simpatia per le idee rivoluzionarie. Certo, se non è un soprannome appropriato, è senza dubbio, dal punto di vista comunicativo, diremmo oggi mediatico, un titolo assai fortunato.
Nel movimento centrale che vi proponiamo in questo video, Beethoven prefigura le caratteristiche del concerto romantico, soprattutto per il minore protagonismo del pianoforte rispetto al “tutti” orchestrale. Non significa che il peso pianistico sia meno evidente che in concerti precedenti, per esempio quelli mozartiani, ma che il solista non si contrappone all’orchestra, non figura come suo antagonista, come un “concorrente” un po’ narciso. Piuttosto collabora con essa, dialoga alla pari, ne anticipa o ne raccoglie le invenzioni. E proprio l’interpretazione “circolare” di Glenn Gould (anche in senso visivo, con il tronco del musicista canadese che gira ossessivamente su se stesso) sembra confermare che qui il solista, seguendo le ornamentazioni scritte da Beethoven in partitura, intende abbracciare l’orchestra, stringerla in un cerchio sonoro, farla partecipe del proprio evento musicale.
In particolare, il tema dell'Adagio un poco mosso ha la compostezza di un corale (torniamo all’altra grande “B” della musica tedesca, Bach) e il tono di una meditazione lirica. Si può dire che è una breve contemplazione su due temi musicali: uno malinconico e contenuto, esposto dagli archi in sordina; e un altro cantabile, presentato dal pianoforte, con una’intensa raffigurazione dei sentimenti più intimi. Anche il passaggio al terzo movimento avviene in modo originale: solista e orchestra smorzano progressivamente il suono, fino al silenzio. Ascoltando con attenzione si avverte una pausa, con i corni che scendono di un semitono (per la precisione, dal si al si bemolle): un passaggio assolutamente evidente anche per i non esperti.
La prima esecuzione del Quinto Concerto andò in scena con successo al Gewandhaus di Lipsia nel dicembre 1810. «Il numeroso pubblico era in uno stato di tale eccitazione da contentarsi a stento delle consuete manifestazioni di gratitudine e di gioia», riferisce la cronaca del tempo sulla Allgemeine musikalische Zeitung. Anche se fu proprio l’adorata Vienna a “tradire” Beethoven, perché alla prima esecuzione nella capitale austriaca, con Karl Czerny al pianoforte, una leggenda di quell’epoca, il 12 febbraio 1812, il poeta Theodor Körner annotò: «Un nuovo Concerto per pianoforte di Beethoven ha fatto fiasco». Vatti a fidare dei poeti.
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Ludwig Van Beethoven
5 Piano Concertos
Wilhelm Backhaus, pianoforte; Vienna Philharmonic; Hans Schmidt-Isserstedt, direttore (London)

2) Ludwig Van Beethoven
Piano Concerto N. 5 “Emperor”
Edwin Fischer, pianoforte; London Philharmonia Orchestra; Wilhelm Furtwängler, direttore (Emi)

3) Ludwig Van Beethoven
Piano Concerto N. 5 “Emperor”
Maurizio Pollini, pianoforte; Berliner Philharmoniker; Claudio Abbado, direttore (Deutsche Grammophon, disponibile anche su iTunes)

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Parole chiave:
Forme musicali - Guerra - Interpretazione musicale - Melodia - Musica - Sentimenti - Strumenti musicali

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