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14/06/2011

Se l'interprete supera il compositore (Baldassarre Galuppi, dalla Sonata n. 5 in do maggiore)




Baldassarre Galuppi
Adagio, dalla Sonata n. 5 in do maggiore
Arturo Benedetti Michelangeli, pianoforte


Un video in bianco e nero, telecamera fissa, senza effetti speciali, trasmesso dal terzo canale della Rai quando il servizio pubblico faceva ancora cultura, seppure all’una di notte, ma era bello così, e gli appassionati di musica aspettavano impazienti le ore piccole. Un documento che è la dimostrazione, forse la più incisiva nella storia delle registrazioni discografiche, di come il talento di un interprete possa proiettarsi molto oltre le intenzioni del compositore. E sublimarlo nella dignità dell’arte, trasformando in capolavoro una pagina la cui invenzione sul pentagramma è più “piccola” dell’esecuzione sullo strumento.
Un video, insomma, che ha la forza della testimonianza e rende piena giustizia a un’affermazione storica di Igor Stravinskij, sempre tormentato nell’attesa di capire se ciò che aveva immaginato era concretamente traducibile dall’orchestra: «Più invecchio, più comprendo che la musica è fatta di ciò che non si può scrivere». Le immagini del video (e mai come in questo caso la tecnologia digitale del web e dei social network si conferma provvidenziale, perché “salva” e “condivide” documenti così preziosi) dimostrano che Stravinskij aveva ragione. Siamo negli studi dell’Auditorium Rai di Torino, tra l’agosto e il settembre del 1962: alla tastiera c’è Arturo Benedetti Michelangeli – allora il più grande pianista vivente, uno dei musicisti che hanno segnato la storia dell’interpretazione – impegnato in un ciclo di registrazioni rare, le uniche fatte in studio, in Italia. Ne emerge il suo modo personalissimo di eseguire (meglio, di interpretare) la letteratura pianistica del Settecento (qui la Sonata n. 5 di Baldassarre Galuppi, ma vale anche per Scarlatti), dell’Ottocento romantico e del primo Novecento con l’impressionismo di Debussy.
Ma perché – soprattutto parlando di Arturo Benedetti Michelangeli – è opportuno distinguere tra esecuzione e interpretazione? Perché la musica, a differenza di altre arti, richiede una doppia intermediazione: dev’essere innanzitutto “eseguita”, e qui lo può fare chiunque sappia leggere bene le note e conosca la tecnica di uno strumento; poi dev’essere “interpretata”, cioè occorre che il musicista traduca i segni sul pentagramma in un’idea musicale che si avvicini a quanto il compositore aveva nel cuore. Perché nessun creatore di musica, neppure il più esperto, riesce a prevedere in ogni dettaglio il risultato sonoro di ciò che fissa sulla partitura. Certo, le note si possono scrivere, combinare fra loro secondo le leggi dell’armonia, basta studiarla, ma c’è un margine di approssimazione: non tutto ciò che il compositore “sente” nascere nella mente può essere indicato con precisione. Si possono decidere l’altezza delle note, gli accordi, le tonalità, i segni dinamici, pianissimi e fortissimi, crescendo e diminuendo, le pause, il ritmo, le intenzioni espressive (adagio, maestoso, allegro, andante con brio, eccetera). Ma i particolari, l’articolazione minuta, il fraseggio, il respiro, le diversità di tocco sono impossibili da fissare sul pentagramma.
Ed è esattamente in questo delicato equilibrio fra ciò che è scritto e ciò che rimane “nascosto” tra le note, e che ogni compositore spera sia colto e disvelato dall’interprete, che Michelangeli raggiunge le vette dell’arte e, nel nostro caso specifico, incontra, nobilitandola, la fantasia clavicembalistica di Baldassarre Galuppi: detto il “Buranello”, perché era nato sull’isola di Burano nel 1706, morto a Venezia nel 1785. Autore teatrale fecondo, anche se le circa cento opere che ha lasciato sono praticamente cadute in oblio, come i cinquanta Oratori e molte delle ottantacinque Sonate. Qui Michelangeli suona la n. 5 in do maggiore, scritta in tre tempi, che comincia appunto con l’Adagio del nostro video, perché spesso nella sonata del periodo “classico” il movimento più lento era all’inizio anziché al centro, poi seguivano i due movimenti veloci, gli “Allegri” (che comunque trovate su YouTube seguendo i link).
È questa una Sonata che, come dicevamo prima, è (e rimarrà) nella storia della musica più per l’interpretazione del pianista italiano che per le sue intrinseche qualità compositive: un’invenzione semplice, fra la ninna nanna e la timbrica del carillon, interessante anche come freschezza melodica, capace di attrarre tanto l’attenzione dei più piccoli quanto di lavorare a livello inconscio (per la totale assenza di strutture particolarmente “cerebrali”) sul benessere psico-fisico degli adulti. Una musica ripetitiva, facilmente cantabile, senza le complessità armoniche delle Sonate di Mozart o di Beethoven.
Dunque, com’è riuscito Benedetti Michelangeli a nobilitare tutto questo? Con la forza del tocco e del differente peso musicale sulle singole note. Per esempio, proprio all’inizio dell’Adagio, Galuppi scrive un sol per la mano destra e un do per la mano sinistra che devono essere suonati insieme, ma non dà indicazioni di “colore” sulle singole note (né avrebbe potuto farlo, nel Settecento: solo nella musica contemporanea si tenta d’essere il più precisi possibili nelle indicazioni agli esecutori). Bene: se tendete l’orecchio, sentirete che Michelangeli suona esattamente insieme le due note, ma sul “sol” carica un peso maggiore, dando profondità con il pedale. E anche se Galuppi in partitura ha scritto “piano” per entrambe le parti, Michelangeli non le esegue con la stessa intensità: dà al “sol”, la nota melodica, un accento più evidente, un peso e un colore più importanti, rispetto al “do”, la nota d’accompagnamento. Galuppi, probabilmente, non aveva neppure immaginato una tale sfumatura. Risultato: il “sol” è estremamente luminoso, caldo, è quella nota che, sentite, svetta su tutte le altre nell’attacco dell’Adagio, come un colpo secco sul bordo d’un bicchiere di cristallo.
Anche nella ritmica c’è qualcosa di magico, come ha notato il musicologo Roman Vlad nella presentazione di questa Sonata su Raitre. Pur suonando a tempo, Michelangeli interpreta la partitura inserendo alcuni “rallentando” e “sostenendo” assolutamente non scritti, ma parecchio espressivi. E alcuni “rubati”, tipicamente chopiniani, sono anticipati da Michelangeli nel Settecento clavicembalistico di Galuppi allo scopo non solo di evitare un’esecuzione banalmente scolastica, ma di dare al compositore veneziano quel colpo d’ala che non avrebbe in una lettura meccanica, per quanto diligente, di questa pur gradevole Sonata. Con una libertà di esecuzione che era comunque prevista nello spirito del XVIII secolo, nei trattati di prassi esecutiva, con la sola raccomandazione di non esagerare in leziosità.
Il risultato finale è un’esecuzione storica che supera la barriera della probabile indifferenza verso un compositore “mediocre” del Settecento italiano: Michelangeli si è inchinato all’invenzione musicale, ma nello stesso tempo le ha dato una prospettiva di emozioni, di pensiero, e di profondità che, forse, il povero Baldassarre Galuppi, circondato da clavicembalisti di corte e di maniera, non avrebbe neppure immaginato. Quasi una seconda composizione, una nuova “nascita”, giocata tutta sulla maestria del tocco e del colore.
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Piano Maestro (contiene la Sonata n. 5 di Baldassarre Galuppi)
Arturo Benedetti Michelangeli, pianoforte (Classic Masters, disponibile anche su iTunes)

2) Baldassarre Galuppi
Concerti a quattro
Quartetto Aglàia (Milano Dischi, disponibile anche su iTunes)

3) Arturo Benedetti Michelangeli: Brahms, Schubert & Beethoven
Arturo Benedetti Michelangeli, pianoforte (Deutsche Grammophon, disponibile anche su iTunes)

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Parole chiave:
Interpretazione musicale - Melodia - Musica - Scrittura musicale

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ATTENZIONE: Ogni terapia va individualizzata e monitorata in ciascuna paziente dal medico specialista esperto nel campo. Queste schede informative non possono in alcun modo sostituirsi al rapporto medico-paziente, né essere utilizzate senza esplicito parere medico

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