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17/04/2018

Un adagio dolcissimo che allenta le tensioni (Giuseppe Martucci, Notturno per orchestra Op. 70)




Giuseppe Martucci
Notturno per orchestra Op. 70
Philadelphia Orchestra; Riccardo Muti, direttore


Una carezza orchestrale, l’abbraccio morbido di un foulard di seta. E’ l’ascolto che vi proponiamo questa settimana. Contemporaneo di quell’Erik Satie che abbiamo incontrato nell’ultima puntata, ma nato dieci anni prima in un contesto geografico e culturale completamente diverso – a Capua, provincia di Caserta – il pianista e compositore Giuseppe Martucci è un regalo che l’Italia ha fatto alla storia della musica strumentale nella seconda metà dell’Ottocento, primi del Novecento, quando il nostro Paese era soprattutto melodramma. Una carezza nata per pianoforte, tenera e gentile anche sugli 88 tasti, ma arrivata sino a noi in gran parte grazie alla trasposizione “sinfonica”, prima dalla bacchetta commossa di Arturo Toscanini, e di recente dal lavoro minuzioso di concertazione di Riccardo Muti, che non manca di riproporre ogni volta che può su tutti i palcoscenici del mondo.
Il Notturno Op. 70 per orchestra di Giuseppe Martucci è una perla rara. Bellissimo, intenso, capace di anticipare, una volta tanto, i grandi maestri del post-Romanticismo tedesco, dunque di prefigurare momenti musicali futuri, di ampia suggestione orchestrale, per esempio l’assai più osannato Adagietto dalla Sinfonia No. 5 di Gustav Mahler. Nel 1901 Martucci mette infatti sul pentagramma questo Notturno nel quale ascoltiamo echi del lirismo brahmsiano, delle robuste trame sinfoniche mahleriane, ma avvertendo qualcosa che ci trafigge il cuore, cioè una cantabilità tutta italiana delle idee musicali. E dentro ci riconosciamo anche alcune tenerezze sinfoniche che hanno accompagnato due dei più grandi successi operistici di casa nostra: l’Intermezzo dalla Cavalleria Rusticana di Mascagni e l’Intermezzo dalla Manon Lescaut di Puccini.
L’attacco di Martucci è un adagio dolcissimo che ci prende per mano e ci accompagna nella musica. Se potete ascoltatelo ad alto volume, per non smarrire i dettagli sonori. Gli archi sono un tappeto su cui appoggiare i nostri passi e il primo squarcio melodico è immediato, alla fine della frase che introduce il Notturno. Non a caso all’inizio abbiamo scritto “carezza”, perché è questa una di quelle creazioni che accarezzano l’anima. Se non la conoscete, dopo alcuni (ripetuti) passaggi ne resterete soggiogati per la delicatezza del paesaggio armonico. Dei suoni come balsamo abbiamo già detto tante volte: questo è uno dei casi in cui se ne resta avvolti, come un manto che protegge e distende le tensioni. Martucci ripete il suo primo tema, poi fa entrare i corni, dunque sceglie le mezze tinte come Brahms per dare profondità, ampiezza, per sottolineare la malinconia, per darle un colore che si stempera nell’azzurro della tela musicale. L’arpa punteggia l’orchestra. Il clarinetto si stacca per un volo solitario. Poi riprende l’impasto che cresce nelle dinamiche ma non supera mai la piccola misura, non è mai eccessivo: l’intarsio strumentale rimane lieve, garbato.
Perché è così poco conosciuto questo compositore, che fu anche eccellente pianista, applaudito da Franz Liszt nelle tournée europee? Perché fu tra i pochi autori della sua epoca che non compose opere, in un momento in cui l’opera “era” l’Italia e il melodramma, cioè il teatro in musica, il segno vivente della nostra creatività nel mondo. E anche per questo la sua produzione è rimasta per la gran parte avvolta nell’oblio. Ma Martucci aveva un’ambizione: dare anche al nostro Paese un’impronta sinfonica, come quella, profondissima, lasciata dalla musica tedesca e austriaca. Raggiunse, nonostante la morte ad appena 53 anni, la fama internazionale come pianista-concertista, direttore, compositore e didatta. Ma ciò che lo interessava davvero, nel profondo del suo essere musicista, era spronare un’intera generazione di artisti ad allargare i loro orizzonti oltre i confini del teatro d'opera. A lui si deve anche la diffusione in Italia della musica di Wagner: per esempio, la prima italiana del Tristano e Isotta, al Teatro Comunale di Bologna, nel 1888.
Insomma, un appassionato pioniere della rinascita sinfonica italiana. Per questo suo impegno, ovviamente, non poteva non ispirarsi ai giganti musicali tedeschi, soprattutto Johannes Brahms, a quel suo modo di comporre, nelle forme cameristiche e orchestrali, che si lascia raccontare da ampie nostalgie liriche. Dunque, oltre a Brahms, nella musica di Martucci, uno dei pochi esponenti del sinfonismo italiano tardo-romantico, nel suo approccio creativo, è evidente l'influsso dei romantici tedeschi: anche Schumann, Wagner, Mendelssohn, poi Mahler e Richard Strauss.
Tuttavia, c’è sempre un “canto” italiano. C’è uno smussare le sonorità più aspre e dure con la nostra tradizione melodica, con i temi più vicini alla cultura popolare. Un dualismo, in altre parole, una sorta di confronto-scontro, ma anche di fusione, tra il sinfonismo nordico e la cantabilità latina, italiana, mediterranea. E questo è oltremodo riconoscibile proprio nel Notturno op. 70 (in origine per pianoforte e in questa versione per strumento solo lo potete, per esempio ascoltare a questo indirizzo), dove la nostra attenzione d’ascolto è colpita, quasi travolta, da una cantabilità sommessa e delicata, di bellezza tenue e in punta di piedi, che come abbiamo già ricordato, grazie all’uso sapiente dell’effetto timbrico degli archi, pare annunciare alcune celebri melodie di Mascagni e Puccini.
Durante l’ascolto di questa meraviglia può forse avere un senso leggere le parole del compositore Giacomo Manzoni, che parla di Giuseppe Martucci come di un autore che «diede il meglio di sé nelle piccole forme. Nel Notturno per orchestra seppe introdurre una soffusa struggente malinconia, in cui influssi esterni, Wagner e Brahms, si fondono in un arco melodico personale, uno dei momenti più felici della sua ispirazione. Non vi sono ampi sviluppi, il tempo è Moderato, l’orchestra è trattata con impeto romantico, ma su tutto domina una melodia di rara forza espressiva».
Buon ascolto.

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Per approfondire lascolto

1) Giuseppe Martucci
Notturno per piccola orchestra Op. 70
Orchestre de Chambre de Lausanne; Jesùs Lòpez Cobos, direttore (Claves, anche su Apple Music e su Google Play Music)

2) Giacomo Puccini
Manon Lescaut: Intermezzo & Orchestral Music
Radio-Symphonie-Orchester Berlin; Riccardo Chailly, direttore (Decca, anche su Apple Music e su Google Play Music)

3) The italian Intermezzo
Autori Vari
BBC Philharmonic Orchestra; Gianandrea Noseda, direttore (Chandos, anche su iTunes e su Google Play Music)

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Parole chiave:
Malinconia - Musica - Serenità

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