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26/07/2011

Musica maestosa per vasti orizzonti (Georg Friedrich Händel, dall'Oratorio "Messiah")




Georg Friedrich Händel
“For unto us a child is born”, dall’Oratorio “Messiah”
London Symphony Orchestra
Sir Colin Davis, direttore


Esperimento rischioso quello che tentiamo questa settimana, non tanto perché improponibile, ma perché soggetto a mille altri possibili abbinamenti, tutti degni di attenzione per un divertissement musicale. Il nostro “gioco” dell’estate è questo: trovare un collegamento tra spettacolarità delle immagini e grandiosità dell’arte. Una sorta di fantasia “a programma” per descrivere con le note le emozioni visive.
Dunque, dovendo aggiornare questa rubrica direttamente dalle vacanze, sempre cercando di suggerirvi un ascolto “per stare meglio”, per superare il dolore, proviamo a riempire di musica il vasto orizzonte di mare blu, smeraldo, e turchese dell’arcipelago della Maddalena, in Sardegna, osservato dall’alto di un promontorio sull’isola di Caprera. Spettacolo esaltante. È davanti a questa tela naturalistica che abbiamo pensato: quale musica sarebbe degna di tanta meraviglia?
Netbook alla mano, connessione al web, la “libreria” infinita di YouTube. Quasi d’istinto abbiamo provato con il sinfonismo beethoveniano, ma è una grandiosità eroica, troppo legata all’epica romantica. I Concerti per pianoforte di Mozart: troppo “leggeri”, tagliati su misura per i pomeriggi viennesi. Le imponenti architetture cameristiche di Brahms: troppo ispirate dalle passeggiate tra i ghiacciai delle sue montagne. Le imponenti sontuosità sonore di Wagner: troppo intimamente connesse alle mitologie nordiche. Le solennità delle Cantate bachiane: troppo verticali, pensate per essere eseguite in occasioni liturgiche specifiche.
Ci voleva sì, qualcosa anche di “spirituale”, come può esserlo il paesaggio mozzafiato di un’oasi naturalistica, ma neutro. Sfocato, ma fotograficamente sonoro. Grandioso, ma “laico”. Lo abbiamo trovato nelle meravigliose campate melodiche e nella costruzione strumentale del Messiah di Georg Friedrich Händel. Tecnicamente, un “Oratorio”: una successione di 51 pezzi vocali, ai quali si aggiungono l’Ouverture e una Pastorale per orchestra al centro della prima parte. Musicalmente, una pagina monumentale, che dal punto di vista formale si divide in tre parti su versetti dell’Antico Testamento tratti da Isaia, dal libro dei Salmi, da Giobbe, dalle Lamentazioni, dall’Apocalisse, dalle Lettere di San Paolo a Ebrei, Romani e Corinti. Non manca il nuovo Testamento, con gli evangelisti Matteo, Giovanni e Luca.
Come ha scritto il musicologo Sergio Sablich, nel Messiah si va dal «canto espressivo, disteso e sostenuto (soprattutto negli andamenti ariosi e larghi), alla più rigogliosa ornamentazione virtuosistica; quello del coro è per lo più uno stile fugato, ma riposa su una pienezza armonica di salda compattezza architettonica. Non mancano chiare reminiscenze di tipo madrigalistico o “visivo”, ispirate da un commento descrittivo-musicale del testo...».
Proprio così. E spiega come questa pagina di Händel (anche quella solo strumentale) riesca ad essere quasi “a programma” nell’accompagnare idealmente la visione naturalistica di larghi spazi, colori, profumi, suoni, luce, sole, vento: sensazioni che si fissano sulla retina, sulla pelle, e fanno stare bene. E trovano in questa partitura – nata dall’epoca tardo-barocca e dalla società inglese per cui era stato composta – una “naturale” colonna sonora, grandiosa come gli orizzonti di un arcipelago e come il benessere che deriva.
Tuttavia del Messiah abbiamo volutamente “dimenticato” il celeberrimo Allelujah, perché a volte celeberrimo è anche sinonimo di scontato: ovviamente potete (ri)trovare questo conosciutissimo pezzo in un’ampia carrellata di esecuzioni su YouTube oppure all’interno della versione integrale dell’opera, se la acquisterete. Certo, Händel festeggia con questo canto corale – uno dei brani musicali più famosi della storia – la visione del trionfo di Cristo, tuffandosi sul pentagramma dal 22 agosto al 12 settembre 1741. Ma è anche vero che l’Allelujah è stato ripreso, tritato, scomposto, sintetizzato, jazzato, ridotto a jingle telefonico, e di recente anche mixato in una versione hip-hop. E che Händel ci perdoni.
Noi abbiamo puntato su una delle arie corali della prima parte del Messiah: “For unto us a child is born”, celebrativa della Natività, ma con una sua forza propria di attrazione musicale, nel rincorrersi di contrappunti vocali che abbracciano chi ascolta e, sembra, addirittura il mondo intero e la creazione. L’attacco dell’orchestrazione di Colin Davis, a questo proposito, è subito descrittivo di vasti orizzonti. Perché tutto il Messiah, a oltre due secoli e mezzo dalla composizione, «è assai più che una semplice opera: è un monumento della cultura occidentale, che ha raggiunto lo status di un mito dopo essere stato innalzato a simbolo nazionale di un’intera civiltà», spiega ancora Sablich in un saggio che trovate per intero nel suo sito personale.
Continua lo studioso: «Una visione dell’oratorio improntata a grandiosità di mezzi corali e a dovizia di clangori strumentali, amplificata negli spazi suggestivi delle cattedrali o nelle moderne sale da concerto, si afferma nell’Ottocento. Nel 1784, in occasione dei solenni festeggiamenti nell’abbazia londinese di Westminster, era stata fondata la tradizione di masse corali e orchestrali gigantesche per le esecuzioni del Messiah: vi parteciparono allora 275 coristi e 248 strumentisti. Gli eccessi in questa direzione non tardarono a venire, se è vero che nel 1859 (primo centenario della morte di Händel) il numero dei coristi era salito a 2.765 e quello degli orchestrali a 460».
Una curiosità storica: l’intero Messiah fu concepito da Händel – che godeva già di fama internazionale ed era ricchissimo (anche perché capace di eccellenti operazioni nella Londra finanziaria dell’epoca, una specie di navigato agente di Borsa del Settecento che sapeva fiutare ottimi affari e investire con profitto i denari guadagnati con gli Oratori) – in un periodo difficile, dopo la grave paralisi che l’aveva colpito nel 1737 costringendolo a un lungo periodo di inattività. L’opera segna il ritorno alla composizione dopo una lunga malattia. Dunque, è non soltanto una pagina che per la grandiosità della costruzione e dell’impiego vocale e strumentale si presta a essere descrittiva di immense bellezze, anche naturalistiche, per gli occhi e per l’anima. Ma è la testimonianza di un’eloquenza compositiva che ha saputo “urlare” al mondo la resistenza al dolore, la capacità di reagire alla malattia. Insomma, che l’arte può guarire.
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Georg Friedrich Händel
Messiah
Judith Nelson, Emma Kirkby, Carolyn Watkinson, Paul Elliott, David Thomas; Oxford Choir of Christ Church Cathedral; Academy of Ancient Music; Christopher Hogwood, direttore (Editions de L’Oiseau-Lyre, disponibile anche su Amazon.com)

2) Georg Friedrich Händel
Water Music – Music for the royal fireworks
Le Concert Des Nations; Jordi Savall, direttore (Astrée, disponibile anche su iTunes)

3) Georg Friedrich Händel
6 Concerti Grossi, Op. 3; 12 Concerti Grossi, Op. 6
Orchestra of the Handel and Haydn Society; Christopher Hogwood, direttore (AVIE, disponibile anche su iTunes)

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Parole chiave:
Guarigione - Interpretazione musicale - Musica - Natura - Spiritualità

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