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12/06/2012

Quando una carezza è già la cura (S. Barber, Adagio for strings)




Samuel Barber
Adagio for strings
BBC Orchestra; Leonard Slatkin, direttore


E’ probabile che il compositore statunitense Samuel Barber, scomparso a New York nel 1981, non immaginasse che il suo “Adagio for strings” sarebbe diventato un’icona della malinconia, della tristezza, delle battaglie contro ogni forma di violenza e terrorismo. Forse non sapeva e non avrebbe voluto che questa musica raccontasse, quasi in modo scultoreo, la sofferenza e la vita spezzata dalla guerra, dal male assoluto. Non era nelle intenzioni di Barber scrivere una pagina a programma. Ciò che aveva in mente – come tutti i compositori post romantici, quindi totalmente liberi dall’ansia di una commissione – era una musica pura, frutto dell’ispirazione e della sensibilità. Sono le sue stesse parole a suggerirlo: «Ho sempre creduto di aver bisogno, intorno a me, di una circonferenza di silenzio. Per quanto riguarda ciò che accade quando compongo, davvero non ho la più pallida idea». E ancora, essendo spesso criticato per la scelta di un linguaggio musicale tradizionale, non dodecafonico, in risposta alle critiche sul suo stile neo-romantico, scrisse: «Scrivo quello che sento. Non sono un compositore a disagio, in lotta con me stesso. Dicono non abbia uno stile mio, ma non importa. Vado a fare, come si suol dire, la mia partita. E credo che questo richieda un certo coraggio».
Nato in una tranquilla cittadina della Pennsylvania, West Chester, Samuel Barber inizia a scrivere musica a sette anni. E a 26 compone questo Adagio per archi, che segna per sempre la sua vita di musicista. Siamo nel 1936, dunque la seconda guerra mondiale non è ancora iniziata, anche se l’Europa è sull’orlo del conflitto: Hitler ha già spento la democrazia in Germania e si prepara a invadere la Polonia. E quando Barber mette le prime note dell’Adagio sul pentagramma, siamo ancora lontanissimi dalla guerriglia nella giungla del Vietnam, piogge di bombe, stragi, dolore, morti, brutalità, ragazzi con la pelle ustionata che scappano davanti ai carri armati americani, come Kim Puch, la bambina che corre urlando “Brucia, brucia”, spogliata dal napalm e inseguita da una nuvola nera: giugno 1972, 40 anni fa, immortalata dal celebre scatto di Nick Út, il fotografo vietnamita che per quella immagine vinse il Premio Pulitzer. E Barber non sapeva nel 1936, e non l’ha mai saputo, che il suo Adagio sarebbe stato usato da Oliver Stone nel 1986 per il film Platoon, capace appunto di denunciare la “sporca guerra” del Vietnam, con la funzione di sottolineare i momenti più forti della pellicola.
Il compositore americano aveva scritto innanzitutto un Quartetto, il n. 1 op. 11. Dal secondo movimento di questo Quartetto, Molto Adagio, che potete ascoltare anche nella versione originale cameristica su YouTube in un’interpretazione del Quatuor Debussy, Barber ha tratto un arrangiamento per orchestra d’archi, eseguito per la prima volta da Arturo Toscanini con l’Orchestra sinfonica della NBC il 5 novembre 1938, a New York. Non solo: nel 1968 Barber ha trascritto il pezzo per coro a otto voci, abbinandogli il testo dell’Agnus Dei. Ed è questa, forse, almeno a nostro giudizio, la vetta più alta che Barber ha raggiunto con le note di questa creazione musicale, anche qui ascoltabile su YouTube nella versione del Choir of New College di Oxford.
Questa meraviglia è ben presto sfuggita di mano allo stesso Barber. E così il video che vi proponiamo non è stato ripreso durante un concerto qualsiasi, ma per la stagione sinfonica dei Proms, a Londra, con l’esecuzione della BBC Orchestra diretta da Leonard Slatkin, preceduta da un minuto di silenzio in ricordo delle vittime del terrorismo. Ecco, dunque, il destino bellissimo e faticoso di Samuel Barber: ha scritto il dolore sul pentagramma del suo Adagio, già con una fortissima connotazione drammatica tra le note quartettistiche dell’Op. 11, e ogni volta che la commozione deve avere il sigillo dell’arte, e non la banalità delle parole, dev’essere sublimata e strappata dalle miserie degli uomini, ecco che Samuel Barber dischiude la sua partitura e ci incanta. Perché ci sono musiche marchiate a fuoco. E associate alle immagini, assumono significati che vanno oltre il significante. Si connotano in modo indelebile, comunicano immediatamente con la forza di loro stesse. E così oggi accade che se uno avesse tecnica per comporre, e robuste nozioni di armonia, dovendo mettere le note sul foglio bianco ispirato da attimi di angoscia e paura, o da periodi di sconforto e dolore, forse nel cuore avrebbe questo Adagio.
Ascoltare il brano, sin dalle prime battute del pianissimo in crescendo dei primi violini (con la precisazione in partitura di “espressivo cantando”), dà la sensazione che la musica entri nell’anima. Nel senso che la progressione dei violini, sostenuta a distanza di tre battute da viole, violoncelli e contrabbassi, è stupefacente per la capacità di gonfiare il cuore di chi ascolta, predisponendolo a una sensazione quasi di sospensione delle facoltà mentali e intellettive, come in una sorta di catarsi sonora che supera il momento di smarrimento e lascia sospesi, immobili, in una dimensione altra. Una musica, questa, che ha in sé un codice “genetico”, una cifra stilistica non necessariamente triste (non esistono musiche tristi o gioiose, ma solo modulazioni armoniche, particolari successioni di toni e semitoni, o forme modali che inducono, suggeriscono, uno stato d’animo piuttosto che un altro), ma che per qualche magico motivo si sintonizza sulle nostre corde più dolenti. E più che descrivere il dolore lo accompagna, anzi più che accompagnarlo lo supera, lo sublima, lo depotenzia, lo rende sterile, innocuo. Ci porta oltre.
Deve avere visto e sentito questa forza il regista americano Oliver Stone, quando ha scelto la musica di Barber per raccontare il Vietnam. Se riguardate più volte la sequenza del film “Platoon” nella quale entrano gli archi dell’Adagio, avvertirete che non è intesa e pensata da Stone come una colonna sonora del dolore, ma come una carezza che è già la cura, come una voce che invita a riflettere sulla guerra e in quel momento è già liberatoria, già ci accompagna oltre la barbarie, facendoci comprendere la follia e dunque avendone coscienza per superarla. Il che, l’abbiamo più volte sottolineato, è l’obiettivo dell’arte. Ed è per questo che la musica, la pittura, la poesia ci rendono migliori: perché con la loro grandezza salvano le nostre miserie.
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Samuel Barber
Adagio for Strings; Violin Concerto; Orchestral & Chamber Works
St Louis Symphony Orchestra; Leonard Slatkin, direttore (Emi Classics, disponibile anche su libreria iTunes)

2) Samuel Barber
String Quartet (+ Ives Quartets No. 1 e 2)
Emerson String Quartet (Deutsche Grammophon, disponibile anche su libreria iTunes)

3) Great Performances
Barber’s Adagio and other romantic favorites for strings
New York Philarmonic; Leonard Bernstein, direttore (Sony Bmg Music, disponibile anche su libreria iTunes)

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Parole chiave:
Consolazione - Dolore - Forme musicali - Guerra - Morte - Musica - Violenza

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