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24/02/2015

Un canto che diventa metafora di dolore (dal Rinaldo, di Georg Friedrich Händel)




Georg Friedrich Händel
Rinaldo
Aria “Lascia ch’io pianga”
Nathalie Stutzmann, contralto; Orfeo 55; Nathalie Stutzmann, direttore


Appena prima di Natale vi avevamo annunciato che con il nuovo anno il nostro sito vi avrebbe proposto anche articoli dedicati all’opera lirica e alle vicende di vita, morte, amore e dolore che essa racconta, a partire dagli ultimi anni del Cinquecento sino al cuore più drammatico (e tragico) dell’opera in musica nell’Ottocento verdiano, per arrivare agli inizi del Novecento col teatro pucciniano. Sarà un viaggio nella drammaturgia raccontata e vissuta sul pentagramma, che da oltre tre secoli unisce magicamente parole e note sui palcoscenici e nelle sale da concerto di tutto il mondo. E sarà anche un viaggio per capire meglio perché, alla fine, in questi capolavori della musica lirica finiscono per morire quasi tutti, di malattia o avvelenati, per amore o per gelosia, o per struggimenti inconsolabili, e per comprendere come ha scritto Vittorio Coletti nel libro “Da Monteverdi a Puccini” (Piccola Biblioteca Einaudi), «perché ancora oggi l’opera piaccia a tanta gente, con tutte le sue assurdità e inattualità, a cominciare da quella che c’è qualcuno, in scena, che invece di parlare, canta».
Per iniziare vi porgiamo una pagina immortale, una delle più belle “arie” della storia: “Lascia Ch’io Pianga”, celeberrima melodia tratta dal “Rinaldo”, opera sera in tre atti, in italiano, composta all’inizio del Settecento da Georg Friedrich Händel. Il testo è molto semplice (le “ritorte” sono le funicelle che legavano i polsi e le caviglie dei prigionieri):

Lascia ch’io pianga
mia cruda sorte,
e che sospiri
la libertà.
Il duolo infranga
queste ritorte
de’ miei martiri
sol per pietà…


Il libretto fu messo in versi dal poeta Giacomo Rossi, su una sceneggiatura del drammaturgo inglese Aaron Hill, che era anche il direttore del Queen’s Theatre dove fu rappresentata la “prima”. La storia, ispirata alla Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso, è ambientata al tempo delle Crociate e, in sintesi, è questa: Goffredo di Buglione parte a capo della spedizione cristiana in Terra Santa per combattere contro i Saraceni. Al giovane Rinaldo, cavaliere templare cui chiede aiuto, promette in sposa la bellissima figlia Almirena, non appena Gerusalemme sarà conquistata e liberata. L’esercito cristiano guidato da Rinaldo occupa la Palestina e assedia il suo re pagano, Argante. La maga Armida, amante di Argante, grazie ai sortilegi imprigiona nel suo castello Almirena e quindi attira anche Rinaldo, tentando invano di sedurlo con l’inganno, trasformandosi in Almirena. La vicenda si complica quando persino Argante s’innamora di Almirena, che lo respinge con sdegno. Armida tenta allora di uccidere Almirena (salvata poi da Rinaldo), che prova a uccidere a sua volta Armida. Rinaldo e Almirena sono liberati da Goffredo. Rinaldo espugna Gerusalemme, cattura Argante e Armida, li converte al cristianesimo. E ovviamente alla fine sposa Almirena.
L’aria che vi proponiamo è cantata da Almirena mentre è prigioniera della maga Armida. Re Argante, approfittando della prigionia della fanciulla, le si propone. Almirena reagisce con uno struggente canto di libertà, dove soprattutto i primi due versi...

Lascia ch’io pianga
mia cruda sorte…


… al di là della trama dell’opera sono diventati nel tempo metafora (tra le più musicalmente toccanti) di tutte le sofferenze che donne e uomini patiscono in ogni epoca. E a tutti coloro che provano e proveranno dolore – a causa di qualcun altro o di una malattia, o di una sopraffazione – queste note e queste parole suonano immediatamente come una forma di consolazione, che non s’esaurisce nello spazio della musica, perché l’essenzialità poetica del testo lirico e la meraviglia melodica creata da Händel sono così potenti da entrare nella mente e “suonare” anche nel più assoluto silenzio. Il compositore tedesco – che a Londra era osannato e scriveva per le feste, i fuochi d’artificio, le celebrazioni sul Tamigi, il teatro d’opera – aveva il dono di incidere le sue arie brevi nella memoria degli spettatori. Per cui questi versi…

Lascia ch’io pianga
mia cruda sorte…


… anche se non li avete mai sentiti prima non li dimenticherete più, e nell’attacco della loro melodia non riuscirete a decidere se prevale la tenerezza, la tristezza, la rassegnazione, l’orgoglio, l’impotenza davanti al destino o il fascino consolatorio. Quel che è certo è che nella deliziosa punteggiatura degli archi che accompagnano i versi, alla fine potrete quasi immaginare gli applausi scroscianti per Händel, i fiori, gli inchini dei potenti al Teatro HayMarket di Londra, sede della prima rappresentazione di Rinaldo.
Abbiamo scelto anche di iniziare questo viaggio, come si dice, “in forma di concerto”: e cioè senza l’allestimento, senza la scenografia, ma con il solo ensemble di strumenti e il canto. Dunque, non in un teatro d’opera ma in un auditorium, nel caso specifico a Parigi, dove suona l’orchestra da camera Orfeo 55, fondata e diretta da Nathalie Stutzmann, voce di contralto (la più grave tra quelle femminili), che qui è anche impegnata nell’interpretare “Lascia ch’io pianga” come cantante. Una scelta pensata dalla stessa Stutzmann, per decontestualizzare l’opera (come spesso si fa nel mondo del melodramma con recital applauditissimi di tenori e “primedonne”), per far convergere l’attenzione degli ascoltatori sulla forza drammaturgica del testo e sulla bellezza senza tempo della melodia.
Certo, l’opera vive della “messa in scena” e sui palcoscenici dei teatri di tradizione lirica: una delle sue caratteristiche è la spettacolarità, soprattutto nel Settecento, dove in sintonia con il gusto dell’arricchimento e dell’intarsio barocco si sviluppa l’amore per l’eccesso nei gesti, negli orpelli, nei costumi, nella scenografia, che continueranno a essere un tratto dell’opera per tutto l’Ottocento. Ma nel Settecento era davvero un’apoteosi: il Rinaldo, per esempio, andò in scena giusto 304 anni fa, nel febbraio 1711, con un trionfo tra il pubblico inglese, e la messa in scena fu sfarzosa. Racconta il sito specializzato “haendel.it” che «l’entrata della maga Armida avvenne su un carro sceso dall’alto guidato da due enormi draghi che sprigionavano fumo e fiamme; vi fu una nuvola nera che discese a terra, tutta piena di terribili mostri che sputavano fuoco e fumo da ogni parte; un intero esercito inghiottito da una montagna che, aprendosi, lanciava tuoni, fulmini e fiammeggianti rumori, veri fuochi d’artificio; il protagonista Rinaldo che affrontava una tempesta in manto di ermellino salpando su una barca che navigava in un mare di cartone…». L’assenza qui della maestosità barocca, e più in generale dello show teatrale, ci costringe, avvicinandoci a piccoli passi all’opera lirica, a fare innanzitutto i conti con la musica e con la voce, con il testo, scavando in profondità nel lamento di sofferenza della protagonista, senza il “disturbo” spettacolistico della dimensione scenica e dei costumi.
Non solo: abbiamo scelto, tra le incisioni disponibili su YouTube (tra le quali svetta la voce della nostra mezzosoprano di coloritura Cecilia Bartoli, specializzata nei ruoli di agilità del teatro barocco), un contralto. E qui c’è una ragione specifica che attiene direttamente all’epoca teatrale di Händel. Per tutto il Settecento, e anche oltre, arie come “Lascia ch’io pianga” venivano cantate spesso anche dai cosiddetti sopranisti: con questo termine s’indicava la categoria dei “castrati”, cantanti maschi che avevano subito la castrazione prima della pubertà, per mantenere la voce acuta in età adulta. Erano impegnati in parti di donna, non solo nell’opéra-comique ma anche in quella seria.
La loro voce era “sopranile” o “contraltile”, dunque adatta a parti tanto maschili che femminili. Erano assai popolari, favoriti dalla proibizione (per lungo tempo, soprattutto nelle corti aristocratiche) che le donne avevano di salire sui palcoscenici. Il particolare e tristissimo stato fisico regalava loro agilità e potenza nella voce, e nei primi due secoli del melodramma furono virtuosi acclamatissimi. Si disputavano la scena e la ribalta con le donne. Oggi ovviamente (il Novecento ha visto la fine della barbara pratica dei castrati) le loro parti sono prese dai soprani e dai contralto donna; oppure sono ricostruite dai cosiddetti controtenori, uomini che raggiungono in modo naturale, attraverso lo studio e la disciplina del falsetto, la tessitura tipica di un soprano o di un contralto donna.
Tra i controtenori, i più famosi oggi sono il francese Philippe Jaroussky e lo statunitense David Daniels, che infatti spesso cantano e incidono il ruolo di Rinaldo. In genere si cimentano in tutto quel repertorio secentesco e settecentesco nel quale svettava la voce dei castrati soprani o contralto. Händel li impiegava comunemente nel suo teatro: per esempio, nella prima rappresentazione di Rinaldo, il 24 febbraio 1711, andarono in scena due castrati contralto. La scelta di proporvi “Lascia ch’io pianga” nell’interpretazione di Nathalie Strutzmann, che non è un soprano ma appunto un contralto donna, è anche un modo per tentare di avvicinarsi, a livello di timbro e di musicalità, alle sonorità che gli spettatori di Händel ascoltavano nella loro epoca, dal momento che i castrati erano di solito più vicini al registro di contralto che non al soprano puro.
Vale la pena anche di fare, contestualmente, un secondo ascolto su YouTube: “Lascia ch’io pianga” eseguita nel film “Farinelli, voce regina”, che racconta la vita del più celebre sopranista castrato, Carlo Broschi, in arte appunto Farinelli. Il film è del regista belga Gérard Corbiau e si trova nei migliori negozi di Dvd musicali. La pellicola è stata premiata ai Golden Globe e ha ricevuto una nomination all’Oscar. L’attore Stefano Dionisi interpreta il protagonista, Rinaldo, nelle battute di dialogo, mentre per le parti cantate, in modo da riprodurre la voce di un castrato, sono state registrati separatamente un soprano donna, Ewa Małas-Godlewska, e un controtenore uomo, Derek Lee Ragin, poi mixati in digitale. Nel film Farinelli esegue l’aria di Händel, mentre scorrono gli eventi che hanno dolorosamente segnato la sua vita: la castrazione voluta dal fratello maggiore, compositore dell’epoca. E qui “Lascia ch’io pianga” è davvero una sintesi artistica di sofferenza esistenziale.
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Georg Friedrich Händel
Rinaldo
Cecilia Bartoli, mezzosoprano; David Daniels, controtenore; The Academy of Ancient Music; Christopher Hogwood, direttore (Decca, disponibile anche su iTunes e Google Play Music)

2) Georg Friedrich Händel
Heroines from the shadows
Nathalie Stutzmann, contralto; Orfeo 55; Nathalie Stutzmann, direttore (Erato, disponibile anche su iTunes e Google Play Music)

3) Antonio Vivaldi
Vituoso Cantatas
Philippe Jaroussky, controtenore; Ensemble Artaserse (Erato, disponibile anche su iTunes e Google Play Music)

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Parole chiave:
Amore - Guerra - Libertà - Morte - Musica - Opera lirica / Melodramma / Teatro in musica

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