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30/11/2010

La sinfonia del mal di vivere (Pëtr Il'ič Čajkovskij, dalla Sinfonia n. 6 "Patetica")




Pëtr Il’ič Čajkovskij
Dalla Sinfonia n. 6 “Patetica”: Adagio (parte iniziale del primo movimento Adagio-Allegro non troppo)
Orchestra del Teatro alla Scala di Milano
Direttore: Yuri Temirkanov


Intanto, vediamo subito perché il titolo, “Patetica”. Se c’è una sinfonia che nella storia della musica è stata non solo pensata ed elaborata (come altre delle quali abbiamo scritto), ma quasi “illuminata” dalle ragioni che hanno ispirato questo sito della Fondazione Graziottin, è proprio la “Patetica” del compositore Pëtr Il’ič Čajkovskij, figlio di un dirigente dell’industria mineraria nella Russia zarista, inizialmente avviato agli studi di giurisprudenza e a un impiego presso il ministero della Giustizia, presto abbandonato (che immensa fortuna) per seguire, nel 1862, le lezioni al Conservatorio di San Pietroburgo.
Una Sinfonia nata dal dolore e nel dolore. Da una sofferenza se non psichica, certamente psicologica, dove l’atto prima creativo e poi compositivo, cioè di scrittura sul pentagramma, forse è da leggere anche come reazione psicoterapeutica, quindi di ricerca di una via d’uscita, per guarire, per stare meglio. Sì, perché Čajkovskij non è soltanto, e in modo un po’ semplicistico, l’autore di balletti memorabili e popolari come il “Lago dei cigni” e lo “Schiaccianoci”. Čajkovskij era un uomo che stava male. Tutta la sua vita si è snodata sul profondo contrasto tra il successo delle proprie composizioni e il pessimismo interiore dovuto al terrore per il pubblico, alla delusione di un matrimonio naufragato dopo poche settimane e che lo portò sull’orlo del suicidio, all’improvvisa rottura da parte della sua confidente Nadežda Filaretovna von Meck, e soprattutto ai sensi di colpa per le tendenze omosessuali (circostanza, questa, che mise gravemente in crisi anche la carriera del pianista Vladimir Horowitz).
E come raccontano gli storici, nove giorni dopo il debutto della “Patetica”, Čajkovskij morì per un attacco di colera. Già allora si rivelò sin troppo semplice cogliere in quella che fu la sua ultima sinfonia, una sorta di confessione autobiografica, il senso di un tragico commiato: al di là della maestria nell’orchestrazione, e delle proporzioni di questa pagina (imponenti e meravigliosi i movimenti d’apertura e di chiusura, che appaiono oggettivamente come una fotografia in musica del suo “mal di vivere”), Čajkovskij aveva senza dubbio composto una pagina che rivela il percorso di un’anima tormentata.
Il nome della Sinfonia non fu scelto dal maestro: il titolo ”Patetica” (per sottolineare la compassione e l’esibizione del dolore) fu suggerito dal fratello Modest all’indomani della prima esecuzione. E sebbene il musicista russo avesse rifiutato di adottarlo, alla fine riuscì a imporsi. Ma al di là del nome, scelto o subìto, è su questi contrasti esistenziali, sui chiaro-scuri dell’anima e sui segnali d’una condizione psico-fisica malferma, che nasce la Sinfonia in si minore n. 6 op. 76 “Patetica”, la sua ultima partitura: non tanto la più pessimistica, com’è stato erroneamente sottolineato, ma certo la più sincera, la più trasparente. Il brano scritto tra il febbraio e il marzo 1893, e orchestrato durante l’estate, debuttò il 16 ottobre a San Pietroburgo, diretto dallo stesso Čajkovskij.
Perché è importante la “Patetica”? Perché sconvolge la prassi della sinfonia ottocentesca, spostando nel finale il movimento lento, tradizionalmente collocato al centro, e comprendendo all’interno due movimenti mossi, uno soltanto dei quali, l’Allegro con grazia, riconducibile a una convenzionale tradizione sinfonica. Le dinamiche, che si estendono dal fortissimo al pianissimo, e le indicazioni di tempo che nel primo e nell’ultimo movimento cambiano di continuo, riflettono una nevrosi, uno stato d’ansia: Čajkovskij sta male. Il tema enunciato nell’introduzione del primo movimento, quello oggetto della nostra proposta d’ascolto, che costituisce la sostanza musicale sulla quale si fonda l’intera sinfonia, ha una precisa colorazione brunita, dolente. Così come dolenti e tormentate – secondo i musicologi – sono le citazioni, di natura melodica e ritmica, tratte dalla liturgia ortodossa dei defunti.
Nell’introduzione del primo movimento (Adagio), in un’atmosfera sonora di cupa disperazione, dal timbro ombroso, perlopiù mantenuto tra il pianissimo e il piano, compaiono gli elementi tematici posti alla base dell’intera sinfonia: la cellula generativa dalla quale nasce la melodia del fagotto (e il fatto che Čajkovskij abbia scelto proprio questo strumento per “aprire” le porte del suo animo la dice lunga sulle reali tinte fosche della sua esistenza), la progressione ascendente che costituisce l’ossatura della stessa melodia, e il cromatismo discendente disegnato dai contrabbassi (potete riconoscere chiaramente le ombreggiature più tenebrose di questa famiglia di archi). Dopo che il fagotto ha ripetuto la sua frase, le viole gli rispondono con un motivo delizioso, anch’esso riconducibile al tema dell’intera “Patetica”.
Al termine di questo primo movimento di Adagio è del tutto evidente – anche ai non specialisti come noi – che si è colpiti da una sensazione emotiva di co-sofferenza con Čajkovskij, di condivisione attraverso il materiale sonoro e fissato per sempre sul pentagramma dal maestro russo. È inoltre assai chiaro quanto e come questa musica sia capace di trasmettere emozioni, anche profonde, anche private, in modo diretto, genuino. Il compositore di San Pietroburgo, in fondo, si dimostra uno che più di altri nella storia della musica occidentale ha saputo “comunicare”, entrare in sintonia. In questo, certo lontano da un altro gigante come Arnold Schönberg, snobisticamente convinto che “l’arte non è per tutti”.
Ma dall’esperienza compositiva di Čajkovskij si può trarre un’altra considerazione: con il passar del tempo i grandi maestri divennero sempre più “prudenti” nei confronti della sinfonia. Haydn ne aveva composte 104, Mozart quasi 50, Beethoven ne lasciò “solo” nove. E anche i romantici mostrarono analoga parsimonia: Schubert 8 sinfonie, Schumann 4, Mendelssohn 5, Brahms 4, Bruckner 9, Mahler 9 e Čajkovskij 7 (inclusa la Sinfonia Manfred, non numerata). Questi musicisti attribuivano, quindi, alla sinfonia un significato diverso: e cioè un terreno compositivo ed espressivo adatto a rivelare, senza l’ausilio della parola, o di uno strumento solista prevalente, le idee e le emozioni più sottili. «Interi discorsi, e anche singoli dialoghi, mi sembrano così ambigui, così equivoci a confronto con una musica autentica che ti colma l’anima con mille cose», scriveva Mendelssohn nel 1842.
È esattamente su questo confine che si muove l’ultimo e disperato Čajkovskij. Come abbiamo già ricordato, oltre al divorzio e alle crisi di orientamento sessuale, nell’ottobre 1890 Nadežda von Meck, la mecenate del compositore, interruppe bruscamente, dopo circa 14 anni, lo scambio di lettere con lui, e il motivo non si è mai capito. Nella disperazione più cupa, come ha scritto il musicologo Knut Franke, «la consapevolezza compositiva di poter dire qualcosa expressis tonis, senza doverlo per questo rivelare expressis verbis, ha sorretto anche Čajkovskij», il più grande sinfonista nella Russia dell’Ottocento. E se la “Patetica” smaschera alla fine una profonda rassegnazione e un dolore che punge, è perché essa nasconde «un ventaglio ricco di commozioni individuali». Quali, esattamente, non lo sapremo mai.
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Pëtr Il’ič Čajkovskij
Sinfonie n. 4, 5 e 6 “Patetica”
Leningrad Philharmonic Orchestra; Evgeny Mravinsky, direttore (Deutsche Grammophon)

2) Pëtr Il’ič Čajkovskij
Concerto per violino
National Symphony Orchestra; Isaac Stern, violino; Mtislav Rostropovich, direttore (Sony)

3) Pëtr Il’ič Čajkovskij
Lago dei Cigni e Schiaccianoci
London Symphony Orchestra; André Previn, direttore (Emi Classics, disponibile anche su libreria iTunes)

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Parole chiave:
Ansia - Depressione - Forme musicali - Musica - Sofferenza - Solitudine - Strumenti musicali

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