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07/08/2012

Nostalgia e rimpianto tra ritmi e colori (G. Gershwin, Rhapsody in Blue)




George Gershwin
Rhapsody in Blue
Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai; Kristjan Jarvi, direttore; Stefano Bollani, pianoforte


Ci sono musiche che, nonostante un’autentica forza espressiva, l’immediatezza melodica e la capacità di vivere di luce propria, si fanno strada, nel corso dei decenni, soltanto come supporto ad altre forme d’arte. E sembrano non andare oltre la colorazione sonora di altri e, apparentemente, più incisivi strumenti di comunicazione. Salvo riappropriarsi di un meritato protagonismo se riascoltate con la dovuta consapevolezza, conoscendone la prospettiva storica. È il caso della Rhapsody in Blue, uno dei capolavori dello statunitense George Gershwin, brano dalle indubbie potenzialità terapeutiche, forse immaginate dall’autore stesso, primo esempio di composizione americana ampiamente apprezzata all’estero per la sua originalità.
Gershwin fa incontrare nella sua Rapsodia la musica e il paesaggio sonoro delle metropoli americane, l’aspirazione allo stile dei grandi compositori e le sonorità jazz di cui era impregnata la sua cultura sin da ragazzo. L’attacco è “iperbolico”, quasi psichedelico, ed è affidato al clarinetto, anche qui con la scelta precisa, da parte del compositore, di affidarsi a uno strumento a cavallo di almeno due epoche, protagonista di alcuni gioielli cameristici dei secoli precedenti (basti pensare al Concerto di Mozart o al Quintetto di Brahms) ma al tempo stesso interprete massimo delle evoluzioni jazzistiche nel repertorio afro-americano. E il clarinetto apre la Rapsodia con un “glissando”, che inizia da una nota bassa e trillata e subito si proietta con rapidità verso l’alto, verso le note più acute, in questo modo catturando l’ascoltatore per l’evoluzione quasi acrobatica e per il carattere sarcastico e spensierato.
L’attacco del clarinetto è seguito dall’orchestra e dal pianoforte (vero co-protagonista, vista la formazione pianistica di Gershwin, il quale fu lui stesso il solista alla “prima” di New York). Il risultato è un amalgama sonoro affascinante, sostenuto dai timbri bruniti degli ottoni, cioè trombe e corni, seguiti da quelli più delicati dei “legni”: flauti, oboi, fagotti. È essenzialmente in questa apertura che la composizione – oggi amata da tutti gli strati, colti e meno colti, del pubblico – conquista l’attenzione per i colori e per le idee musicali.
Come scrive Rodolfo Venditti, «il tema centrale della Rapsodia è festoso, cantato a piena orchestra, nella quale non manca il banjo, strumento a plettro originario dell’Africa occidentale, uno degli strumenti tipici del linguaggio musicale afro-americano», e quindi interessante anche dal punto di vista etno-musicologico per l’innesto in una composizione che aveva l’ambizione di volare alto e di accreditarsi come classica. A un certo punto si fa largo nella Rapsodia un episodio lento e intriso di nostalgia e rimpianto, giustamente definito da Rodolfo Venditti, «l’altra faccia del mondo di Gershwin: un tipico blue nel quale si possono cogliere a tratti echi della malinconia che costituiva uno dei “colori di fondo” nella vita degli afroamericani e della loro povera gente».
Un tratto che Gershwin si portava dentro per l’adolescenza trascorsa nei quartieri popolari di New York: Brooklyn, Chinatown, Harlem. Episodio lento che il compositore definisce espressamente “andantino moderato” e che, studiato nei presupposti storici e musicologici, è la chiave per comprendere la forza lenitiva di questo brano. Perché infatti la Rapsodia in Blue è “blue”? Perché “blue”, soprattutto nell’inglese-americano, significa “triste”. Un aggettivo che è diventato anche sostantivo, in particolare al plurale, “blues”, cioè i canti tristi degli schiavi strappati dai loro Paesi e trasportati nelle piantagioni americane. Bene: è questo “blue” che colora la Rapsodia. Gershwin si appropria musicalmente di questo “dolore” storico dovuto allo sradicamento dei neri d’Africa: la sua composizione assume a tratti una radice di tristezza, nonostante la vivacità delle pulsazioni sonore, perché tenta di elevare a musica “colta” la tradizione “blues” che era diventata espressione delle vicissitudini di una vasta popolazione ridotta in schiavitù e in inferiorità in una terra, gli Stati Uniti, tutt’altro che promessa.
È questo che Gershwin cala nella Rapsodia per rappresentare insieme sofferenza e speranza. E lo fa con un ingrediente che è il sale della musica jazz, a cui questa pagina s’ispira, cercando però una connotazione di musica “alta”. Nella “Rhapsody in Blue”, infatti, c’è una straordinaria varietà di ritmi. È quasi un trionfo del ritmo, tanto che la vivacità e la fantasia ritmica che sgorgano dal pentagramma indusse lo stesso compositore a definire la Rapsodia «un caleidoscopio musicale dell’America, col nostro miscuglio di razze, il nostro incomparabile brio, i nostri blues, la nostra pazzia metropolitana». E ricorderà ancora lo stesso Gershwin: «È stato sul treno, con i suoi ritmi d’acciaio, il suo rumore secco e violento che è così spesso stimolante per un compositore (mi capita frequentemente di sentire la musica proprio quando sono immerso nel rumore) che all’improvviso ho sentito – persino visto sul foglio – l’intera Rhapsody, dall’inizio alla fine».
E in questa confessione di com’è nato uno dei suoi capolavori, c’è il segreto di questa partitura che, come la potenza energica del treno, e il suo ritmico sferragliare sui binari, regala belle sensazioni, ricche di energia positiva, incalzanti, con attimi di malinconia e di abbandono, ma con un’immediata ripresa della potenza armonica e della colorazione strumentale che danno linfa nuova, voglia di vivere e orizzonti di ottimismo.
Eppure… c’è un eppure. Scritta nel 1924, nel giro di pochi giorni, e portata al debutto in una sala da concerto di New York alla presenza di direttori d’orchestra come Mengelberg e Stokowsky, e di geni come Stravinsky e Rachmaninov, la Rapsodia ebbe un immediato e clamoroso successo, di pubblico e di critica. Ma oggi – a distanza di quasi novant’anni da quel debutto che ispirò l’America (e molti artisti-compositori che vennero in seguito, come Leonard Bernstein) per la qualità della “contaminazione” tra musica colta e suggestioni afro-americane – la “Rhapsody in Blue” è essenzialmente una colonna sonora. Una pagina nota, notissima, soprattutto come incipit di due film che, e questo è il paradosso, sono assai più celebri tra il grande pubblico della musica stessa che fa loro da contorno, e cioè il cartone animato “Fantasia 2000” della Disney, e il brano di apertura e di chiusura di una delle più celebri pellicole di Woody Allen, “Manhattan”. E con questo andando completamente oltre le intenzioni di Gershwin, che inizialmente ne aveva fatto una partitura per due pianoforti e in seguito per pianoforte e jazz band, classicissima negli intenti compositivi, nel tentativo (riuscito) di accreditarsi anche come compositore di partiture serie, impegnate, visto che nel 1924 era già ampiamente celebre come autore di musical e come song-writer – a questo proposito vi invitiamo ad apprezzare un capolavoro su tutti, The man I love, interpretata da Ella Fitzgerald. E avrete la percezione, sia con questo gioiello d’intarsio vocale, sia con l’intera “Rhapsody in Blue”, di un contributo tipicamente americano alla grande musica senza etichette e confini.
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) George Gershwin
Rhapsody in blue; An American in Paris; Piano Concerto in F
Pittsburgh Symphony Orchestra; André Previn, pianoforte; André Previn, direttore (Philips)

2) George Gershwin
Rhapsody in Blue; Piano Concerto in F
Gewandhausorchester di Lipsia; Stefano Bollani, pianoforte; Riccardo Chailly, direttore (Decca, disponibile anche su iTunes)

3) George Gershwin
Songs of George Gershwin
Artisti vari (Naxos, disponibile anche su iTunes)

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Parole chiave:
Fattori culturali - Musica jazz - Ritmo - Sofferenza - Speranza - Strumenti musicali

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