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14/11/2017

La vittoria dell'arte sulla sofferenza (Robert Schumann, Sinfonia No. 2 Op. 61)




Robert Schumann
Sinfonia No. 2 Op. 61
Geneva Camerata; David Greilsammer, direttore


Sofferenza in vita, pagine musicali malinconiche. Questo il filo conduttore di una recente meditazione del critico tedesco Christoph Vratz intorno a una selezione di capolavori ispirati alla (e dalla) malinconia. Soprattutto “dalla”, forse. Come abbiamo in questi anni ascoltato insieme, i più grandi geni della musica colta ci hanno lasciato tesori nati da periodi bui della loro esistenza, trasformati in partiture e poi restituiti a noi attraverso l’atto interpretativo. E non è, ovviamente, solo una prerogativa dell’arte dei suoni. «Possiamo speculare sulle ragioni, ma non si può negare la realtà», argomenta lo studioso: «Letterati, compositori, pittori hanno avuto un rapporto sorprendente con la malinconia. Dall’antichità sino a oggi hanno incontrato tutte le forme di solitudine, lamento e lacerazioni immaginabili. Dubbi e paure si sono alternate nella loro anima, spesso restituendoci la luce là dove c’era soltanto un’oscurità impenetrabile».
Ci sono altre sezioni di questo sito, per esempio “Il dolore e la cultura”, dove cogliere infinite suggestioni e tutte le sfumature nella sensibilità dei più grandi artisti. Qui ci concentriamo sulla musica. E la malinconia emana attraverso tutte le sue forme. Nel Rinascimento erano soprattutto gli inglesi che s’immergevano in mondi piangenti e abissi scuri: come dimenticare le Lacrimae di John Dowland. E che dire della possente costruzione architettonica del Kantor, capace di leggere ogni dolore in una prospettiva che sale verso il cielo. In Bach, dal punto di vista teologico, la tristezza è speranza di realizzazione divina («la tua tristezza sarà trasformata in gioia»). E dunque la musica diventa preghiera: solo così l’uomo trova un linguaggio attraverso il quale esprimere il proprio dolore o i propri desideri. Le Cantate sacre sono piene di questo abbandonarsi: «Wo soll ich fliehen hin?» (Dove dovrei fuggire?), oppure nel Corale «Ach Gott, wie manches Herzeleid begegnet mir zu dieser Zeit!» (Oh Dio, quanto dolore io sperimento in questo tempo!), o ancora nella Cantata 12: «Weinen, Klagen, Sorgen, Zagen, Angst und Not Sind der Christen Tränenbrot» (Lacrime, lamenti, angosce, tormenti, paura e dolore sono l’amaro pane dei cristiani).
Lamentazione e consolazione: soprattutto nella letteratura per pianoforte del diciannovesimo e ventesimo secolo troviamo opere musicali con questi titoli, come le Consolazioni di Liszt, oppure molto tempo prima le Lamentazioni di Geremia di Thomas Tallis o di William Byrd. Nel repertorio sinfonico, per esempio, il terzo movimento della seconda sinfonia del danese Carl Nielsen, Andante malinconico, è ormai un classico: bellissimo, da non perdere (potete ascoltarlo qui, youtu.be/qR8iCX-vCoQ). All’inizio del XX secolo, il Novecento, per molteplici fattori storici, si è insinuata una depressione diffusa, un sentimento di decadenza, una crisi esistenziale. Tra i compositori che ne hanno colto i contorni c’è senza dubbio Gustav Mahler, che in molte partiture ha rivelato una relazione intima con la sofferenza e con l’angoscia affacciata sul nuovo secolo. Abbiamo ascoltato qui l’Adagetto tratto dalla Quinta Sinfonia, ma anche il suo ciclo di canzoni “Das Lied von der Erde” riflette le oscurità dell’inconscio nel cuore del narratore: «Il mio cuore è stanco... piango nella mia solitudine».
Questa settimana vi proponiamo però un gioiello di malinconia, più ancora, di male di vivere, di profonda disperazione che è diventata musica, sgorgato dalla penna del romantico Robert Schumann. Adagio espressivo: questo mette in apertura del terzo movimento della sua Seconda Sinfonia. C’è un canto di oboe, dentro questa meditazione musicale sulla malinconia, che è quasi “stupefacente”, nel senso che crea dipendenza, non riuscirete più a staccarvene. Ve lo consigliamo, discograficamente, nella lettura del nostro Riccardo Chailly alla testa della Gewandhausorchester di Lipsia. E ha anche un senso di omaggio e di ringraziamento al genio del compositore tedesco ascoltare in particolare questa versione impaginata dalla casa discografica Decca, perché la prima esecuzione assoluta di questo secondo lavoro sinfonico di Schumann ebbe luogo proprio al Gewandhaus di Lipsia, 171 anni fa, nel novembre 1846, sotto la direzione niente meno che di Felix Mendelssohn.
Si legge in un numero della rivista Amadeus, a firma di Carlo Franceschi De Marchi: «Frutto doloroso di anni tormentati (1845/46), nei quali Schumann soffriva di depressioni, insonnia, rumori ossessivi nell’orecchio, la Seconda Sinfonia è decisamente singolare, basti pensare alle particolarità dello Scherzo, oppure ai due episodi che, nel primo e ultimo movimento, fanno rispettivamente da introduzione e coda, ma che per la loro ampiezza travalicano tali funzioni, diventando quadri autonomi a se stanti. Tuttavia, l’aspetto formale cade in secondo piano davanti all’eccezionale stato di grazia creativo del compositore, capace di toccare punte altissime di poesia che lasciano spesso trasparire un radioso senso di pace e ottimismo, quasi a voler travalicare le durissime circostanze di vita di quel periodo infelice».
Come abbiamo già scritto in occasione del Concerto per violoncello Op. 129, strane ombre di sofferenza si allungano su questo lavoro: la decadenza personale, intima, mentale, del compositore. Schumann stesso dichiarò più di una volta che la sua Seconda «aveva segnato la vittoria artistica su terribili sofferenze interiori», quelle stesse (non solo interiori) che poi lo avrebbero portato sino alla follia. La pagina si apre con un Allegro ma non troppo: un movimento di sinfonia lungo che s’annuncia con un fraseggio melodico degli archi impalpabile, a tratti struggente, con gli ottoni in lontananza che danno profondità spaziale alla trama orchestrale. Poi segue uno Scherzo frenetico e incalzante, stracolmo di verve, «tutto percorso da un’energica agitazione, come da una bufera di vento primaverile», scrive l’Accademia di Santa Cecilia.
Ma è il terzo movimento che stordisce. Sembra quasi scritto da Schumann pensando a queste nostre “Strategie per stare meglio”, tanto si raccorda nell’intimo di chiunque sia “tagliato” dalla sofferenza come una tela di Lucio Fontana. L’Adagio espressivo in do minore è il momento più alto di tutta la Sinfonia, uno dei grandi slanci lirici di Schumann. Intensità allo spasimo, costruita sui violini primi, poi ecco emergere (forse dagli abissi della disperazione) la fioritura dell’oboe, che entra più volte in scena, anche raddoppiato in modo incantevole prima dal clarinetto e poi dal flauto, quasi a ricordare a tutti la presenza della speranza nella nostra vita.
Una di quelle melodie struggenti che davvero portiamo con noi a lungo. Ed è proprio questo, la capacità di sedimentarsi, di non essere passeggero (come tutta la musica d’arte è), il senso terapeutico di questi nostri incontri.
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Robert Schumann
The complete Symphonies
Gewandhausorchester; Riccardo Chailly, direttore (Decca, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

2) Robert Schumann
Cello Concerto Op. 129 – Piano Trio No. 1 – 5 Stucke im Volkston
Pablo Casals, violoncello; Prades Festival Orchestra; Eugene Ormandy, direttore (Sony Classical, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

3) Robert Schumann
Romanzen Op. 94 – Fantasiestuke Op. 73 – Märchenbilder Op. 113 – Märchenerzählungen op. 132
Ingo Goritzki, oboe; Thomas Friedli, clarinetto; Hirofumi Fukai, Viola; Riccardo Requejo, pianoforte (Claves Records, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

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Parole chiave:
Depressione - Malinconia - Musica - Pace - Poesia - Strumenti musicali

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