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19/09/2017

Pathos e angoscia in una sonata rivoluzionaria (Ludwig Van Beethoven, Sonata per pianoforte No. 8 Op. 13 "Patetica")




Ludwig Van Beethoven
Sonata per pianoforte No. 8 Op. 1
Daniel Barenboim, pianoforte
Grave – Allegro di molto e con brio – Adagio cantabile – Rondò. Allegro


E’ da mesi che non torniamo alla musica di Ludwig van Beethoven, dal dicembre dello scorso anno, quando appena prima di Natale avevamo proposto l’ascolto della Sonata per pianoforte e violino “a Kreutzer”. E trovando su YouTube questo raro video di Daniel Barenboim pianista durante un recital a Berlino, abbiamo pensato che fosse tempo di riproporre il Titano e di ascoltare finalmente una delle sue sonate per pianoforte, la No. 8 Op. 13, universalmente conosciuta come “Patetica”. Abbiamo sottolineato Daniel Barenboim “pianista” perché questo video è del 2004, quando il musicista argentino-israeliano era da anni apprezzato anche per l’attività di direttore d’orchestra, proprio all’Opera di Stato di Berlino, poi alla Chicago Symphony Orchestra, e dal 2011 al 2014 al Teatro alla Scala di Milano.
Dunque, questo è un Barenboim che torna alle origini, artista maturo, passato dall’esecuzione pianistica pura alla bacchetta, e che in questo recital si ripropone come “semplice” solista sullo strumento che l’ha reso celebre e con una Sonata, la Patetica di Beethoven, nella quale il genio di Bonn forza, secondo alcuni studiosi, i limiti naturali della tastiera, piegandone la materia sonora alle necessità espressive, mettendo in mostra tutto il suo focoso temperamento, il ripiegamento su se stesso di alcuni commoventi slanci lirici, la forza vitale dei suoi celebri Rondò, e confezionando un capolavoro che tra tutte le 32 Sonate per pianoforte è una tra le più ricche di ambizioni sinfoniche. E’ quindi interessante ascoltare come questo Barenboim porti in una Sonata beethoveniana multicolore e timbricamente accesa nelle potenzialità “orchestrali” la sua ormai lunga esperienza sul podio.
In realtà, è assai difficile scrivere e descrivere questa Sonata con profondità. Pianisti come Alfred Brendel o Andràs Schiff ne hanno ragionato in alcuni loro pamphlet musicologici dopo averla studiata ed eseguita per una vita. Questa non è una musica qualsiasi. E’ un monumento. E qualche commento fuori posto rischierebbe, appunto, di essere “patetico”. Ci limitiamo, dunque, a qualche appunto storico e a semplici chiavi di lettura. Per esempio, possiamo scoprire che questa pagina ha ricevuto dall’autore stesso il titolo di “Patetica”. E’ stata scritta nel 1798, quando Beethoven era diciottenne e già temeva per il suo udito, e avendo “13” come numero di catalogo è un’opera giovanile, in cui però già esplode definitivamente sugli 88 tasti il “pathos” romantico, e quella sensazione, fortissima in tutta la produzione beethoveniana, che la musica può essere eroica, titanica, salvifica, essere espressione del destino dell’uomo, e grazie a essa l’artista realizza se stesso e trova il proprio posto nella Storia.
Dunque, è il pathos che si insinua e scolpisce questa sonata, la quale si allontana (e non potrebbe essere più chiaro dal suo sviluppo dinamico e agogico) da quelle atmosfere galanti che ancora sopravvivevano nel gusto di fine secolo. Proprio per questo scopriamo, inoltre, che la Patetica colpì profondamente l’ambiente dell’epoca e degli anni successivi. Il musicista ceco Ignaz Moscheles, nato appena 5 anni prima della comparsa di questa sonata, scrive nel periodo della sua formazione al Conservatorio di Praga: «Appresi dai miei compagni di corso che a Vienna era giunto un giovane compositore, un certo Beethoven. Questi rendeva nella propria musica le più singolari esperienze della vita, tanto che nessuno era in grado di comprenderle o di suonarle: una musica irriducibile entro le regole. Andai allora alla biblioteca pubblica per soddisfare la curiosità destata dall’eccentrico genio, e vi trovai la sonata “Patetica”... La novità del suo stile mi parve tanto accattivante, e fui preso da una tale ammirazione per essa, che non potei trattenermi dal parlare della nuova conquista al mio maestro. Questi mi mise in guardia dallo studio e dalla esecuzione di opere eccentriche prima che il mio stile si fosse rafforzato su solide basi. Non disdegnai il suo consiglio, ma non potei fare a meno di mettere sul leggio le opere di Beethoven man mano che uscivano, e vi ho trovato un conforto ed una soddisfazione quale non mi è stata concessa da nessun altro compositore».
L’espressione «rendeva nella propria musica le più singolari esperienze della vita» e la parola «conforto» sono al centro di questa nostra rubrica e percorrono interamente la storia di tutti i nostri ascolti. I compositori sono uomini allietati dalla gioia o sferzati dal dolore, ma in quanto artisti hanno il dono di trasfigurare le proprie emozioni, di trasmettere una visione delle cose, un significato spirituale e persino filosofico (basti pensare al destino dell’uomo anche in Schubert), che si trasformano in suoni e in quanto tali possono colorare la felicità o diventare consolazione e sollievo.
In questo caso “Patetica”, nel nome, ma anche nello sviluppo del discorso musicale, è qualcosa che porta con sé e dona al mondo una dimensione tragica, una tensione personale di disagio interiore, di angoscia (forse la cecità per Beethoven), di pessimismo che possono facilmente sovrapporsi, empaticamente, ai nostri stati d’animo, diventando un racconto interiore che sembra scritto per noi e con noi. E’ evidenza di questa dimensione tragica l’introduzione lenta della “Patetica”, un Grave dal timbro scuro, atmosfera tesa, quasi lugubre, carica di minacciosi presentimenti. Segue un Allegro di molto e con brio senza soluzione di continuità, ma non è certo un “Allegro” di carattere sei-settecentesco, barocco, perché fa esplodere un conflitto già ampiamente abbozzato nel Grave, il quale torna nel finale del movimento con un’accentuazione ancora più drammatica.
L’Adagio cantabile è una meraviglia che si sostiene su un intenso fraseggio. «Una pausa contemplativa, avviata da una serena frase melodica, con una strumentazione finissima. Poi il Rondò finale torna all’ambientazione del primo movimento con una “corsa tragica” scandita dalle incalzanti riapparizioni del refrain; l’idea fissa del tema principale acquista dunque un carattere ineluttabile, secondo una prospettiva che Beethoven saprà poi magistralmente sviluppare in molti altri lavori cameristici e sinfonici», scrive lo studioso beethoveniano Arrigo Quatrocchi.
Ecco, è forse questo il senso che ci lascia questo ascolto: l’ineluttabilità delle esperienze umane. Godetevi questa musica dalle mani di Daniel Barenboim. Ma vi aggiungiamo qualche suggerimento per ulteriori confronti: lo scavo di Alfred Brendel; le incisioni recenti dell’ungherese Andràs Schiff; e poi l’integrale storica delle 32 Sonate del tedesco Wilhem Backhaus, considerata una perla discografica; oppure la visione sicuramente più eccentrica del canadese Glenn Gould.
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Ludwig Van Beethoven
Complete Piano Sonatas & Concertos
Alfred Brendel, pianoforte (Decca, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

2) Ludwig Van Beethoven
The Piano Sonatas
Wilhelm Backhaus, pianoforte (Decca, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

3) Ludwig Van Beethoven
Patetica; Chiaro di luna, Appassionata
Glenn Gould, pianoforte (Sony, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

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Parole chiave:
Angoscia - Musica - Musica da camera - Pathos - Senso del dolore - Senso della vita - Strumenti musicali

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