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01/11/2011

Un affresco di tenerezza e consolazione (Johannes Brahms, "Ein Deutsches Requiem" op. 45)




Johannes Brahms
Ein Deutsches Requiem op. 45 – Selig sind die Toten
WDR Sinfonieorchester Köln; Semyon Bychov, direttore d’orchestra
WDR Rundfunkchor Köln; Philipp Ahmann, direttore del coro


L’impasto sonoro è subito solenne, maestoso, con l’organo che scava in profondità nel mistero della nostra eternità, violoncelli e contrabbassi che pulsano a intervalli regolari, come un battito d’ali possente che accompagna l’ultimo anelito di vita verso orizzonti ultraterreni. E con i soprani che non si fanno attendere e riempiono la scena di pietà e compassione, una vocalità semplice e disarmante che ricorda l’Ave Verum Corpus di Mozart. Ma non c’è la dimensione cupa, lugubre, funebre di una Messa per i morti: l’atmosfera triste, malinconica che avvolge i pensieri e misura le nostre tradizioni in questo periodo dei Santi. E non c’è neppure il volto sereno, luminoso, trasfigurato, del Requiem mozartiano, per esempio nel Lacrymosa, di cui il Salisburghese ha scritto soltanto otto battute prima di morire, un disegno melodico miracoloso che s’interrompe (poi continuato e concluso dall’allievo Süssmayer) proprio quando il cuore di Amadeus cessa di battere, mentre invoca la misericordia del Signore.
Nulla di tutto questo. Nel Requiem di Johannes Brahms, che offriamo alla vostra meditazione in questi giorni di novembre, c’è piuttosto una sensazione infinita di serenità, di abbandono al mistero della morte, di tenerezza, di consolazione, magnificamente espressi con la musica, a nostro giudizio, soprattutto nella trama sonora e corale dell’ultimo movimento, Selig sind die Toten (Beati sono i morti), pagina solenne che comunica momenti d’inteso e misterioso raccoglimento.
Il nome preciso di questo Requiem, scritto a Baden Baden nell’agosto 1868, è in realtà Ein Deutsches Requiem (Un Requiem tedesco), op. 45 del catalogo brahmsiano, scritto in forma di oratorio, suddiviso in sette parti, dove “Ein”, cioè “Un”, ha due significati: da un lato, sottolinea che non siamo in presenza di un Requiem classico, costruito sullo schema della liturgia cattolica, come in una Messa per i defunti canonica, tipo quella di Mozart o di Verdi; dall’altro, la sottolineatura di “Un” Requiem attribuisce al lavoro una sfumatura di modestia, di umiltà. Il compositore di Amburgo, d’altronde, è sempre stato schivo e insofferente alla notorietà. Come racconta Rodolfo Venditti, «di fronte all’adulatore o al seccatore, Brahms reagiva con sottile umorismo: “Qui ci deve essere un errore, voi certamente cercate mio fratello, il musicista”».
Come dicevamo, non c’è in questa pagina la tensione teatrale e drammaturgica di una Missa pro defunctis di rito romano. È un lavoro profondamente tedesco, più simile agli oratori bachiani – nel rapporto, per esempio, tra le arie da soprano e gli imponenti corali – che ai Requiem a tinte drammatiche di Berlioz o di Verdi. Si tratta, per Brahms, di una meditazione sulla morte intesa come trapasso a una vita migliore, una speculazione sonora che tende alla consolazione più in senso filosofico che religioso, anche perché Brahms era protestante e nel testo, scelto e adattato da lui stesso traendo ispirazione da Nuovo e Antico Testamento, il compositore ha evitato esplicitamente di fare riferimenti al Cristo, proprio per portare a chi ascolta una spiritualità ecumenica, anzi, di più, interconfessionale, aperta a qualsiasi espressione di fede, in questo caso anche a una concezione laica del dolore e della morte.
L’Ein Deutsches Requiem appartiene alla prima fase creativa di Brahms, quindi precedente al sospirato approdo sinfonico, e precedente ai gioielli cameristici e alle ultime perle pianistiche degli Intermezzi. L’idea originaria di questo oratorio per soprano, baritono, coro e orchestra, si fa risalire, secondo i musicologi, alla morte di Robert Schumann, avvenuta nel 1856. Ma il progetto di un vero e proprio Requiem tedesco si concretizzò dopo la morte della madre, nel febbraio 1865. L’attaccamento alla madre, acuito anche dalla separazione dei genitori, fu sempre forte in Brahms. E la sua sofferenza lo colpì nel profondo, anche fisicamente. Gli storici raccontano che (e l’episodio dà ancora una volta sostanza a questa rubrica) alla morte della madre fu trovato seduto al pianoforte nel tentativo di lenire il dolore, suonando le “Variazioni Goldberg” di Bach.
L’organico del Requiem tedesco è imponente. Per essere precisi: soprano, baritono, coro misto, ottavino, 2 flauti, due oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, controfagotto ad libitum, 4 corni, 2 trombe, 3 tromboni, bassotuba, timpani, 1 o 2 arpe, organo ad libitum. Un affresco sulla “pietas” della morte dalle vaste proporzioni, addirittura incalzante e tumultuoso nella marcia funebre del secondo movimento, tipicamente brahmsiano nell’impiego delle tinte orchestrali e dei corali. I primi tre movimenti sono una sorta di descrizione delle miserie della vita terrena e della sua fragilità, e introducono temi come la consolazione per i vivi, la speranza nella bontà divina, la fede della risurrezione. Gli altri quattro movimenti evocano invece la gioia della vita eterna, la consolazione del Paradiso che attende l’uomo dopo le sofferenze terrene.
Per la nostra proposta di ascolto, in questi giorni di riflessione e memoria, noi abbiamo scelto l’ultimo movimento dell’Ein Deutsches Requiem, il corale Selig sind die Totem, Beati sono i morti (che vivono nel Signore), proprio per la sua forza d’infinita dolcezza espressiva, percepibile già all’inizio del brano, in un discorso melodico morbido e di intensa bellezza, rasserenante, aperto al sollievo dei vivi, in contrappunto tra le voci prima dei soprani e poi dei bassi, e poi ripreso in forma corale. Un magnifico ricamo sostenuto in modo solenne da un tessuto armonico dove svettano oboi, clarinetti e soprattutto i corni, immancabili in Brahms, eco dei ghiacciai eterni sui quali il musicista d’estate si rifugiava a comporre. Ma abbiamo scelto per voi questo movimento anche perché è forse il brano più immediatamente fruibile del Requiem tedesco, che rimane una composizione complessa e “difficile”, sia per chi ascolta sia per chi esegue, per l’orchestra e per il coro, a causa della densità dei suoni e dei colori tenebrosi, solo di tanto in tanto illuminati dalla luce della vita eterna.
Il movimento finale si conclude con l’accompagnamento dolcissimo dell’arpa. E anche qui la scelta strumentale di Brahms rivela il senso di questa meditazione: l’arpa infatti non è né brillante come il violino né malinconica come la viola o il clarinetto (protagonisti assoluti di tante sue pagine cameristiche). L’arpa è eterea, spirituale, impalpabile. Ed è con questa dolcezza che si conclude l’intera composizione. Come ha scritto il musicologo Gianluigi Mattietti in occasione dell’Ein Deutsches Requiem interpretato lo scorso aprile al Parco della Musica di Roma da Antonio Pappano, «le arpe suggellano il Paradiso, promessa di beatitudine e di consolazione».
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Johannes Brahms
Ein Deutsches Requiem
Swedish Radio Choir; Frankfurt Radio Symphony Orchestra; Paavo Järvi, direttore (Virgin Classics, disponibile anche su iTunes)

2) Johannes Brahms
Ein Deutsches Requiem
Wiener Philharmoniker; Carlo Maria Gilulini, direttore (Deutsche Grammophon, disponibile anche su iTunes)

3) Johannes Brahms
Ein Deutsches Requiem – Great recordings of the century
Dietrich Fischer-Dieskau, Elisabeth Schwarzkopf; Philharmonia Orchestra; Otto Klemperer, direttore (Emi Classics, disponibile anche su iTunes)

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Parole chiave:
Compassione - Fede - Morte - Musica - Senso della vita - Speranza - Strumenti musicali

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