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25/02/2014

Lacrime di tristezza, lacrime di gioia (John Dowland, Lachrimae Pavan)




John Dowland
Lachrimae Pavan
Hopkinson Smith, liuto


Cominciamo col dire che non è come nel video di YouTube di questa settimana che si ascolta questa musica. Ma in assoluto silenzio. Immobili. Trattenendo il respiro, se serve. Lo strumento protagonista, il liuto rinascimentale, ha bisogno – che si esprima in una chiesa, in un monastero, in un chiostro o in un salone di corte – che noi “andiamo” a lui, e noi lui a noi. Serve, affinché questo testimone della musica antica risplenda in tutta la sua grazia, che siamo noi a tendere l’orecchio e l’anima verso il suo suono, e non lui che sparge il suo suono a una platea distratta e “inconsapevole”. E invece qui (ma questo tipo di video è rarissimo, non abbiamo trovato niente di meglio) dilagano brusio di fondo, oggetti che cadono, colpi di tosse, e un’atmosfera tipica più di un jazz club che di un florilegio strumentale del Cinquecento. E come non bastasse (un’aggravante), questa ripresa dal vivo, forse nella sala di un castello, è stata fatta al Festival di Musica Antica di Bucarest nel 2012, dove chi accorre dovrebbe saper maneggiare con cura queste note e questi strumenti.
Ed è così che proprio all’inizio di questa Lachrimae Pavan per liuto del compositore inglese John Dowland, vissuto a Londra tra il 1563 e il 1626, nessuno pare accorgersi, nell’approssimazione d’un ascolto più di presenza che di cuore, dell’incredibile e commovente “pausa” (anche le pause in musica sono musica) che il liutista Hopkinson Smith esegue al minuto 00:9. Una sospensione, fatta di silenzio e di attesa, che interviene tra l’ingresso nella Pavana e lo sviluppo strumentale dell’invenzione melodica. E questa pausa – che è insieme un concetto di grammatica teorica e armonica e il segno della totale immedesimazione spirituale con l’autore – è il frutto dell’arte dello statunitense Smith, 67 anni, nato a New York, dunque americano di origine, ma totalmente “europeo” di formazione, che oggi vive stabilmente a Basilea dove insegna e da cui parte per concerti in ogni angolo del mondo: in questi giorni è a Wellington, in Nuova Zelanda, poi in Messico, poi Texas, poi di nuovo nel cuore dell’Europa, a Parigi, nell’èglise St. Thomas, il 22 marzo. Come d’altronde i suoi colleghi liutisti più affermati, per esempio un altro americano, Paul O’Dette, o lo svedese Jakob Lindberg, o l’inglese Anthony Rooley, che a partire dagli anni Settanta hanno contribuito a salvare da un oblio definitivo il repertorio per liuto rinascimentale e barocco, lasciando che arrivasse a noi intatto grazie a incisioni discografiche spesso “Choc de la musique” e a concerti in abbazie, castelli, palazzi antichi, chiese sconsacrate: permettendo così che questo repertorio, seppure di nicchia, oggi sopravviva non solo sui libri di storia ma anche nelle esecuzioni dal vivo, riproponendo e documentando un’estetica fatta di silenzio e lentezza, che si contrappone così nettamente alla nostra epoca digitale segnata da rumore e velocità.
Perché questa è una musica così lontana da noi. Dalla Lachrimae Pavan ai giorni nostri sono passati esattamente 408 anni. In mezzo ci sono stati sconvolgimenti musicali, rivoluzioni armoniche, cambiamenti di stile, invenzioni di nuovi strumenti, il dilagare prima del “concerto grosso”, poi della sinfonia, poi della forma sonata, poi del concerto romantico per solista e orchestra, che ha imposto le figure istrioniche del musicista-virtuoso e del direttore d’orchestra, all’interno di luoghi pensati per la musica e per accogliere il pubblico, gli auditorium, che oggi hanno raggiunto notevoli raffinatezze foniche grazie ai materiali messi in campo dagli ingegneri acustici. E tutto questo ha, per oltre tre secoli, quasi spazzato via il povero John Dowland e la sua musica, e il suo liuto, che per le sue proprie caratteristiche costruttive non aveva (e non ha) potenza di suono: per cui è sempre stato, sin dai tempi in cui era la colonna sonora dell’epoca elisabettiana, strumento per pochi, per il principe e la sua corte, per i momenti in cui era richiesto che accompagnasse pranzi e occasioni ufficiali, con composizioni eseguite davanti a un pubblico ristretto di sovrani, familiari, ecclesiastici, notabili privilegiati. Molte delle composizioni di Dowland, infatti, furono scritte per occasioni particolari o dedicate a nobili dell’epoca, come il Sir Henry Umpton’s Funerall, o il King of Denmark’s Galliard. Dunque, è probabile che la gente comune, intorno al 1600, la popolazione dei villaggi, fuori dal castello, che non aveva accesso alcuno alla vita di corte, sia vissuta senza mai avere ascoltato queste “Lachrimae Pavan”. Ragione in più, crediamo, per avvicinarci a essa con il rispetto e la dignità che queste musiche richiedono.
Anche perché, circostanza non affatto secondaria per le lettrici e i lettori di questo portale, John Dowland, cresciuto in un ambiente vivo e stimolante come la Londra rinascimentale, non disdegnava affatto fare della propria musica un vestito su misura per le emozioni e gli stati d'animo più intimi e dolorosi dei suoi contemporanei. Tra i versi anonimi musicati da Dowland nella raccolta “Pilgrim's Solace” del 1612, quindi già nella maturità, c'è questa quartina: «La mia musa lamentosa inizia la sua opera di tristezza / offrendo al mondo musiche di cupa disperazione / che annunciano nient’altro che malinconia / pena e affanno». Versi questi che potrebbero valere per l’intera produzione di Dowland, il quale si era già firmato e ritratto malinconicamente nella Pavana “Semper Dowland semper Dolens”, altro capolavoro del 1604, che potrebbe anche costituire, insieme con la celebre raccolta delle “Lachrimae”, il filo conduttore di un’intera epoca dominata da figure di letterati e pittori come William Shakespeare, Christopher Marlowe, Francis Bacon. Un percorso di storia della cultura, e delle emozioni umane attraverso l’arte, attraversato in tutta Europa da eventi tumultuosi, guerre di religione, complotti di corte, la minaccia del califfato turco, l’intolleranza cattolica espressa nella Controriforma, epidemie, peste, povertà. E nonostante la molteplicità espressiva mostrata da Dowland – per liuto solo, ma anche per “consort” di strumenti – rimane oggi la testimonianza, a partire proprio dal termine “Lachrimae”, del livello raggiunto da questo artista del Cinquecento e del primo Seicento nei lavori più cupi, meditativi e dolenti.
Quel “dolens” che si avverte appunto nell’interpretazione di Hopkinson Smith, che rispetto ai suoi colleghi liutisti si distingue, più che nella perfezione del tecnica del tocco e della precisione sui “cori” del liuto, per la capacità di farti percepire un’epoca – non importa se quella di un Dowland o di un Sylvius Leopold Weiss, contemporaneo di Bach nel primo Settecento –, di far rivivere cioè un periodo di storia della musica attraverso la raffinatezza della prassi esecutiva, come altri grandi musicisti amici di Smith hanno fatto mediante la pratica filologica su strumenti originali: da Gustav Leonhardt al cembalo al violoncello barocco di Anner Bylsma, al flauto di Frans Bruggen.
A voi ora la scoperta, soprattutto discografica (perché per i concerti dal vivo occorre inseguire Smith in tournée o tenere d’occhio i cartelloni del repertorio antico, soprattutto i festival estivi), di questo raffinato compositore, egli stesso eccellente liutista, che spazia tra i principali generi strumentali e vocali in voga nell’Inghilterra di Elisabetta I: un centinaio di pezzi per liuto, le quattro raccolte di “Songs” e i brani “Consort” per complessi di viole. Le pagine per liuto sono soprattutto Allemande, Gagliarde e Pavane. Le “Lachrimae or Seaven Teares”, la memorabile raccolta composta nel 1604, sono “Antiquae”, ma anche “Gementes”, “Tristes”, “Amantis” e “Verae”: nella magnifica esecuzione dell’Hespèrion XX, sotto la direzione di Jordi Savall, il contrappunto musicale si calma e si scioglie nella sublimazione del dolore e del pianto, sino a un’autentica serenità interiore, come Dowland stesso scrisse alla regina Anna d’Inghilterra: «Benché il titolo prometta lachrimae, ospiti sconvenienti in questi tempi gioiosi, tuttavia le lachrimae che piange la musica sono gradite, né sono versate per tristezza, ma talvolta nella gioia e nella felicità… Concedete, nobile dea, di accordare la vostra graziosa protezione a questi sfoghi di armonie, per timore che sei voi aggrottate le sopracciglia, esse siano trasformate in lachrimae autentiche».
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) John Dowland
A dream
Hopkinson Smith, liuto (Naïve Classique, disponibile anche su iTunes e Google Play Music)

2) John Dowland
The Collected Works
The Consort of Musicke; Anthony Rooley, direttore (Decca Music, disponibile anche su iTunes e Google Play Music)

3) John Dowland
Lachrimae, or Seaven Teares (1604)
Hèsperion XX; Jordi Savall, direttore (Alia Vox, disponibile anche su iTunes e Google Play Music)

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Parole chiave:
Dolore - Musica antica - Pianto - Serenità - Strumenti musicali

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