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23/09/2014

Nelle strade di Vienna, tra caffè e squarci di malinconia (Franz Schubert, Ottetto per fiati e archi D 803)




Franz Schubert
Ottetto per fiati archi in fa maggiore D 803
I. Adagio - Allegro - Più Allegro; II. Adagio; III. Allegro vivace - Trio - Allegro vivace; IV. Andante - Variations; V. Menuetto. Allegretto - Trio - Menuetto - Coda; VI. Andante molto - Allegro - Andante molto - Allegro molto
Waldegrave Ensemble


Partendo da quella meraviglia che è la prima Serenata di Johannes Brahms, protagonista del nostro ultimo ascolto, e volendo tentare l’avventura di un mini-ciclo dedicato a questa forma musicale – nata per essere luminosa e spensierata, con un carattere disteso per le corde dell’animo, amabilmente serena nell’immediatezza dell’empatia sull’ascoltatore – non possiamo che andare indietro nel tempo rispetto alla tenera vena compositiva del genio di Amburgo, orientando lo sguardo verso il Settecento, passando per l’Ottetto di Franz Schubert e il Settimino di Ludwig van Beethoven, sino ad arrivare a Mozart e Haydn, dunque alle Serenate e ai Divertimenti che allietavano le corti del Classicismo viennese.
E allora, dopo avere assaporato le squisitezze orchestrali che Brahms ha calato nelle Serenate Op. 11 e Op. 16, scrivendo due capolavori giovanili e anticipando le intuizioni melodiche del suo sinfonismo, eccoci, procedendo a ritroso, a un’altra pagina sbalorditiva che non è nata con la volontà precisa d’essere una “serenata”, ma nella quale confluisce la cifra stilistica di questo genere musicale, normalmente costituito dai sei agli otto movimenti, molto diffuso nel XVIII secolo. Eccoci, insomma, all’Ottetto di Schubert, scritto in un periodo in cui il musicista viennese si dedicò esclusivamente alla musica strumentale, cameristica e pianistica. E il compositore austriaco si presenta subito: il perno melodico e di ambientazione sonora dell’intera pagina sta tutto nel movimento iniziale, nell’incredibile passaggio di atmosfera e di temperamento che si ha dall’Adagio all’Allegro, uno di quei “capovolgimenti di fronte” che restano nella storia della musica, e in cui la fantasia melodica di Schubert scava un segno profondo, irresistibile, cantabile, fresco come tutti i “ruscelli” della sua fantasia, spontaneo come i guizzi delle sue “trote” melodiche, facendone uno dei capolavori di questo compositore morto giovanissimo, di una tristezza infinita per non essere stato mai compreso e riconosciuto.
Il primo tempo inizia appunto con un Adagio, breve, immerso in un’atmosfera di mistero. Il cambio di passo, al minuto 1:40, è repentino e da brividi: nonostante il compositore l’abbia preparato con un annuncio del clarinetto, seguito a ruota dal fagotto e dal corno, l’idea melodica dell’Allegro che s’impone all’attenzione è uno di quegli sprazzi di freschezza che solo Schubert regala così all’improvviso. Di grande effetto anche il secondo movimento dell’Ottetto, Adagio, che offre la scena al clarinetto, dunque a una mezza tinta dall’atmosfera umbratile, che ha buon gioco nel porgere un fraseggio piacevolmente cantabile, accompagnata in pianissimo dagli arpeggi del secondo violino e della viola (minuto 11:36). Un altro momento di musica soave, elegante nel portamento, si ha con il quinto movimento, Menuetto Allegretto, al minuto 43:23, un omaggio ai ritmi e alle sfumature della mondanità austriaca, e come è stato scritto «allo spirito della Vienna Biedermeier, con la musica delle sue strade, dei suoi Caffehäuser, dei suoi teatri, del suo Prater, delle sue sale da ballo»: e anche qui è soprattutto protagonista il dialogo tra i caratteri contrapposti del violino e del clarinetto, il cui contrasto timbrico determina la bellezza di questa sezione del capolavoro. Ma tra movimenti di danza e ombreggiature di malinconia, si apre anche qui uno squarcio improvviso al minuto 45:13: un altro dei colpi di scena schubertiani, ed è quasi impossibile da credere che tra tanta ricchezza di spunti melodici faccia capolino un’idea ancora più forte e intensa.
L’Ottetto fu scritto in breve tempo, con un’attività di composizione febbrile, da febbraio a marzo del 1824, su commissione del conte Ferdinand Troyer, intendente dell’arciduca Rodolfo (il celeberrimo Arciduca di Beethoven), amico e allievo dello stesso Beethoven, musicista e clarinettista dilettante, che amava organizzare nella propria abitazione incontri musicali di un’intimità ovviamente cameristica o solistica. Ma per capire come è nato questo Ottetto occorre tenere presente che in quegli anni, a Vienna, ad avere un successo incredibile nelle case, nei teatri e nelle sale da concerto (un po’ come accade ad alcuni pezzi pop della nostra epoca) era il Settimino di Beethoven (che conosceremo al prossimo ascolto). Il conte Ferdinand invitò (e forse sfidò) Schubert a comporre una pagina del tutto simile, imponendo una clausola ferrea, cioè che fosse «esattamente come il Settimino di Ludwig». Schubert accettò e si mise al lavoro, e sedendo davanti al pentagramma vuoto mostrò una sorta di rispetto sacro, di profonda umiltà, quasi il disagio di avventurarsi sullo stesso terreno di quel Beethoven che aveva fatto “cantare” Vienna, consegnando al termine un lavoro che differisce soltanto per la presenza in organico di un secondo violino, ma che per il resto è del tutto simile come nella richiesta del committente: due violini anziché uno, viola, violoncello, contrabbasso, identica la composizione dei fiati con il clarinetto, il corno e il fagotto, uguale il numero dei movimenti, sei come nel Settimino di Beethoven, uguale l’ordine in cui sono disposti, secondo la forma della Serenata/Divertimento settecentesco.
Dunque, uno Schubert scrupoloso nel rispondere alla commissione, tanto che il pubblico viennese fu in grado di cogliere la somiglianza, sia nel primo concerto privato eseguito proprio nella casa del conte Ferdinand sia in una serata organizzata pubblicamente per aiutare il musicista dal punto di vista finanziario. Tuttavia, il temperamento lirico e cantabile sono quelli di Schubert e non di Beethoven. Una scrittura ricca di malinconica e di una musicalità più seducente, spesso segnata dal timbro pastoso del clarinetto, senza tenere in ombra gli archi, ma regalando ai fiati (anche al corno e al fagotto) passaggi di tenerezza intimistica e melodica molto più schubertiana che beethoveniana.
Nel settore della musica per piccoli complessi strumentali la fantasia di Schubert ha prodotto due gioielli: il Quintetto detto “La Trota” e il Quintetto con due violoncelli, scritto pochi mesi prima della morte. Tra questi due vertici s’inserisce il nostro Ottetto in fa maggiore, altra gemma del repertorio strumentale da camera. Come ha detto il musicologo Alfred Einstein, ricordato anche come biografo di Mozart, in questa partitura di Franz Schubert «l’antico Divertimento rinasce in uno spirito nuovo che, in mancanza di un termine più appropriato, possiamo definire “romantico”».

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Per approfondire l'ascolto

1) Franz Schubert
Octet, D 803
Berlin Philharmonic Octet (Nimbus Records, disponibile anche su iTunes e Google Play Music)

2) Franz Schubert
Octet, D 803
Legendary Performances
Wiener Octet (Decca Music, disponibile anche su iTunes e Google Play Music)

3) Franz Schubert
Quintetto per pianoforte “della Trota”
Quartetto per archi “La Morte e la Fanciulla”
Amadeus Quartet (Deutsche Grammophon, disponibile anche su iTunes e Google Play Music)

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Parole chiave:
Malinconia - Melodia - Musica da camera - Serenità - Strumenti musicali - Tristezza

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