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18/04/2017

Piccoli frammenti per un addio alla vita (Johannes Brahms, Fantasie Op. 116 No. 3-4)




Johannes Brahms
Fantasie Op. 116 No. 3 & 4
Anna Zassimova, pianoforte


Che meraviglia! Già essere seduti in questa biblioteca del Seicento, circondati da statue di marmo, stucchi dipinti, preziose boiserie, affreschi, in una stanza luminosa, tappezzata da scaffali e armadi di antica fattura, è un’esperienza che distende l’animo. Le immagini sono state girate nel monastero di Bad Schussenried, in Germania, e la Klosterbibliothek è uno dei più spettacolari monumenti dell’abbazia, tappa imperdibile per chi percorre la via barocca dell’Alta Svevia. Se poi, come il pubblico che si vede nel video, possiamo ascoltare un concerto quasi interamente dedicato a Johannes Brahms, allora l’emozione diventa davvero gioia di vivere.
Non è nata lontano da qui la musica che vi proponiamo questa settimana: qualche ora di treno in direzione di Monaco di Baviera, poi di qui al confine, e dritti verso l’alta Austria, a una cinquantina di chilometri da Salisburgo, nella città termale di Bad Ischl, dove Brahms era solito soggiornare d’estate. Scrive qui le sette Fantasie per pianoforte Op. 116, e di seguito i tre Intermezzi op. 117 (che abbiamo proposto qualche anno fa), i sei Klavierstücke op. 118 e i quattro Klavierstücke op. 119. Tutte pagine composte tra il 1891 e il 1892, cinque anni prima di morire, tutti capolavori immensi, piccoli intarsi pianistici, pennellate leggere e discrete che precedono la fine, preludono all’addio, gioielli di incomparabile bellezza, seguiti soltanto dalle due Sonate per clarinetto e dai “Vier ernste Gesänge”, i quattro canti sacri per basso e pianoforte tratti da testi della Bibbia. Poi la fine: il 3 aprile 1897 muore a Vienna il compositore, direttore d’orchestra e pianista Johannes Brahms.
Claudio Abbado diceva che è meglio non mettersi a suonare (o ad ascoltare) questi frammenti perché perdi la misura del tempo, il senso dello spazio, il contatto con la vita, che diventa impalpabile: è la bellezza pura che si scioglie sugli 88 tasti, è la musica che non ha più un perché, una ragione, una sostanza. E’ come un’essenza che pervade ogni cosa. E se avrete la bontà e la pazienza di cercare tutto il ciclo di questi gioielli pianistici, partendo dall’Op. 116 per arrivare ai Klavierstücke op. 119, cercandoli su YouTube o acquistando un disco che li contenga tutti, avrete la percezione netta di desiderare che questa musica non finisca mai e prolunghi all’infinito la tenerezza che ne sgorga.
Brahms aveva iniziato la sua carriera di compositore proprio con il pianoforte, quarant’anni prima, poco più che ventenne, pubblicando la Sonata op. 1. Ma la scrittura per questo strumento non rimane costante nel tempo: il musicista di Amburgo dirada l’invenzione per pianoforte solo. Nascono le quattro Ballate Op. 10, nel 1854. Poi, dopo avere scritto nel 1879 le Rapsodie op. 79, cambia registro: fa sfoggio degli 88 tasti con l’orchestra, in due Concerti memorabili; incastona, come una pietra preziosa, la tastiera nelle sue delizie cameristiche. Ma abbandona il pianoforte solo, non scrive più un solo rigo di pentagramma.
All’inizio degli anni Novanta dell’Ottocento la parabola della sua esistenza inizia a declinare. Ormai è un gigante: la sua ambizione di continuare idealmente la spinta creatrice di Beethoven si concretizza nelle quattro Sinfonie. A Vienna è un’istituzione, d’inverno lo aspettano nelle sale più prestigiose per ascoltare quello che scrive d’estate, nei suoi rifugi all’ombra dei ghiacciai alpini. Ma Brahms avverte che s’avvicina la linea d’ombra. Trionfi e applausi a parte (compresa qualche delusione), la solitudine esistenziale s’impossessa di lui, la malinconia lo acceca, il lirismo incontra i bilanci dell’esistenza, e quindi tutto, anche la musica, diventa frugale, essenziale, tersa, “monastica” nell’uso asciutto, scarno, quasi disadorno della melodia e delle strutture armoniche.
Ed è a questo punto che Brahms avverte l’esigenza, vitale, di recuperare il rapporto con la scrittura di pezzi lirici per il pianoforte solo. Non è soltanto una forma di retrospettiva personale, di maestria e ricerca intellettuale. E’ qualcosa di più e di più profondo: è una sorta di raffinazione dell’anima espressa in musica all’approssimarsi della fine. E questo viene impresso nelle miniature pianistiche immaginate e scritte nel rifugio estivo di Bad Ischl, tra gli stupendi scenari delle montagne e dei laghi del verde Salzkammergut austriaco.
Comincia con le sette Fantasie op. 116: noi qui ascoltiamo la terza e la quarta nella lettura della pianista russa Anna Zassimova, ma della stessa autrice, e nella stessa splendida cornice di questo monastero, è disponibile l’intero ciclo. E’ questo il Brahms capace di ottundere i sensi, di lenire le ferite, di farci scordare noi stessi. Iniziando con le sette Fantasie, e procedendo nell’ascolto dei tre Intermezzi op. 117, dei sei Klavierstücke op. 118 e dei quattro Klavierstücke op. 119, sono venti piccoli pezzi intensi, affettuosi, struggenti nei confronti dell’esistenza vissuta sino ad allora, colma di gloria ma anche di aspre solitudini. Un addio alla vita. Ha scritto, con mirabile efficacia, lo storico del pianoforte e didatta Piero Rattalino: «Le opere 116-119 sono certamente il testamento spirituale di Brahms, ma sono il testamento di chiunque ripercorre il passato guardando avanti con impassibile disperazione». Al principio dell’autunno del 1892 Brahms sottopone al giudizio dell’amica Clara Schumann, moglie di Robert, le Fantasie op. 116 e gli Intermezzi op. 117. La celebre virtuosa romantica le accoglie con entusiasmo e in una pagina del suo diario annota: «Grazie a questi brani ho sentito ancora una volta la mia anima attraversata dalla vita. Posso suonare ancora con sincero abbandono, e ho ripreso la musica pianistica di Robert con più entusiasmo [...]. Per quanto riguarda la tecnica digitale, i pezzi di Brahms non sono difficili, tranne che per alcuni passaggi; tuttavia, la loro tecnica intellettuale richiede una comprensione profonda, e bisogna avere familiarità con Brahms per poterli suonare come lui li ha concepiti».
Per questo, al di là del video, e nonostante la bravura della pianista Anna Zassimova (precisa anche se forse troppo veloce nella scelta di metronomo dell’Allegro appassionato della terza Fantasia), vi invitiamo ad ascolti più profondi e meditativi, come l’integrale di questi deliziosi “Klavierstücke” a opera della pianista canadese Hélène Grimaud; oppure un’altra interpretazione storica, seppur più libera nei confronti del dettato compositivo, quella del pianista serbo Ivo Pogorelich. Oppure una perla dal vivo, come il secondo Intermezzo Op. 117 che Grigory Sokolov ci regala, come bis, in un album della Deutsche Grammophon tutto dedicato a Beethoven, Schubert e al suo venerato Jean-Philippe Rameau.
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Johannes Brahms
Late piano Pieces - Fantasie Op. 116 - Intermezzi Op. 117 - Klavierstücke op. 118 & Op. 119
Hélène Grimaud, pianoforte (Elatus, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

2) Johannes Brahms
Intermezzi Op. 117 - Rapsodie Op. 79 - Intermezzo Op. 118 No. 2
Ivo Pogorelich, pianoforte (Deutsche Grammophon, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

3) Johannes Brahms
Schubert & Beethoven - Jean-Philippe Rameau: Pieces de clavencin
Johannes Brahms: Intermezzo Op. 117 No. 2
Grigory Sokolov (Deutsche Grammophon, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

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Parole chiave:
Malinconia - Morte - Musica da camera - Solitudine - Strumenti musicali

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ATTENZIONE: Ogni terapia va individualizzata e monitorata in ciascuna paziente dal medico specialista esperto nel campo. Queste schede informative non possono in alcun modo sostituirsi al rapporto medico-paziente, né essere utilizzate senza esplicito parere medico

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